domenica 29 gennaio 2012

Diario dell'assenza di internet - parte 7

È tornato internet, questo pomeriggio. Quindi chiudo qui questo diario dell’assenza di internet, che è anche durato fin troppo. E basta.

sabato 28 gennaio 2012

Diario dell'assenza di internet - parte 6

C’è stato un periodo, quattro o cinque anni fa, che io sapevo che avrebbe suonato il telefono prima ancora che suonasse. Giuro. Un attimo prima che squillasse, sentivo come se il silenzio diventasse un poco più pesante, sentivo un ronzio sordo, non so spiegarlo, non era un suono, era una cosa che sentivo io, mia madre no, per esempio, che tutte le volte che io le dicevo: “Telefono”, prima ancora che il telefono suonasse, e poi suonava, lei mi diceva: “Ma come fai a saperlo?” E io non lo sapevo mica. Poi, dopo un anno, non ho sentito più niente. E non è che abbia cambiato telefono, nemmeno suoneria, era rimasto tutto uguale. Poi però non ho sentito più niente.

La mia memoria procede per insignificatezze. Lo so che non esiste, la parola insignificatezze, ma volete mettere cose insignificanti, stupidaggini, cose da poco, con insignificatezze? Non c’è niente da fare, bisogna tenere quella parola lì. Dicevo, la mia memoria procede per insignificatezze. Per cose senza la minima importanza. Per esempio, io in questi giorni sto leggendo Vita di Carmelo Bene, di Carmelo Bene e Giancarlo Dotto, dato che vorrei scrivere la tesi di laurea su Carmelo Bene, cosa che difficilmente potrò fare, ma non è questo il punto. Ecco, se dovessi descrivere la vita di Carmelo Bene, ci penserei un po’ prima di iniziare. Cercherei di non essere troppo dispersivo, di far capire la grandezza del suo genio, mettendo in chiaro, anche se non c’è mai senso in nulla, ecco già questa cosa forse non la dovrei dire che metterei confusione, mettendo in chiaro le tappe più importanti della sua vita. Sicuramente mi verrebbe male, ma mi ci impegnerei. Se invece dovessi dire la prima cosa che mi viene in mente riguardo a Carmelo Bene, che ho letto in Vita di Carmelo Bene, è che Carmelo Bene, quando stava scrivendo questo libro-intervista, “sbocconcellava pane bianco e beveva caffè nero.” Questo è un esempio di insignificatezze. Ma è tutta la vita che vado avanti così. Mi ricordo le cose più secondarie, anzi no, terziarie che ci siano, di una situazione da ricordare, e il centro, il fulcro del discorso, o del ricordo, molte volte lo dimentico.

È tutto oggi che questo “sbocconcellare pane bianco” mi gira in testa, ieri mi girava in testa una frase di un discorso di Paolo Nori, forse perché avevo comprato due suoi libri, che dice che un giorno aveva sentito delle canzoni “che il testo di queste canzoni erano le poesie tradotte dal dialetto di Franco Loi”. Ecco, stanotte ho visto che c’era delle fette di pane già tagliate, nell’anta dove ci sono il pane, i biscotti e la pasta e non ce l’ho fatta, le ho portate di sopra e mi son messo a sbocconcellare pane bianco come Carmelo Bene.

L’ultima volta che è non ho avuto internet per così tanto tempo è stata questa primavera. Il computer fisso era rotto e quello portatile a riparare, e per due settimane non ho fatto altro che andare all’università e leggere i racconti di Carver. Una fulminazione vera e propria, Carver. Avevo preso in prestito in biblioteca il Meridiano con tutti i suoi racconti, io adoro i Meridiani, e piano piano me l’ero quasi letto tutto. Ricordo d’aver iniziato da Cattedrale, che ora, per me, è uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere prima di morire, e poi possibilmente leggere tutto quello che si trova, di Carver. Leggevo al mattino presto andando a Torino, leggevo quando ero da solo aspettando che arrivasse l’ora di andare in aula, leggevo in aula aspettando il professore, leggevo nella pausa fra un’ora e l’altra, tornando a casa, tornato a casa, dopo pranzo, durante il pomeriggio, dopo cena e prima di dormire. Così per quasi due settimane. Me le ricordo ancora adesso, quelle due settimane passate, mi viene da dire, in compagnia di Carver. Così semplicemente belle, distese, lente, pesate. Ma sono sicuro che se non avessi avuto il Meridiano, di Carver, non l’avrei letto così voracemente. Mi attirava ad aprirlo solo a guardarlo, quel libricino così piccolo e così spesso, le pagine così sottili, i caratteri così nitidi, la foderina di plastica trasparente. Le scritte dorate. Un giorno me lo comprerò e finirò di leggere Carver. Di comprare i libri normali, separati, non se ne parla nemmeno. Quella storia è iniziata in un modo e in quel modo deve finire.


Non ho mai capito come facciano, i Meridiani, a dividere così tanto: c’è gente che li odia, gente che comprerebbe solo quelli. Che poi, a pensarci, e in verità questa è una cosa che mi ha detto il mio amico Mauro, i Meridiani mi dovrebbero fare schifo, che sono come avere l’intera discografia dei Beatles in unica confezione, cosa che a me farebbe inorridire, non tanto per i Beatles, ma per il concetto in sé. Mai comprerei una cosa simile. Eppure i Meridiani li leggo, li comprerei pure, non costassero cinquanta euro l’uno.

Ogni tanto mi fermo, rileggo quello che ho scritto e continuo a chiedermi che cazzo sto scrivendo. Ma per ora basta.

martedì 24 gennaio 2012

There is a light

Notare delle piccole cose è la cosa che faccio di più, in questi giorni. Ci sarebbe anche da chiedersi il perché: il perché è semplice, non c’è manco da chiederselo: perché non sto facendo niente, in questi giorni. Allora stamattina, stamattina è stata una mattina strana, stamattina. Camminando sul binario due per salire sul treno, ho sentito: Il treno per, chi se lo ricorda per dove, è in arrivo sul binario buio. Ho detto No dai, ho sentito male. Poi però ho pensato, certo che ce ne vuole a capire buio al posto di uno, ce ne vuole veramente, non è che ha sbagliato l’annunciatore? Che quello lì, quello che annuncia i treni, come lo vuoi chiamare? Io non lo so come chiamarlo, lo chiamo annunciatore.

Poi comunque non ho notato nessun’altra piccola stranezza per tutta la mattina, mi son fatto il mio viaggio in treno dormendo, son arrivato a Torino, ho fatto le cose che dovevo fare, sono andato all’università; solo che, nel frattempo che facevo le mie cose, mi son messo ad ascoltare un po’ di musica dal lettore mp3 e, tornando dalla Fnac, praticamente ero quasi arrivato in stazione, mi è venuta voglia di ascoltarmi un disco per intero. Allora non sapevo cosa ascoltare, ho guardato un po’ quello che c’è sul lettore mp3, ho scelto Kollaps Tradixionales dei Silver Mt Zion.

Che poi sul nome dei Silver Mt Zion ci sarebbe da dire una cosa, cioè che cambiano nome a ogni disco, ma ogni volta di poco: tipo una volta si chiamano A Silver Mt Zion, un’altra A Silver Mt Zion Memorial Orchestra, un’altra si chiamano Thee Silver Mt Zion Memorial Orchestra and tra-la-la band, un’altra volta ancora Thee Silver Mt Zion Memorial Orchestra and tra-la-la band with choir. Ecco.

E m’è venuto in mente, mentre ascoltavo Kollaps Tradixionales camminando verso Porta Nuova, quando sono andato a vederli, i Silver Mt Zion, allo Spazio211: era primavera, ero con Marco e con Linda, due miei amici, ci eravamo incontrati in stazione di pomeriggio presto e mi ricordo che avevo dietro una borsetta di cartone, di quelle che danno nei negozi, piena di cose che mi ero portato dietro, che, se non sbaglio, erano: tutti i cd dei Silver Mt Zion che avevo, che, se non sbaglio anche qui, eran quattro, Yanqui UXO dei Godspeed You! Black Emperor, La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, una penna, e una specie di regalo che avevo per Efrim Menuck, che è il cantante e chitarrista dei Silver Mt Zion. E mi ricordo il viaggio in treno, di pomeriggio presto, c’era un sole chiarissimo, era stato stupendo. Mi ricordo dei viaggi bellissimi, io, in treno, con dei libri bellissimi e delle borse e dei pacchi bellissimi. E quasi sempre son di pomeriggio.

Ci eravamo incontrati, io, Marco e Linda, quel giorno in stazione, e ci eravamo fatti dalla stazione allo Spazio211 a piedi. Solo che avevamo anche allungato, non sapevamo la strada, allora eravamo andati fino in Via Po’, a Palazzo Nuovo, avevam trovato una mappa della città, avevam capito la strada c’avevam messo qualcosa come tre ore, ad arrivare allo Spazio211. E intanto eravamo passati per mezza Torino a piedi, eravamo passati in delle stradine che buttavano malissimo, ci eravamo persi, avevamo chiesto indicazioni, avevamo sbagliato, eravamo passati in un mercato rionale in un quartiere di, non vorrei sbagliarmi, marocchini, e sembrava di essere lontanissimi, dall’altra parte del mondo, sembrava che il senso di quella giornata fosse camminare con tranquillità per mezza Torino per arrivare allo Spazio211, non tanto andare a un concerto. E quel pomeriggio lì, a camminare, sembrava di essere lontanissimi.
Poi alla fine eravam solo a Torino, un po’ in periferia, alla fine eravamo anche arrivati in anticipo, allo Spazio211.

Avevamo aspettato tantissimo, fuori dal locale, nei giardini, si stava bene. Poi erano arrivati degli altri nostri amici eravamo andati a fare cena in un bar un po’ lontano, da dov’eravamo, avevamo mangiato qualcosa e quand’eravamo tornati fuori dallo Spazio c’era una coda enorme, era tutto pieno.

Mi ricordo l’attesa, seduti io e Marco sul palco, per stare davanti, con tutta la ressa attorno, poi alla fine eravam finiti in mezzo, non ricordo perché. Era stato un concerto fantastico.

E mentre che pensavo tutto questo, questa mattina mentre camminavo Porta Nuova ascoltando i Silver Mt Zion nell’mp3 e pensando a quel pomeriggio, al concerto, a Linda e Marco, a tutta la strada che avevamo fatto, a com’ero stato bene, mi è venuto da piangere.




Poi son arrivato a Porta Nuova, ho preso il treno, ho ascoltato due volte A Love Supreme dormendo e quando sono sceso dal treno e stavo per uscire dalla stazione ho sentito: Il treno proveniente da, chi se lo ricorda, e diretto a, chi se lo ricorda, è in arrivo al binario quadro.

Anche lì, pensavo: non è possibile.
Però, pensavo, io prenderei tantissimi treni da una stazione con un binario quadro e uno buio.

lunedì 16 gennaio 2012

Diario dell'assenza di internet - parte 5

Continuano a cercare un certo Scarzello. Suona il telefono:

“Pronto?”
“Ehhh…”
“…”
“… è.. è la famiglia Scarzello?”
“No, ci sono ancora tutti i numeri scambiati”
“Mi scusi tanto”
“Si figuri, buongiorno”
“Buongiorno a lei. Grazie.”


Neanche il tempo di andare di nuovo in salotto, suona ancora il telefono.

“Pronto?”
“è Scarzello?”
“No, mi dispiace”
“Mi scusi”

Ho provato a chiamare il cellulare col telefono di casa, niente, come ieri, c’è sempre un altro numero. Ho richiamato il 187, che tanto lo sapevo già cosa mi avrebbero detto, però dopo un po’ uno si rompe anche i maroni. “C’è un guasto serio, complesso, ma comunque stanno già lavorandoci su, forse ci vorrà qualche giorno, ma forse no, ci stanno lavorando.” Adesso ci vuole qualche giorno. Bene.

Ho scoperto oggi un giornale, stupendo, bellissimo, mi ha messo allegria, sapere che esiste un mensile così. Si chiama Satisfiction, esce ogni mese, ed è un giornale di letteratura. Ogni numero propone degli inediti di scrittori famosi, e poi qualche recensione degli ultimi libri usciti. Questo numero, l’ottavo, che ho trovato gratis, come tutti gli altri d’altronde, nella libreria Coop di Mondovicino, ha degli scritti di: Stephen King, Dan Fante, Louis Ferdinand Céline, Paul Bowles, Henry Roth, Claro e altri. È semplice, in bianco e nero, con un po’ di refusi tipografici, carta leggera, da giornale, ogni articolo tiene al massimo due fogli, con una breve presentazione di uno dei redattori del giornale.

Solo, la cosa che m’ha fatto storcere il naso, è che alla seconda pagina ci son due righe scritte a mano da Vasco Rossi: “Spinoza diceva che chi detiene il potere ha sempre bisogno che la gente sia affetta da tristezza. Noi siamo qui per portarvi un po’ di gioia. Vasco Rossi.” Che mi chiedo cosa c’entraìi Vasco Rossi con tutto questo. E davvero conosce Spinoza, o lo conosce come adesso tanti conoscono Oscar Wilde? Che ho notato che è qualche anno che c’è un’inflazione detestabile di citazioni di Oscar Wilde, ma davvero ovunque, sui segnalibri, per strada, sui diari, su internet, ovunque ti giri c’è uno che cita Oscar Wilde; deve aver fatto molto figo, citare Oscar Wilde in posti e situazioni dove Oscar Wilde non c’entra niente, ai primi tempi. Ora, un po’ meno.

Che poi se provi a chiedere a qualcuno di questi che citano Oscar Wilde minimo una volta alla settimana, mi sa che se gli si chiede, ma te, che Oscar Wilde lo citi come fosse stato tuo nonno, cos’hai letto di Oscar Wilde, che lo citi così spesso?
Eh, ci si sentirebbe rispondere, Il ritratto di Dorian Gray.

Ecco, io, in questi casi, mi vien spontaneo mandare affanculo un po’ di gente.

E mi fa tristezza che tanti non conoscano Carmelo Bene. Così, riflessione mia. Che non c’entra niente. Come citare Oscar Wilde.


Ho riascoltato Dividing Opinions, oggi pomeriggio, facendo le pulizie. Mi piace mica poi così tanto. Non so più se scrivere quella mail a Nori, che consigliargli un disco che non mi prende tanto non mi piace, al massimo gli mando solo le foto che ci sono nel libretto, dei fatti del luglio 1960, a Reggio Emilia, quelle son bellissime.

giovedì 5 gennaio 2012

Diario dell'assenza di internet - parte 4

Oggi è stata una giornata strana. Serenamente, strana. Internet non va ancora, però in compenso abbiamo scoperto il motivo: alla Telecom devono aver fatto qualche casino, perché ieri infatti nemmeno i telefoni andavano, poi hanno ricominciato a funzionare ma tutti i numeri del mio paese erano stati scambiati, cioè che ieri ho provato a chiamare mio padre a casa, ho fatto il numero di casa, ha risposto una vecchina. Allora ho continuato a chiamare mio padre: “Papi, papi” lui niente, non c’era, c’era la vecchina, che mi strillava: “Chi è? Ma chi è? Chi parla?” e io continuavo: “Papi? Mi senti?” In effetti era un dialogo un po’ da coglioni.

Allora ho messo giù, ho rifatto con più calma il numero di casa, l’ho ricontrollato due volte prima di premere il tasto di avvio chiamata, ha suonato un po’, ha risposto la vecchina: “Pronto?” e allora, come mi capita spesso, che non so che dire e butto giù, e ho buttato giù.

Poi, di notte, quando mio padre è venuto a prendermi al concerto dov’ero andato, era per quello che l’avevo chiamato, per dirgli che doveva venire lui a prendermi, poi invece aveva risposto la vecchina ma questo l’abbiamo già detto, poi, di notte, in macchina, gli ho detto: “Senti ma, il nostro numero di casa, com’è?” E lui ci ha pensato un attimo, me l’ha detto e io gli ho risposto: “Eh, allora perché risponde una vecchina?” E lui m’ha detto che gli era successo anche a lui, il pomeriggio, che avevano chiamato quattro volte a casa e ogni volta cercavano una persona diversa, ed erano tutti convinti di aver fatto il numero giusto, com’ero convinto anch’io. Mi sa che ieri, nel mio paese, che poi dire “mio” non mi piace per niente, che io quel paese lì non lo sento per niente mio, anzi, proprio lo detesto, ma dicevo, mi sa che ieri, nel paese dove vivo, ci siamo sentiti un po’ tutti coglioni.

Stamattina poi, o meglio, era mezzogiorno, ma io mi ero appena svegliato, quindi era mattina per me, stamattina poi anche mia madre mi ha confermato questo fatto strano, che anche un ragazzo che era andato a servire con lei, si era lamentato che sia internet che il telefono non gli funzionavano più da parecchi giorni, e così un po’ in tutto il paese, ma solo in alcune strade, paradossalmente. La sua strada non andava niente, quella dopo, andava tutto.

E infatti oggi, mentre stavo andando con mio padre e mia madre a Mondovicino, ci ho meditato su, riguardo questo malfunzionamento delle linee telefoniche. Pensavo che sarebbe un buono spunto per un racconto, e pensavo anche di mettermi lì a scriverlo, questo racconto; solo poi non sapevo come iniziare e, a pensarci bene, forse era meglio solo raccontarlo così, come sto facendo adesso, questo fatto dei telefoni, dei numeri scambiati, della vecchina, di internet.

Ecco, mi son dimenticato di dire che ora anche il nostro numero di casa è diverso. Infatti ieri mio padre aveva provato a chiamarmi, da casa, io avevo visto un numero che non conoscevo non avevo risposto, ma era lui, solo che io non sapevo ancora niente. E questo pomeriggio, mentre ero lì sul divano che non facevo niente, mi è venuto da pensare che, fosse andata avanti per molto, la situazione, come si poteva fare? Bisognava avvertire tutti, telefonare col cellulare a tutti e dirgli che per un po’ di tempo, non si sa quanto, ma speriamo poco, il numero del telefono di casa sarebbe stato diverso, poi spiegare il perché, e ripetere la stessa storia a tutti, insomma, una faticaccia.

Poi mi è venuto anche da pensare che una situazione come quella che stavamo, e stiamo, vivendo, sarebbe potuta essere, e lo potrebbe essere ancora, la volta buona per sbarazzarsi di tutti i telefoni, una volta per tutte.

Ma, mi è venuto in mente dopo, una cosa come questa, potrebbe anche essere usata da un ipotetico regime totalitario, che, per annientare, o almeno ostacolare, le comunicazioni a lunga distanza, ma anche a breve, distanza, potrebbe invertire a caso tutti i numeri di telefono d’Italia, per creare un po’ di scompiglio, e poi staccarli definitivamente, che se uno provasse a chiamare qualcuno non sentirebbe manco più tuuu tuuu tuu, ma solo silenzio. Però, mi sono poi chiesto da solo, che bisogno ci sarebbe di invertire per un poco tutti i numeri di telefono? Non potrebbero staccarli tutti subito? Allora mi sono risposto che, da una parte, sarebbe troppo facile, troppo poco crudele, e io questo regime totalitario me lo stavo immaginando crudele, dall’altra, che è proprio perché i numeri di telefono del mio paese erano stati invertiti che mi era venuto da pensare a quella storiellina, quindi la domanda era fuori luogo.

Poi, come ogni volta che andiamo in questo outlet enorme, appena entrati, i miei vanno dove vogliono loro, io entro nella libreria che c’è appena arrivati all’ingresso e sto lì per un’ora buona, anche due, se mi va. Mi metto lì e guardo tutti i libri, Adelphi, Einaudi, Feltrinelli, Mondadori no, che la Mondadori è in fondo in fondo e di solito quando arrivo lì è già ora di andare via, al massimo uno sguardo veloce; poi passo ai settori poesia, filosofia, musica, arte; se ho ancora tempo torno a guardare i primi libri che avevo guardato, e poi compro qualcosa. Non c’è stata una volta che sia uscito a mani vuote, e a tasche piene, da quella libreria.

Anche oggi, infatti, ho passato un’ora solo dallo scaffale della Adelphi, poi dopo c’era quello Einaudi e mi son ricordato di voler leggere qualcosa di Paul Auster, che non ho mai letto ma che mi interessa leggere, chissà perché. Ho cercato la A di Auster e ci saranno stati una decina di suoi libri, li ho guardati tutti, ho letto i retrocopertina, e alla fine ero indeciso se prendere La musica del caso o Trilogia di New York. Non ero convintissimo, però. Non lo so perché, ma avevo uno spiffero di voce in testa che mi diceva che forse era meglio non prenderli. E allora ho continuato a curiosare e mi è venuto in mente di cercare Paolo Nori, che di solito quando vado in libreria lo cerco sempre, e si vede.

C’era Pancetta e Noi la farem vendetta. Ho guardato il prezzo, “ok”, mi son detto, “li prendo.” Li ho presi, ho finito il mio giro, ho dato uno sguardo a Il mondo come volontà e rappresentazione, ripromettendomi che un giorno lo comprerò, sono andato alla casa e sono uscito. Ero indeciso su quale cominciare per primo, che io i libri di Nori li inizio appena dopo averli comprati e al massimo due giorni dopo li ho già finiti. Ho iniziato prima Noi la farem vendetta e per tutto il tempo ho letto.
Voglio dire, mentre camminavo per i negozi, leggevo; mia madre entrava in un negozio, io restavo fuori e leggevo. Ero proprio preso. Infatti a casa mi sono chiesto, ma quanta gente avrò fatto ridere? Vedere uno che cammina, tutto serio, la testa in un libro, che non guarda manco la strada che fa, con quella faccia poi. Mi son vergognato.

Ho anche incontrato due ragazzi che avevo conosciuto un mese fa, al concerto del Teatro degli Orrori, erano seduti su una panchina e mi han salutato, e io gli sarò passato a dieci centimetri dal naso e non li avevo visti. Mi han chiamato, mi son girato li ho visti li ho salutati: “Ciaaaaoooo” e poi, senza dire più niente, son tornato a camminare leggendo. Anche lì mi son vergognato, poi, a casa. O meglio, adesso che lo scrivo e ci ripenso.

E poi anche quel saluto, “Ciaaaaaaooo”, nemmeno fossero i miei migliori amici. Era un po’ esagerato, però ero sorpreso; son stato sincero, questo è da dire. Dopo che mi sono allontanato gli ho sentiti ridere.

Che a me sta cosa che la gente mi ride dietro mi perseguita da anni. Ne sono convinto. Io c’ho qualcosa di buffo, ma non buffo, di ridicolo, che la gente mi ride dietro, quando passo, ma è un riso cattivo, di scherno, che li sento anche dopo dei giorni, nella mia testa, che mi ridono dietro. Anche oggi, c’erano due ragazze, dentro l’outlet, sedute su una panchina, davanti alle casse del Ipercoop, stavano parlando, io sono passato, dopo un secondo sono scoppiate a ridere, ma come delle matte, ridevano, ridevano, ridevano. Lo so che magari ridevano per una cosa loro, e che non mi hanno nemmeno visto, magari, ma appunto, magari, magari no. Magari ridevano di me. Io penso ridessero di me.

Noi la farem vendetta l’ho letto quasi tutto, oggi. Sono arrivato a casa che mi mancavano ancora quaranta pagine. E mentre che ero lì che leggevo, questo pomeriggio, ho pensato che era una situazione strana, arrivare a casa, poggiare un libro che hai appena comprato e già letto sulla mensola della biblioteca, e sapere che ormai l’hai già letto, che ora starà lì senza far niente per chissà quanto, forse per sempre, se non lo rileggerai, magari lo rileggerai, ma non subito, chissà fra quanto. Comunque, mentre avevo questa situazione in testa, mi è venuto spontaneo pensare: Ma se torno alla libreria e lo poso, che ormai l’ho letto, ne posso prendere un altro?

Qualche ora fa ho finito il libro e mi sono ricordato di avere un disco, che parla di quello che è raccontato in Noi la farem vendetta, cioè i fatti del luglio 1960, a Reggio Emilia, dove cinque civili, cittadini senza armi, furono aggrediti e uccisi dalla polizia che sparò ad altezza d’uomo in mezzo alla folla, non si capì mai bene il perché, in relazione comunque a un convegno del Msi che si sarebbe dovuto tenere nel teatro che si affaccia sulla piazza del delitto. Il disco si chiama Dividing Opinions, è dei Giardini di mirò, ed è uscito nel 2006.

Ho pensato che, se avessi avuto internet funzionante, avrei mandato una mail a Nori per segnalargli il disco, che magari non lo conosce ancora, e potrebbe interessargli, solo che internet non va. Però mi sono ripromesso di farlo, appena torna. Anche se gli darò fastidio.

Io ho sempre l’impressione di dare fastidio, alla gente, quando le parlo, le scrivo, le dico qualcosa. Ma il bello è che, nonostante sia convinto di dar fastidio, continuo a scrivere, a parlare, a dire delle cose. Però un po’ di rimorsi mi vengono, ogni tanto.

Spesso.

Quasi sempre.

No, no, mettiamo le cose in chiaro: io vivo, di rimorsi, e di vergogne.

Piccola pausa velleitaria ed inutile: ho scoperto che il programma di scrittura che uso permette di zoomare o rimpicciolire le pagine che hai scritto, ora ho rimpicciolito al 39% e voglio vedere se riesco a scrivere tutto giusto senza sbagliare, e mi sembra proprio di si perché non vedo segnetti rossi, ah no, segnetti me l’ha segnato in rosso, ma l’ha fatto pure adesso, quindi forse non la riconosce come parola, comunque basta, esperimento delle 3:28 finito.