giovedì 30 dicembre 2010

Nessun titolo

Riprenderò a parlare, a camminare a bassa voce sotto i portici di vuoto e le notti di lampioni avvitati male. Voglio scrivere la tua storia sulle cartine stradali. Voglio uscire di casa senza sabbia in bocca o lame da affilare. Voglio ricoprire di carta stagnola le stelle e inchiodarle alla pelle, quando sto male.

domenica 26 dicembre 2010

Prove

“Ehi, non tocca a te parlare adesso?”
Iris si scuote i capelli e si accende un’altra sigaretta. Mi scruta da quelle fessure che ha per occhi e si versa un altro bicchiere. Mi sento vulnerabile e in balia di qualsiasi pensiero angoscioso.
“Bene così” dice Sol. Poi fa una pausa e dice: “Stasera mi mancano tutti”.
Lei l’avrebbe capito di sicuro.
“Uno bisogna che esca un po’ ognitanto..” dice, lanciando un’occhiata a Sol. “Capisci cosa voglio dire?”
“Oh Gesù” dice lui, guardandoci entrambi “L’hai già detto mille volte..”
Iris, un po’ come la mia prima moglie, quando dorme sogna in maniera piuttosto violenta, e d’improvviso mi prende una fitta alla caviglia, proprio dove mi ha colpito stanotte, nel sonno. Ogni tanto mi chiede della famiglia, di mio figlio.
Altroché se capisce, Iris.
Dall’arena si sente la banda che ha ricominciato a suonare, e alcuni accordi riescono a superare la distanza fra noi e i musicisti.
Sol si toglie di nuovo il cappello e se lo rigira fra le mani come se volesse controllare la tesa.
“Ma è davvero fuori pericolo? I medici hanno detto che non è in coma.” Rimane in attesa, fissandoci.
“Che vuoi che dicano?” sbotta Iris “Non sanno manco loro come finirà.”
“Ho visto..” dice Sol, ma non sembra molto convinto.
Siamo seduti in soggiorno, attorno al tavolo, coi copioni e delle bottiglie di chissà cosa a stabilire certe distanze. Inizio a sentire la pioggia battere sopra il tetto e mi alzo a chiudere le finestre.
“Sentite” dico “è inutile stare qui a chiedersi come finirà. Stavamo provando, no?”
“Già” dice Iris, guardando verso il salotto e tirando una boccata di fumo, mentre stringe gli occhi.
Riprendiamo i nostri copioni in mano e cerchiamo il punto dove avevamo interrotto.
“Mi sembra che dovessi essere tu a parlare”
“Si, Iris. Un attimo, ho perso il segno”
“Terza riga”
“Grazie. Ok”
Inspiro e cerco di non pensare. Recito:
“Tesoro, non ti demoralizzare. Le cose cambieranno. Ti aiuterò io a trovarne uno, questo fine settimana. Andrà tutto bene, vedrai.”
Sol sogghigna sconfortato.
“Cazzo Sol, la vuoi piantare?! Non abbiamo concluso un cazzo stasera” dice Iris.
“Ma che hai? Non ho parlato!”
“Senti Sol” fa un profondo respiro e si abbassa di una spanna, soffiando l’aria dal naso. “Nessuno di noi tre è dell’umore giusto per provare, ma dobbiamo farlo. Ok?”
“Ok, ok..” dice lui, abbassando lo sguardo. “è solo che mi sembra ridicolo farlo senza di loro.”
“Dobbiamo, Sol.”
“Lo so, lo so.”
Ripeto la battuta come se non fosse successo niente.
“Non so..” recita Iris.
“Davvero” dico io, e le poso la mia mano sulla sua, come da copione. Sento di non essere mai stato spontaneo in vita mia. Da piccolo pensavo sempre che la mia vita fosse uno di quei film che tanto guardavo.
Iris mi guarda e sorride. “Grazie” dice. Poi gira la pagina.

Riso

Il telefono è staccato. Nessuno sa dove siamo. La pioggia fa un suono talmente delizioso che spengo la musica e ti dico di ascoltare. Lo fai per pochi secondi, poi sembri ritornare sul tuo libro senza molto interesse per le mie meraviglie gratuite. Io invece rimango con gli occhi chiusi e mi immagino la strada macchiarsi d’acqua, le gocce cadere sempre più grosse, sfracellarsi contro l’asfalto sporco e tiepido. La pioggia che bagna di poco le finestre e slabbra di poco le dimensioni; che atterra senza suono e fresca, pesante; che tocca tutto ciò che c’è fuori da questo albergo: che si riunisce in un’unica, grande, pozzanghera.
Rimaniamo in silenzio per diversi minuti, poi mi abituo al suono della pioggia e quasi non lo sento più; allora mi alzo e guardo fuori dalla finestra. Per strada non c’è nessuno. Sono le due del pomeriggio, d’altronde. Nemmeno noi siamo in strada e, magari, molti di quelli che sono in casa in questo momento stanno guardando alla finestra pensando che è normale che nessuno sia in strada, non lo sono nemmeno loro, d’altronde.

Mi sono addormentato sul divano e quando mi risveglio tu stai davanti al fornello cercando di cucinare qualcosa. Guardo l’ora e sono solo le cinque di pomeriggio.
“Ma è presto..” ti dico.
“Ho fame” mi dici, senza nemmeno voltarti, ma sento che lo dici sorridendo, come se stessi sperando che non me ne accorgessi e continuassi a dormire.
“Cosa stai facendo?”
“Riso”
“Come fai a mangiare del riso alle cinque di pomeriggio?”
“Quando ho fame mangio. L’ho sempre fatto. E tutti mi hanno sempre chiesto: “Come fai a mangiare alle cinque di pomeriggio?”” dici sospirando.
“Eh, infatti.”
“E io ho sempre risposto che quando ho fame, mangio.”
Mi esce una risatina che sembra strana. Infatti ti giri e mi guardi.
“Problemi?” mi dici sorridendo, fingendo una minaccia.
“No, amico, figurati, amico. Però stai calmo ora!”
Riesco a farti ridere. Ti siedi accanto a me con il tuo piatto di riso, una forchetta e mi guardi. A un certo punto scoppi a ridere.
“Che hai?” ti chiedo, ridendo anch’ io.
“Fai una faccia..” e continui a ridere. “Sembra che stai seduto accanto a un' aliena”. E ridi ancora di più.
“Ma no, è che..boh, non ti ho mai visto mangiare così presto. Fai pure, ci mancherebbe.”
Posi il piatto sul tavolino e riaccendi la televisione. Come al solito sei nella tua solita posizione: una gamba piegata sotto il sedere e l’altra a penzoloni giù dal divano.
Alla televisione passano una puntata del tenente Colombo, come sempre. A un certo punto inizio a sentire fame anche io, sebbene siano appena le cinque e un quarto.
Dopo dieci minuti di borbottii nel mio stomaco, mi alzo e quando sono già davanti al fornello ti dico:
“M’hai fatto venire voglia pure a me”, vergognandomene un poco.
Sogghigni senza staccare lo sguardo dallo schermo.
Quando l’acqua bolle, aggiungo il sale e getto il riso. Subito una zaffata di vapore mi si sbatte in faccia. Dopo sento un grande freddo, ma lentamente anche questo passa.
Rimango lì davanti alla pentola a fissare l’acqua che bolle e il riso che si muove, gorgoglia, borbotta, si agita, sale, scende, sale, scende, sale e scende turbinando..
Sarà colpa del vapore, ma mi viene sonno, un sonno leggero. Da bambino, penso.
Scolo il riso e lo metto nel piatto, anche se la fame mi è già quasi del tutto passata.
Mi guardo allo specchio sopra il fornello e vedo che non mi sono nemmeno pettinato oggi: ho i capelli tutti arruffati. Me li sistemo senza molta cura con una mano, mentre già ritorno al divano.
Tu ti sei alzata e guardi alla finestra, con una mano appoggiata alla tenda a lato del vetro.
Mi siedo sullo schienale del divano e ti guardo, mangiando. Non finisco nemmeno il piatto e lo riporto sul fornello.
Ha smesso di piovere.
“Cosa guardi?”
“Niente.”
“Interessante..”
“E piantala” mi dici facendo sfuggire un accenno di risata. Silenzio. “Per quanto dovremo stare ancora qui?”
Sapevo che me l’avresti chiesto prima o poi.
“Un mese o due” ti dico.
Sospiri.
Ti dico: “è per il nostro bene, lo sai..”
“Si, lo so. È che mi annoio.” Ti giri e ti appoggi alla finestra. “Non so che fare tutto il giorno in una stanza d’albergo.”
“Potremo uscire, qualche volta, ma non di sera: ci sarebbe troppa gente in giro. Magari subito dopo pranzo, quando quasi tutti sono ancora in casa.”
“Ma ci saremo solo noi. Ci noterebbero di più.”
Sospiro anche io, grattandomi con un dito la nuca.
“Beh qualche volta lo potremo fare comunque. Anche perché pure qui all’albergo potrebbero insospettirsi.”
Vieni avanti e mi dai un bacio. Mi tieni un attimo la testa fra le mani e non dici nulla, poi torni a sederti, riapri il libro che stavi leggendo e, un attimo prima di ricominciare a leggere, dici:
“Stasera a cena voglio mangiare schifezze.”

mercoledì 15 dicembre 2010

L'ultima sigaretta

"In realtà è un’accozzaglia ordinaria di cose senza senso. Che tu ti illudi che abbiano una loro specialità, un loro significato.. ma non esiste.

E infatti mi ero concesso l’ultima sigaretta, l’ultima, e era dopo il concerto alla casa 139, a Milano, e avevo tenuto questa sigaretta tutto il giorno e mi ero detto La fumo dopo il concerto, perché di solito era una cosa che, sai, dopo il concerto, tutto sudato, fradicio, ti fumi la sigaretta ti piace. Allora mi son tenuto sta sigaretta, finito il concerto me la sono accesa, ho goduto il primo tiro, poi qualcuno mi ha distratto, ho dovuto fare altro, forse mi son messo a parlare, a fare delle cose, poi guardo sta sigaretta.. era alla fine."

venerdì 3 dicembre 2010

Idee strane

In questi giorni mi sono venute tre idee, che alla fine poi sono due, però alla fine sono anche tre.

La prima è che mi piacerebbe scrivere la storia di un gruppo che non è mai esistito, ma non un romanzo, nemmeno un racconto, proprio una specie di biografia, come se quel gruppo fosse esistito davvero. E, per farlo sembrare realistico, metterci dentro tutte le mie esperienze con tutti i gruppi che ho visto, o perfino ho conosciuto, o che ho soltanto visto suonare.

La seconda idea è che mi piacerebbe scrivere la biografia di uno scrittore che non è mai esistito, e farlo con una serietà e una devozione, se così posso dire, davvero speciale. E infatti in questi giorni mi sono venute in mente tante di quelle frasi da attribuire a questo scrittore mai esistito, tanti di quegli atteggiamenti, che per un momento mi sono detto: ma dai, ci proviamo a farla sta cosa? Poi mi è passato.

La terza idea cazzo me la son dimenticata.

sabato 27 novembre 2010

Cose da fare

è stato bello pensare, stasera, di aver qualcosa da fare al computer. Era come se il mio stare al computer acquisisse un senso, che di solito quando sono al computer non è che faccia delle gran cose, però ci sto tanto, quindi magari uno da fuori potrebbe anche pensare: perdita di tempo, invece perdita di tempo un cazzo, e poi vogliam parlare della vostra televisione? Ecco, allora, per favore, su, camminare, che non voglio sentire sti discorsi.

E quindi ero di sotto, in salotto, e stavo venendo di sopra, qui, al computer, e pensavo: che bello, devo fare delle cose al computer. E questo dover fare delle cose, quest’occupazione ma senza preoccupazioni, mi piaceva e mi piace tutt’ora. Che poi le cose che avevo da fare non è che fossero chissà cosa: fare la lista di Natale per mia nonna e scrivere un compito per il lettorato di inglese, centocinquanta parole sulla televisione italiana, una cosa un po’ culturale, non tanto l’esperienza vostra, aveva detto la lettrice. Va bene, facciamo così. Ci ha dato due settimane per farlo, oggi è venerdì, la prossima lezione è martedì, se glielo mando oggi (vuole che glieli mandiamo via mail, i compiti) gliel’avrò mandato ancora prima della prossima lezione, pensavo mentre salivo le scale , e già mi immaginavo la scena: ragazzi, ho visto che nessuno mi ha mandato la composition, tranne uno, un certo Dellapiana. Sì, sono io. Ecco, l’ho letta e va bene, falle pure così. Va bene. E poi quel momento di silenzio che significa: vedete lui? Fate come lui, invece di non fare niente tutto il giorno per due settimane e poi mandarmi la composition il prossimo lunedì sera.

E, mentre che pensavo tutte queste cose, ero già arrivato di sopra avevo acceso il computer.
Avevo acceso il computer e mentre avevo pensato: quasi quasi faccio prima la composition, guarda , che bravo, prima il dovere poi il piacere, che poi, piacere, mica tanto, è sempre una rottura di balle fare sta lista, di solito son sempre lì a farla a mano, sul treno, a pensare ai dischi che voglio senza averli davanti, prima di arrivare a casa di mia nonna e dargliela, che lei tutte le volte la apre, fa finta di leggerla, poi dice che l’ho scritta male, che non ci capisce niente, e io ogni anno mi chiedo perché non l’ho scritta al computer e infatti quest’anno la scrivo al computer, pensavo, poi non è andata proprio così.

È andata che poi sono arrivato di sopra, ho acceso il computer, mi sono seduto e mi son messo a scrivere una specie di poesia che, mentre mangiavo cena, mi era venuta su naturalmente, e mi erano venuti su i primi due o tre versi, che fanno così:
La parola CARNE
Ha, dentro di sé,
un dente.
E quei versi m’erano venuti quando avevo morso un tortellino in brodo, e avevo sentito la carne, e mi era venuta quest’immagine di un dente nella carne, e poi le poesie, se così vogliamo chiamarle, sono un po’ strane da spiegare, e alla fine ti sembran sempre delle cagate. Anche sta qui, il tortellino. Quindi meglio non spiegarle. Meglio dire che mi è venuta così, di colpo, mentre vagavo nel nulla e nella disperazione più totale, abbruttito dai mali della vita e dal nichilismo assoluto che mi pervade l’anima fin dalla nascita. Meglio dire che mi son messo lì a scrivere i primi tre versi e poi tutto il resto è venuto da sé, in cinque minuti, senza correggere niente, e questa poesia, se così la vogliamo chiamare, si chiama La parola CARNE e fa così:

La parola CARNE
Ha, dentro di sé,
un dente.
Un incisivo
Ficcato nel cuore di ogni carne.

Ogni dente è il germoglio di una carie,
ogni carie fiorisce nella carne.
Carie della carne,
carie della carne.

Pezzi
di bovini macellati:
ogni taglio un dente,
un incisivo
insito
nel centro della carne.

La carne vuole carne,
carne vuole carie, carie.

I fiori della carie,
carichi di petali
gonfi d’acqua
sgravanti,
spioventi
sulla pietra umida
e ruvida,
umida e ruvida.

La CARNE,
ricopre
i fiori
in bozzoli
di tumori
mai nati.

La CARNE,
espelle,
risucchia,
gonfia,
putrefazione di sé stessa.


-


I
colori
dell’arcobaleno
nei riflessi di carne
vecchia
quasi andata a male.

Sotto le luci delle vetrine,
la carne fosforescente,
i filetti, magri
e nudi
sono rosa
come un chewingum.

Pezzi d’America,
un tempo viventi.


Ecco, dopo che l’avevo scritta, ero talmente contento che mi son dimenticato delle cose che dovevo fare, perché era tanto che non scrivevo e ancor di più che non scrivevo una poesia, se così la vogliamo chiamare.
Allora ho fatto un giro su internet, suppongo, non ricordo bene, ma ricordo di essermi ricordato delle cose che avevo da fare solo un’oretta dopo, e mi son detto: Adesso le faccio. Però che palle la lista di Natale, quella magari la faccio domani, che tanto è il 26 novembre, che fretta c’è?
Poi dopo un po’ mi son ricordato della composition di centocinquanta parole sulla televisione italiana, un po’ culturale, non tanto sulla vostra esperienza personale, e anche lì, due balle. Magari domani. Non facciamo gli sboroni, che poi se son davvero l’unico ad averla mandata, ma che figura ci faccio?
E quindi non ho fatto niente di quello che dovevo fare, ho scritto una poesia, se così la vogliamo chiamare. Per oggi io dico che va bene.

mercoledì 3 novembre 2010

Nietzsche (forse capitolo uno, o forse anche basta così)

Mi è capitato di preparare un esame su Nietzsche, ultimamente, e la cosa che mi è rimasta più impressa, di quest’esame che ho preparato, è che Nietzsche sia stato portato via da Torino, ormai demente, su un treno diretto a Basilea, con un berretto da notte in testa, mentre cantava una canzone napoletana.

E pensavo che questa cosa qui, sarebbe bello iniziare da qui, dalla fine.

Ci pensavo proprio in questi giorni, in cui preparavo l’esame, che a me, le cose stupide, quelle senza grande importanza, quelle che staranno sempre fuori dalla Storia, insomma, le cazzate, mi rimangono sempre impresse. Cioè se ora uno dovesse chiedermi di spiegare la filosofia di Nietzsche, ci metterei un momento, a iniziare, e probabilmente non direi nemmeno tutto, ma se uno mi chiedesse cosa mi ricordo, io, di Nietzsche, cosa mi è piaciuto, io non avrei dubbi: Nietzsche, filosofo fondamentale per la storia dell’ottocento e del novecento, dopo aver vissuto per qualche anno a Torino, impazzito, è stato fatto salire su un treno per Basilea da un suo amico che si chiamava Overbeck, venuto a Torino apposta per salvare il suo amico, dopo aver ricevuto delle lettere deliranti, e, sul quel treno, Niezsche, Friederich Nietzsche, autore di opere come La nascita della tragedia, Crepuscolo degli Idoli, Così parlò Zarathustra, Ecce Homo, L’anticristo, filosofo fondamentale per la civiltà moderna fra ottocento e novecento, ci è salito con un berretto da notte in testa e cantando una canzone napoletana.

E pensavo: chissà che canzone era? Per me era “Funiculì Funiculà”.

Che Funiculì Funiculà è una canzone napoletana, io non è che ne sappia molto di canzoni tradizionali, anzi non ne so proprio niente, ma non perché non mi piacciano, non mi sono mai interessato, uno a delle cose si interessa ad altre no, vai a capire il perché poi, però dicevo che Funiculì Funiculà è una canzone napoletana nata agli inizi del Novecento, in Campania, per celebrare l’arrivo in quelle zone della funicolare. E questa cosa la so non perché sono andato a cercare informazioni su Internet, ma perché mi ricordo che era la risposta a una domanda di Chi vuol esser milionario, che a dirlo un po’ mi vergogno, ma, un po’ di anni fa, io guardavo Chi vuol esser milionario tutte le sere, era un appuntamento fisso, quand’ero più piccolo avevo perfino il videogioco per il computer, e ricordo che a una ragazza avevano chiesto quale avvenimento celebrasse Funiculì Funiculà, o una domanda simile, probabilmente messa in un modo più difficile, che letta così è evidente, che Funiculì Funiculà celebri l’arrivo della funicolare a Napoli, o in Campania, comunque. Ma poi perché celebrare? Cosa c’entra il verbo celebrare con Funiculì Funiculà? Delle volte uno dice delle cose che se ci pensa ci rimane stranito, sembra quasi che non siamo noi a parlare, delle volte.

E pensavo che questa cosa qua, dell’essere parlati, la diceva anche sempre Carmelo Bene.

Che poi, a dirla tutta, non è che se la fosse inventata Bene, la cosa dell’essere parlati, è tutto un discorsone lungo di Lacan e anche di De Saussure, che Bene citava spesso, soprattutto nella puntata dell’Uno contro tutti di Maurizio Costanzo, dove, fra l’altro, dice che Nietzsche è impazzito, e se l’è meritato, non come tanti pazzi di oggi, che non se lo meritano, che sono mediocri.

lunedì 11 ottobre 2010

Cartelli

C'è una poesia di Bukowski che si chiama "E così vorresti fare lo scrittore?" che è da un po' di tempo che mi fa pensare, e che mi fa venire voglia di scriverla qui, e di questa poesia io ne ho già parlato a diversa gente, e l'ho fatta leggere, anche, a diversa gente, quindi magari ora sembrerò un po' noioso o anche ripetitivo, ed è così, perché io sono noioso e ripetitivo, quindi lasciatemi fare che voglio mantenermi saldo ai miei problemi.

Ecco, c'è questa poesia di Bukowski, che fra l'altro ha dato anche il titolo a un libro di poesie, sempre di Bukowski, che appunto si chiama, E così vorresti fare lo scrittore?.
Questa poesia, per me, dovrebbe, e questa cosa l'ho già detta a tutti, quindi perdonatemi se la ripeto, ma è proprio una cosa che, non c'è niente da fare, mi è venuta così spontanea la prima volta, che mi è rimasta impressa, marchiata a fuoco da qualche parte del cervello; questa poesia, dicevo, per me, dovrebbero attaccarla in giro per strada, al posto dei cartelli stradali, o fare dei cartelli apposta, nelle grandi piazze, delle grandi città, e anche delle piccole, e appenderla ovunque, nelle librerie, nelle biblioteche, nei negozi di penne e quaderni, nei negozi di informatica, per strada, ovunque.

Questa è una poesia che, per me, crea un prima e un dopo, se uno la legge attentamente, e, quando dico attentamente, non intendo con attenzione, ma con il cuore aperto, solo che dire subito con il cuore aperto mi sembrava un po' troppo patetico, ma qui, un po' in fondo, credo vada bene.

Un giorno poi, me lo riprometto da tempo, più o meno da quando ho iniziato a parlarne alla gente, di questa poesia, io un giorno questa poesia me la voglio scrivere al computer, stamparla su un foglio e poi attaccarmela sulla parete che ho davanti quando scrivo al computer, in modo che ogni volta che aprirò il programma di scrittura, ci penserò un attimo, prima di scrivere. E non cambierà niente, lo so già, continuerò a scrivere lo stesso, però con una coscienza, mi viene da dire, differente.

Ecco, io direi che come introduzione questa va bene ed è già fin troppo lunga, quindi lascio la parola a chi ha scritto una poesia come questa, che per me, solo con questa poesia, s'è guadagnato l'immortalità.



E così vorresti fare lo scrittore?


se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun
altro,
lascia perdere.

se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce come un ruggito,
fai qualcos'altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persona che si definiscono scrittori,
non essere monotono e noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall'auto-
compiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall'anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all'omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.

quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sé e continuerà
finchè tu morirai o morirà in
te.

non c'è altro modo.

e non c'è mai stato.

domenica 3 ottobre 2010

Che poi

Volevo dire ancora una cosa, su questo argomento, una cosa che mi è venuta in mente prima.
Pensiamo a un popolo con un alfabeto di sole cinque lettere, che popolo sarebbe? Un popolo di trogloditi, sarebbe.

Cose che mi vengono in mente alle due di notte

Il popolo potenzialmente più intelligente, aperto mentalmente, e, secondo me, portato a qual si voglia forma d'arte è quello con l'alfabeto più largo. Esattamente, più largo, comprendente il maggior numero di lettere, che alla fine non sono altro che segni convenzionali che codificano dei suoni. Ecco, se si mettono a confronto tutti gli alfabeti esistenti, quello più lungo, quindi più largo, per me sarebbe interessante andare a vedere di chi è, quell'alfabeto.

Più lettere si hanno, più suoni possono essere espressi, e, secondo me, questo porta a una maggior ricchezza di sfumature. Mi ricordo una cosa che mi ha detto una ragazza che conosco che ha fatto un corso all'università sul significante e il significato, mi sembra di ricordare, corso che se ci fosse da me lo farei subito, ma non divaghiamo, dicevo, in questo corso, il punto di partenza era che le parole, in una lingua, se si dicono in un certo modo, c'è un motivo, se ricordo bene.

E poi, se uno ci pensa, è anche solo una questione matematica: più lettere si hanno, più parole si possono formare, e, allora, più parole si possono formare più sono le cose che si possono dire e le sfumature di senso che si possono avere. Non c'è manco bisogno di tirare in ballo il classico esempio dei mille modi di dire neve, e tutta quella storia che tutti sappiamo già del Senso di Smilla per la neve, che me la citava perfino il mio professore di filosofia al liceo nei momenti morti.

Un' altra cosa che mi viene mente, che è successa qualche anno fa, è quando mi è capitato di parlare con un'amica rumena di mia cugina. Eravamo seduti su una panchina a parlare, era di sera, d'estate, e si parlava di scuola, credo, ma non sono sicuro, e a un certo punto questa ragazza aveva detto che in rumeno c'erano due vocali in più.

E me le aveva dette e io ero rimasto stupito, perché mai avevo immaginato che, diciamo in Europa, ci potessero essere delle diversità, fra i vari alfabeti, che le lettere insomma erano quelle, come se fossero state imposte dall'alto. Per tutti. E invece non è così.

E poi mi sono un po' perso, ma queste son cose che vengono così improvvise, che manco sembra di averle pensate, son delle cose che passano e come si fa a fermarle?

venerdì 1 ottobre 2010

Asce - Discorso immaginario sui gialli (quarta parte)

Ma, a pensarci meglio, forse sono solo io che non sono capace a riassumere i gialli. Mi viene in mente che, qualche anno dopo la malsana idea di scrivere un romanzo uguale a Dieci piccoli indiani, una domenica che ero da mia zia, mentre lei stava verniciando delle persiane, le avevo voluto raccontare un giallo che stavo leggendo, mi sembra di Jeffery Deaver: le avevo raccontato i primi due capitoli in mezz’ora, lei mi aveva ascoltato, in silenzio, dopo un po' mi aveva fermato, mi aveva detto che non ci aveva capito niente, e mi aveva fatto notare tutto quello che avevo sbagliato, nel raccontare, e mi aveva detto di finire il libro e la settimana dopo di tornare e raccontarglielo bene. E io la settimana dopo ero tornato, gliel’avevo raccontato, l’avevo di nuovo raccontato male.

Asce - Discorso immaginario sui gialli (terza parte)

E a scrivere il riassunto di Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo, mi è venuto da pensare che i gialli, a riassumerli, sembrano sempre ridicoli.

giovedì 30 settembre 2010

Asce - Discorso immaginario sui gialli (seconda parte)

Dieci piccoli indiani è stato il primo libro per adulti che ho letto, e il primo giallo, anche, che ho letto. Che ora, poi si dice ora ma non è ora, è un po’ di tempo fa, allora, un po’ di tempo fa ho ripreso in mano qualche libro della Christie, non riesco più a leggerli. Mi sembrano così banali, così vuoti. Mentre a tredici, quattordici anni leggevo solo gialli, e in particolare solo gialli di Agatha Christie, ora non riuscirei a leggerne uno in un mese. Son cambiato.

Me lo ricordo benissimo, il giorno in cui ho comprato Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo. Era poco prima di Natale, ero già in vacanza, e dovevo leggere per i compiti di italiano Dieci piccoli indiani di Agatha Christie e Sogno di una notte di mezza estate, di William Shakespeare. Li avevo presi in una libreria in centro ad Alba e, mi ricordo, tornando indietro al parcheggio dove era la nostra macchina, c’era la neve, erano le sei di sera, forse anche le sette, avevo detto a mia mamma che non volevo leggere i libri delle vacanze, che Shakespeare era noioso e pesante e Agatha Christie mi faceva paura. E io Shakespare e Agatha Christie non li avevo mai letti.

Ma era una di quelle mie cose di cui mi convinco, e mi convincevo, che poi a togliermele dalla testa ci vogliono le asce, e poi, quando mi accorgo che i miei pregiudizi erano sbagliati, infondati, stupidi, mi sento sempre piccolo, e mi vien da parlare piano.

E poi l’avevo letto in due giorni, Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo, e mi era piaciuto da morire. Solo che, e questa cosa mi fa pensare, appena arrivato a casa, avevo aperto il libro per leggere la prima parola e l’ultima del libro, come facevo sempre, e, in pratica, avevo già letto chi era l’assassino.

Mi fa pensare perché mi viene da chiedermi: e se non avessi il nome dell’assassino prima di iniziare il libro, sarebbe cambiato qualcosa? Mi sarebbe piaciuto lo stesso? O di più? O di meno? E ora leggerei ancora gialli, se non avessi letto il nome del primo assassino del mio primo libro giallo, prima di iniziarlo, il mio primo giallo. Son cose che fanno pensare, per me. è un po’ come quella storia del What if..?, mi sembra ci siano anche dei libri su questa cosa, cioè: cosa sarebbe successo se.. qualcosa. Di solito si fa con la Storia, questo discorso, la storia studiata a scuola, istituzionalizzata. Ma a pensarci lo si potrebbe fare anche con la Storia Personale, che per come sono fatto io ha la stessa importanza della Storia Universale. Sarei lo stesso se, invece di andare a leggere l’ultima pagina, fossi andato a bere un sorso d’acqua e me ne fossi dimenticato? Secondo me no, ma non saprei dire altro.

Forse è ora di fare una puntualizzazione, di aprire una parentesi, per quelli che Dieci piccoli indiani non l’hanno letto. Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, parla di dieci persone riunite su un’isola deserta, sole, fra le quali si aggira un assassino che lentamente uccide uno per uno tutti i suoi compagni. E nella casa dove stanno c’è una specie di scultura, con dieci negretti, e ogni volta che uno muore scompare un negretto.

E poi muoiono tutti tranne due, che si ammazzano a vicenda, e si crede che tutto sia finito, ma si scopre che uno di quelli che erano morti tempo prima non era morto veramente, fingeva soltanto, e, quando poteva, si alzava e andava a ammazzare gli altri. Ecco, l’assassino è il giudice Lawrence Wargrave. Così, per rovinarvi il finale.

Che magari ora vi ho pure cambiato la vita, che non è che sia per forza una cosa buona, o per forza una cosa cattiva, però magari poi, fra tanti anni, mi ringrazierete.

Ma molto più probabilmente no.

Asce - Discorso immaginario sui gialli (prima parte)

Ho scritto un romanzo breve, in quarta ginnasio. È la copia esatta di Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie. L’ho scritto tutto a mano, su un quadernetto di taglia piccola con la copertina rigida, di cartone. A matita, con la grafia che avevo 6 o 7 anni fa, una grafia che ora, a guardarla, mi sembra orrenda. L’ho ritrovato stasera, nel cassetto dove per anni ho messo le cose che scrivevo: per la maggior parte poesiacce da adolescente deficiente. Era in cima a tutta quella pila di fogli, e me l’ero scordato. Ho aperto il libricino e sulla prima pagina c’è scritto:

Alunno/a: Dellapiana Andrea

Classe:

Scuola: IV gin A

Materia: Gialli

Sottolineato due volte.

Ricordo che l’avevo portato in giro per mesi, quel quadernetto. L’avevo fatto leggere a mia zia, e gliel’avevo portato il giorno del funerale della mia bisnonna. L’avevo portato a una collega di mia madre e probabilmente pure alle mie cugine. L’avevo fatto leggere anche a mia madre.

Prima dell’inizio del romanzo avevo scritto tutti i nomi dei personaggi con una breve descrizione per ognuno, per aiutare i lettori , credo d’aver pensato quand’ero troppo piccolo per rendermi conto di quanto fossi stupido.

Jack Smith (che vergogna): Propietario del Gothic Hotel (voglio morire. Il Gothic Hotel…)

Mary Smith: sorella di Jack e prop. del Gothic Hotel

Emily Brosten: vecchia signora casa e chiesa

Anthony Fishers: proprietario di un negozio di alimentari

Vera Nickson: moglie di A. Fishers

Edward Clopper: star della tv in declino

Din Anyston: giudice

Andy Fent: magistrato di mezza età

Bob Matterson: avvocato di Boston

Si vedeva già allora che a inventare i nomi ho sempre fatto schifo.

Poi inizia il romanzo:

I

“Jack! Jack! Vieni, veloce, oddio mi sento male, Jack! Nel roseto.. L’hanno ucciso.. Bob Matterson è morto, vieni!”

Furono queste parole che svegliarono improvvisamente Jack Smith, proprietario del Gothic Hotel insieme a sua sorella Mary, che stava tranquillamente dormendo.

“Cos’è successo, Mary? Cos’è successo? Sto scendendo, arrivo!”

Mary era davanti al roseto, sbiancata, sconvolta, muta dopo tante parole.

“Oddio, è terribile” disse piangendo e buttandosi fra le braccia di Jack.

“Cos’è successo, dimmi, perché stavi urlando in quel modo?”

Ecco, io, ora, comprassi un libro che inizia così, chiuderei il libro, lo poserei sul divano un attimo, salirei di sopra, accenderei il computer, cercherei su Google il nome della casa editrice, cercherei nel sito un indirizzo mail al quale scrivere, tornerei di sotto a prendere il libro, ne ricopierei l’inizio e scriverei, dopo, in f fondo:

“Voi siete dei deficienti. Spero che la morte vi prenda di sopravvento.

Andate a lavorare in una televisione regionale, lì vi prendono sicuro.”

E, poi, tornerei in salotto e starei un po’ lì senza far niente.


Non finisce mica lì, il primo capitolo, ma non ho intenzione di copiarne altre parti. Solo che sfogliandolo ho notato delle correzioni, in penna blu, delle cancellature e delle freccette, e mi è tornato in mente che quelle erano le cancellature di mia zia, che l’aveva letto, l’aveva corretto e poi quando me l’aveva ridato mi aveva detto: “Bello, manca un po’ di approfondimento psicologico. Bravo però.”

E ora mi immaginavo la pena e, o, il divertimento di mia zia, a leggere quella roba. Io mi sarei vergognato per me stesso, non fossi stato me stesso ma fossi stato mia zia.

E poi mi chiedevo che ragazzino dovessi essere stato. E che periodo dovesse essere stato, quello, da mettermi lì e, a mano, scrivere un romanzo. Dev’essere stato un periodo felice, penso. O almeno un periodo in cui non avevo proprio niente da fare e tanta voglia di scrivere. Di sicuro era appena iniziata la mia passione per i gialli, e l’aver imitato Dieci piccoli indiani non è affatto un caso, anzi.

domenica 26 settembre 2010

Cose che mi vengono in mente mentre mangio dei cereali alle tre di notte

Per me il segreto dello scrivere é: scrivere.
Non c'è niente da fare, uno bisogna che scriva, se vuole scrivere; senza preoccuparsi, che poi le cose vengono. Bisogna scrivere, anche se sai già che quella frase la cambierai, che probabilmente poi la cancellerai, ma non importa, bisogna scrivere. Altrimenti poi uno si perde a cercare la frase perfetta, e ci sta su delle ore, a pensare e ripensare, davanti alla pagina bianca, e invece no, bisogna scrivere, subito, appena poggiate le dita alla tastiera, lasciarsi prendere dal ritmo dello scrivere, che poi magari quella frase che hai tanto pensato, tanto perfetta, te la dimentichi e non la trovi più, e intanto non hai scritto niente.
Uno scrive, scrive, e le cose arrivano in modo che non te lo aspetti nemmeno, e arrivano anche delle cose, che non te le aspetti nemmeno, che manco volevi scriverle, manco sapevi di potere considerarle. E escono che sembrano venire da sotto, dalla pancia, da sotto la tastiera, da sotto le mani, contemporaneamente. Poi, una volta che hai finito, perché bene o male te ne accorgi che hai finito: è come se si chiudesse un buchino, come se si fosse buttata fuori tutta l'aria possibile, ecco, poi, quando uno ha finito, allora, solo allora, secondo me, è giusto mettersi lì e rileggere, ricontrollare, e perdere delle ore, o anche solo dei minuti, a correggere una virgola, a spostarla un po' più in là, a togliere una parola, poi a riaggiungerla, poi a metterla ma un po' diversa, a togliere delle parti, a metterne delle altre, a cambiare la disposizione dei paragrafi. Ma dopo, dopo.
è come dire: Ecco, ora hai disteso un filo di gomitolo sul pavimento, l'hai disteso tutto. Adesso hai tempo di metterlo a posto, di avvicinare bene i fili l'uno con l'altro (che poi è un filo solo, a pensarci), di togliere i pelucchi, di compattarlo, di farlo sembrare un tappeto.

Collega

Questo pomeriggio camminavo da solo per Torino, portando in mano la custodia con dentro la chitarra elettrica che mi era appena stata regalata, stavo andando a cercare un mercatino di dischi usati, e, mentre camminavo, mi rendevo conto che stavo camminando in un modo diverso, da quello solito, quasi mi sentissi più sicuro, più definito, con quella chitarra in mano. Quella custodia era un messaggio, velato, che però, mi sembra dicesse chiaramente qualcosa di me .
Tutti quelli che incontravo per strada si fermavano un attimo a guardare la custodia e poi me, e a un certo punto ho incontrato un signore sui cinquant'anni, un cosiddetto musicista di strada, molto abbronzato, un po' sporco a dire il vero, con un sassofono in mano, che veniva nella direzione opposta alla mia. Mi ha notato subito, e, mentre camminava, gli si è aperto sul volto un sorriso stupendo, e gli occhi gli si sono illuminati, e ha toccato, ma solo un attimo, delicatamente, il suo sassofono come a dire: Ciao collega, sono contento. Spero ti vada bene.

venerdì 10 settembre 2010

E

E io m'ero dimenticato, di come sia bello, svegliarsi al mattino presto, alle otto meno venti.

giovedì 9 settembre 2010

Cose che capitano

Stamattina mi son svegliato, ho guardato l'ora sul cellulare, le dieci e mezza. Perfetto, ho pensato, ho sentito la sveglia. Ieri sera sono andato a dormire alle cinque e mezza e stamattina ho sentito la sveglia. Posso studiare, ho pensato.
Poi, io, se quando mi sveglio di colpo non poso un attimo la testa sul cuscino prima di alzarmi veramente, non lo so, mi sembra di non essermi alzato, ma di essermi raddrizzato soltanto. Ci vuole un momento, per me, per capire di esser svegli.
Allora ho pensato, Son contento, mentre appoggiavo un attimo la testa al cuscino, e mentre lo facevo mi sentivo stranamente sveglio, come se nel sonno avessi aspettato di svegliarmi già da ore, e fossi stato lì, con gli occhi chiusi, ma solo per finta.
Ho rialzato la testa, ho fatto per prendere il cellulare e scendere: l'una e mezza.
Ci sono rimasto di un male, che mi ci ha fatto rimuginare per tutto il giorno. In cucina ero talmente confuso che ho girato per qualche minuto a vuoto, andavo verso un cassetto poi mi veniva in mente che non dovevo aprire quello, per prendere la padella per farmi pranzo, e così per un bel po'. E pensavo Non è possibile, non è possibile, è stato solo un secondo.
Poi mi son svegliato. Che in quei momenti lì, quando ero confuso, ma me ne sono reso conto poi dopo, io in verità stavo ancora dormendo, e mi stavo chiedendo come potesse essere successa, una cosa così.

domenica 29 agosto 2010

Ritorno in treno

Non so se quelli che mi guardano scrivere mi diano fastidio o mi facciano piacere. Diciamo che mi fa piacere che mi diano fastidio.

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è così bello stare in silenzio, perché devo sempre parlare sopra gli altri?

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Suonare qualche canzone, in una stazione della metropolitana, davanti a persone che conosco poco.

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Sono seduto su un sedile dell'Era. Era, BASSE LA POLIC from Albania

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Michael Zadoorian, "Second Hand": "Questa donna gatto che dorme nel tempio dei morti."
"Afrodite randagia"

domenica 15 agosto 2010

martedì 10 agosto 2010

Drolatique-sérieux

Fra le tende abbassate
il sole entra nella mia stanza con l'allegra furia
di un pugnale vittorioso brandito da un avventuroso fanciullo.
Io fumo:
sulla lama del pugnale dorato
il fumo della sigaretta
si contorce, lotta, sembra gemere e protestare,
poi evade, fugge, si precipita fuori dalla finestra.
Incontra il sole...
Questo fumo blu, nutrito di sogni, incontra il sole.
Il sole non fa sogni...
Forse è lui la Verità in persona,
così bello!
Allora è un errore, un grave errore
soffiare i miei sogni sul volto radioso della Verità?
è blasfemo, è vile?
è insultare il Sole?

[Emanuel Carnevali]

martedì 3 agosto 2010

Appunti presi su un diarietto quest'oggi durante una giornata a Torino

Torino era un binario morto quando sono arrivato. Un mercato rionale scomparso in pochi secondi, sotto i miei occhi. Narici e polmoni inaciditi e rosi dallo smog. Stanchezza. Luce. Sporcizia. Sulla strada di Rimbaud.
E poi la pioggia, a perdonare tutti.

"Ti perdono... ti perdono... ti perdono..."

martedì 27 luglio 2010

Ultimamente

Da un "Diario dell'assenza di internet" che ho scritto e credo mai pubblicherò (anche perché è lungo dieci pagine):

"..ultimamente è un periodo che tutto quello che scrivo non mi piace, tranne le cose dove scrivo che non mi riesce più di scrivere, che non mi piace più come scrivo, quelle mi piacciono, ma non è che mi piacciano, è che le considero fuori da ogni giudizio, son cose che scrivo così, uno le legge e poi non è che ci sia molto da pensare."

martedì 13 luglio 2010

Specchi

Si alza tardi
e, come sempre, ricopre le sue mani e i suoi occhi di sonno.
Avanza in silenzio,
avanza verso lo specchio più marcio che rotto.

SPEZZA LO SPECCHIO
RANTOLI, URLA, GEMITI
E GRIDA DI FORMICA

dall'ago escono grida di formica.
Coll'ago incide lo specchio.

Incide i suoi bordi,
incide la sua immagine.
Dall'ago escono urli di formica,
dall'ago
dentro
lo specchio.

sabato 10 luglio 2010

Innocenza

A me, se vogliamo cercare un esempio, c'è un esempio di innocenza che mi commuove sempre.
Qualche anno fa ero da Discovolante, il negozio di dischi della città dove ho fatto le superiori, Bra, e ricordo che a un certo punto erano entrati due signori sui cinquant'anni, che sembrava si tenessero per mano da quanto si sentivano estranei al posto in cui erano appena entrati. Io stavo spulciando fra i cd. I due uomini erano, mi viene da dire, e adesso che ci penso è un po' strano, perchè io di quei due uomini non so molto, dicevo, erano uomini umili. Davano quella sensazione.
Era inverno e avevano delle giacche verdi, verdeacqua meglio, sicuramente molto vecchie. Era gente di campagna, lo si capiva facilmente.
Uno dei due, il portavoce, aveva in mano la cassetta di Wish You Were Here, dei Pink Floyd. Si era avvicinato al gestore e aveva chiesto se, per caso, avevano il cd di quella cassetta. Sembrava stesse tenendo in mano una reliquia. Era una sua reliquia, e se ne stava staccando. Non era un momento facile.
Il gestore gli aveva detto che sì, ce l'avevano, e che in quel periodo i Pink Floyd erano anche scontati. Dopo l'uomo umile gli aveva chiesto, insicuro, se, nel disco, ci fossero comunque gli stessi pezzi della cassetta e l'aveva sporta al proprietario del negozio che, per gentilezza e, mi viene da dire, anche per il ruolo in cui si trovava, l'aveva presa in mano e aveva letto velocemente i titoli.
I due non ci credevano. Quasi per giustificare il loro stupore avevano iniziato a raccontare la loro storia, che quella cassetta l'avevano comprata tanti anni prima, che la tenevano sempre in macchina, ma che ora avevano ambiato macchina e la macchina nuova leggeva solo i cd.
Il gestore aveva preso il cd, glielo aveva dato e aveva detto: "Ecco. è questo. Proprio questo qui."
I due erano ammutoliti.
"Quanto le devo?"
"14, 90"
"Solo?"
"Sì, solo."
"Ma.. se costa così poco, ci sono lo stesso tutte le canzoni?" gli aveva chiesto.

sabato 3 luglio 2010

Poi

Poi c'è una cosa che ho scritto, in questo quaderno, che la stavo già ricopiando qui e quando ho finito di leggerla mi sono vergognato tantissimo. Quindi queste righe bianche sono per la cosa che ci sarebbe dovuta essere qui ma che non ce la faccio proprio a scrivere:




Ecco.

Una fine

..E poi sono arrivato alla conclusione che i ricordi di questi ultimi anni, quelli che sono rimasti in testa, sono rimasti in testa perché, in quei momenti, ho preso coscienza di me stesso.

(sempre dal quaderno)

Una frase passeggera

Non essere sé stessi, almeno nella propria firma.

(sempre dal quaderno)

Pignacento

Ho ritrovato, ieri sera, un quaderno di qualche tempo fa, dove ho scritto delle cose che, ora, a rileggerle, non mi vergogno manco tanto. Quindi pensavo di metterne qualcuna qui. Inizio con questa, che potrebbe fare un po' da prologo alla povertà che leggerete dopo.

"Ho un quaderno Pignacento, azzurro, cento grammi di carta, le pagine spesse e dure, per appoggiarci sopra, senza troppa cura, i miei pensieri deboli e sconclusionati."

giovedì 1 luglio 2010

Un Inizio

Dato per assodato che il lavoro mi disgusta, lavorare in vacanza mi è più sostenibile. I ritmi rallentano, durante la vacanza, il lavoro pure, e quindi mi è più facile innestare il mio, di ritmo, nell'assopito non far nulla generale. Mi è più facile.

Lavoro, sì, ma è un lavoro da vacanza, un lavoricchiare a passettini, senza sforzi, un intermezzo fra le pause. Non è manco un'occupazione, è una svogliatezza.
Così scrivo queste pagine, fino a quando ce ne sarà voglia. O almeno qualcosa di simile.

martedì 29 giugno 2010

Diario

Cosa ci fai qui a quest'ora?
Quelli che dovevano andare se ne sono andati e quelli che dovevano rimanere li ho cacciati io con le mie mani.
Ti regalerò il diario della mia guerra fredda,
lo impacchetterò in della carta colorata,
del colore delle luci della strada.

Cosa ci fai qui a quest'ora?
Dove sei ora, oltre che qui?
Cosa ci fai qui, ora?

Ti regalerò il diario della mia guerra fredda,
della mia guerra lampo,
tutta in bocca,
tutta finta,
tutta stanca.

Ti regalerò il diario della mia guerra fredda.

mercoledì 16 giugno 2010

Un cassetto

Prima ero di sopra e ho pensato che io sono quattro anni che scrivo un blog, solo che fino a poco tempo fa io un blog non ce l'avevo, ma avevo un cassetto, dove mettevo tutte le cose che scrivevo.
Prima ero di sopra e ho riaperto quel cassetto per rileggerne qualcuna, di queste cose che scrivevo anni fa e, come sempre, mi son vergognato.

sabato 12 giugno 2010

Giorni

Ci sono dei giorni in cui sono impaziente. Dei giorni in cui nessun disco che ascolto mi piace e nessun libro che inizio a leggere mi interessa.Dei giorni in cui tutto va per il verso sbagliato. Dei giorni in cui non so cosa fare. Dei giorni in cui vorrei trovare qualcosa da fare ma tutto o mi schifa o mi annoia. Dei giorni in cui mi do noia da solo. Dei giorni in cui non trovo pace e questo non fare niente mi ammazza. E quindi rimango con la mia incazzatura verso me stesso e verso le cose.
Oggi è così. Ci sono giorni che sono un po' così.
Poi passano.

venerdì 11 giugno 2010

Amareggiato

Mentre non stavo riuscendo a scrivere una lettera per un amico, mi è venuto da scrivere che la parola "amareggiato" ha due significati, anzi, meglio ancora, ha un gusto, che è quello dell'amaro, e un suono, che è quel del mare, della mareggiata, che mi fa sempre venire in mente l'andare e il venire di questi flutti d'amaro, inquieti, agitati.

domenica 30 maggio 2010

L'inizio di qualcosa veramente malato

Cominciò tutto così. Avevamo una casa che era la punta di una stella nel lago dei nostri pensieri, ma pesava. Giusto larga un dito, era più un monolite che un rifugio. Di pietra, umida e scalza, livida di mal di schiena. Al mattino ci alzavamo alle sei senza aver nulla da fare, solo per levarci in fretta da quel bitorzolo di pietra. Giravamo per il lago, l'acqua fredda e bassa svegliava noi e i nostri scricchiolii.
Eravamo la cornice di un romanzo medievale, ma non c'era manco una pagina nella nostra vita. Un giorno Elias mi aveva detto: "Se non ci fosse l'acqua, non avremmo nemmeno più uno specchio". Avevo alzato le spalle come per dire: "Menomale".
Tempo fa, non so quanto, non ha importanza, stavamo scavando una fosse per chiuderci dentro qualcuno e Elias era scoppiato a piangere e si era conficcato la pala nel piede sinistro. Mi ero fermato e lo avevo guardato, ricoprendo il silenzio fra di noi di macchie di respiro gelato. Si era ferito. Aveva gettato la pala ed era uscito dalla buca. L'avevo seguito con lo sguardo per qualche metro, poi avevo ricominciato a scavare.

Una notte avevo sentito dei rumori fuori dalla Pietra, mi ero alzato e, ancora seduto sulla coperta, avevo spiato fuori. Un'ombra stava uscendo dalla mia visuale. Mi ero alzato ed ero uscito, ma non c'era più nulla. Da quella volta non dormo più, tengo solo gli occhi chiusi e le orecchie tese. Sperando di rivederla.

Spalare nell'acqua è la cosa che facciamo di più. Cerchiamo qualunque cosa che non sia acqua. Raramente abbiamo trovato qualcosa.
Cos'altro potremmo fare con delle pale?
Mi rispondo sempre che potremmo ucciderci a vicenda, ma l'acqua è meno dolorosa. O forse di più.

Ricostruiremo la nostra vita, un giorno. Per ora ci limitiamo a scavare.

Stamattina il sole era caldo. Ho pensato che fosse la giornata adatta a cercare qualcosa a est. Sono andato da solo. Per tutto il mattino ho camminato attorno al lago, un occhio all'acqua e l'altro alle mie spalle, inutilmente. Ho trovato una cosa che spero sia un cadavere di qualche animale. L'ho portato verso la Pietra, ma, nel frattempo, avevo già cambiato tutto e la cameriera aveva portato l'arrosto in tavola.
Ellen mi stava parlando della sua giornata e a me non interessava, quindi mangiavo con meno disgusto. Quando finì le sorrisi e lei mi chiese: "E te? Com'è andata?"
"Bene, bene. Oggi ho risolto quella faccenda con Bronson. Ci è voluto meno di quanto speravo..." disse qualcuno da dentro la mia bocca.

Poi si aprì una falla nella nave. Antonio urlò: "C'è UNA FALLA!!" Tutti correvano via e io ero rimasto immobile, incredulo e compiaciuto. Non si sarebbe salvato nessuno, lo sapevo bene, tanto valeva allora godersi la poesia sadica del momento e del movimento.

mercoledì 26 maggio 2010

Discorsi

Sulla via che porta alla stazione dove mi lascia il 18, c'è un barbone seduto davanti a una banca, credo, sempre con una sigaretta in bocca, che parla da solo. Lo fa con una classe che ha del meraviglioso: composto, per nulla preoccupante, anzi, quasi affascinante. Sembra che gli abbiano messo attorno una tavolata di amici sotto un portico, dopo cena, a discutere di qualcosa che lui conosce benissimo, ma che, in un attimo, gli abbiano tolto gli amici, il portico e la cena, e lui sia rimasto lì, ancora ignaro di tutto, assorto nel suo discorso.

lunedì 24 maggio 2010

Mezzi di trasporto

Fotografare particolari inutili sapendo di non poterli rivedere mai più

Farsi strappare un lembo di pelle a ogni foto in cui siamo rimasti impigliati, sullo sfondo

Litigare delle settimane per decidere che umore darsi

Annusare come i cani i tramonti e dopo tornare di fretta in casa, col sole

Sentire le chitarre cigolare e poi ronzare e cantare a bassa voce, a rispetto della discrezione dei fantasmi

Assecondare le assenze e onorarle a bocca aperta

Ricoprirsi di amuleti e illudersi di poter tornare

Semplificare i viaggi a poche fermate e perdersi nei tramezzi delle autostrade

Riuscire finalmente a giocare col fuoco degli altri

Spostarsi di direzione quando passa un tram,
senza considerare nessuno
senza dare spazio a nessuno

Aprire le mani al vento quando passa un pullamn
Aprire le mani al vento quando passa un pullman

Ritirarsi nei cortili
Respirare di giardini
Odorare di cortili

E tutti i bus stanno per essere riverniciati
E tutti i bus sono stati riverniciati

Ricopriamoli di carta velina e gettiamoli nel torrente
Ricopriamoli di carta velina e gettiamoli nel torrente

E poi scappiamo sopra del nastro adesivo,
strisciando come lumache
Scappiamo e corriamo via
Scappiamo e corriamo via
Appena possibile, scappare via.

Sonno

Ieri, non so cosa mi è preso, non ho fatto altro che dormire. Sono arrivato tardi la notte prima, le due e mezza, e sono andato subito a dormire, mi sono svegliato e sul treno per Torino ho dormito; a Torino avevo un sonno che mi sarei addormentato in aula, poi non ho osato così tanto.
Tornare a casa, ho dormito tutto il viaggio. Dopo pranzo, mentre guardavo un video di Carmelo Bene, mi sono addormentato sul divano. Mi son svegliato alle 5, son stato sveglio mezz'ora e ho di nuovo dormito fino all'ora di cena e intanto iniziavo a dirmi: Barta dormire, non ne posso più. Però mi veniva sonno. Dopo cena ero sul divano e mi son detto: Ora non ti addormenti. E mi sono addormentato, ma poco, perché mi sono subito svegliato e son salito in camera mia a leggere un po', che non sapevo manco io cosa leggere, ma volevo iniziare un libro nuovo. Ho iniziato a leggere il saggio di Bergson "Il Riso", che mentre lo leggevo mi dicevo: Ma perché stai leggendo sta roba? e, tempo di pensarlo, m'è venuto un gran sonno, ero sul letto, insomma, mi sono assopito.
Allora ho detto: No, cazzo, ora basta. E son sceso giù, ma niente, mi veniva sonno. Poi mi è venuta in mente una cosa che ho letto in un libro, che diceva che molti, quando leggono, gli viene sonno perché per molto tempo hanno letto prima di addormentarsi e ora il cervello associa la lettura al sonno e fa venire sonno a chi legge. Mi è venuta su un'ansia dallo stomaco che fosse capitato anche a me, che mi è passato perfino il sonno, poi però ho pensato che io son anni che non leggo a letto per piacere quindi non può essere così, però da piccolo lo facevo, leggere a letto, quindi può darsi che il mio cervello sia un po' lento e che l'effetto, di questo sconsideratissimo gesto di leggere a letto, si manifesti ora, a quasi vent'anni. Poi però mi è venuto troppo sonno e mi son detto di nuovo: No, basta dormire, cazzo! Infatti ho preso Opere di Carmelo Bene e ho iniziato a leggere Nostra Signora dei Turchi, ma non c'era niente da fare, gli occhi scorrevano sulle pagine e io mi addormentavo, allora m'è venuto in mente il fatto del sonno per la lettura notturna e ho subito chiuso tutto e sono andato a dormire.

E, mentre mi addormentavo, ho pensato che la mia giornata era stata come la televisione: tutta pubblicità intervallata da qualche programma per non annoiare troppo. Ecco, la mia giornata era stata tutta sonno, con qualche risveglio per non annoiare troppo.

giovedì 20 maggio 2010

C.B.

C.B: "Hélas, Hèlas"

m.c: "Che c'è, chi è , chi è arrivato?"

C.B: "Un amico mio, si chiama Ahimè"

mercoledì 19 maggio 2010

Oggi

Oggi Selinunte ha provato a suicidarsi nell'acqua di una fontana in centro. Voleva annegarsi, forse, non lo so. Quando sono arrivato l'avevano già salvata, la tenevano per la vita e la stringevano, lei urlava di lasciarla stare, basta, andate via, era rossa in faccia e non aveva pantaloncini. Le sue gambe giovani e belle hanno attirato l'attenzione di qualche vecchio passante. Piangeva sconsolata. Una signora si è avvicinata ad accarezzarla e lei non ha fiatato. Il ragazzo che la teneva per la vita ogni tanto la accarezzava e le sussurrava qualcosa. Tutti attorno alla fontana la guardavano.
Arrivato in stazione, ho visto passare sfrecciando un'ambulanza, a sirene spiegate, verso la piazza dove Selinunte voleva trovare la morte nel mezzo metro d'acqua di una fontana.

Mai più

..Fotografare particolari inutili, sapendo di non poterli rivedere mai più..

è strano

è strano che quando penso scrivo
e, mentre cammino, scrivo pensando.

lunedì 17 maggio 2010

Direzioni Diverse

Seduto sul mio sedile vicino alla porta di scompartimento aperta, ieri, a Porta Nuova, ho sentito una di quelle pubblicità che passano in stazione, ogni due minuti, da mattina a sera. Diceva: "Da quest'anno... la morte... ha una nuova direzione.." E poi un urlo disumano. Un film horror.

Ecco, a parte l'urlo disumano che possiamo anche metterlo da parte, ma mi chiedo: direzione in che senso? Nel senso che ora la morte, da quest'anno, passa da altre parti, per altre vie e fa altri percorsi? O che ora, da quest'anno, la morte la dirige qualcun'altro, magari un gruppo, un'azienda, un'associazione? Bisogna saperlo, cosa significa.
Che magari uno è lì che vuole suicidarsi e la morte gli passa a mezzo metro dalla faccia. è mica carino, da parte sua, della morte, dico. Oppure uno che cammina tranquillo per strada, senza voler suicidarsi, muore perché la morte ha cambiato direzione. è mica carino anche questo, sapete?
E se invece la direzione è chi la comanda, magari c'è qualcuno che sa chi è, questo qualcuno. Bisogna che lo dica.

Non va mica bene esser così confusi, poi certo che uno fa gli urli disumani.

venerdì 14 maggio 2010

Ma come si può?

C'è una sezione, in Fnac, nel reparto libri, che si chiama Gay/Lesbian e uno normalmente penserebbe che lì ci siano libri che parlino, direttamente o indirettamente, di gay e/o lesbiche. No.

Ci sono raggruppati tutti gli autori gay o le autrici lesbiche di sempre. Oscar Wilde, un saltello più in la Burroughs, vicino a Truman Capote, poi Aldo Busi e così via.
I fatti si commentano da soli, vero?

Non so come dire (3)

Quando sono uscito aveva smesso di piovere ed era tutto allagato, ma c'era il sole e faceva caldo, tiepido. Si stava bene. Dopo pranzo sono tornato in università e, seduto su una panchina nell'atrio, non so come dire, ho provato una sensazione di, non mi viene in mente il termine, l'opposto di estraneità, sì ecco, mi sono sentito come se quest'università mi conoscesse e io conoscessi lei, come se fosse mia. Non è confidenza e nemmeno dipende da quanto tempo io passi in un posto, questa sensazione. è qualcosa che compare ognitanto e mi fa sentire in, che brutta parola, sintonia col posto dove sto.

Crepitio (2)

A lezione poi, a un certo punto, si è sparso in aula un certo brusio, crescente, qualche risata sommessa. La professoressa si è fermata a si è sentito un suono, un crepitio. Tutti a bocca in aria contro il soffitto, sembrava di essere in un tazzone pieno di Rice Crispies appena bagnati col latte. Ne ero certo. Era lo stesso, identico, scoppiettare. Pioveva.

Buio (1)

E poi, d'improvviso, stamattina, siamo entrati in galleria ed è calato il buio. Non c'erano luci accese sul treno. Era stranissimo sentire il treno che correva verso Porta Susa e vedere, con difficoltà, le ombre e le sagome degli altri passeggeri accendersi e spegnersi di bianco per pochi attimi e poi scomparire del tutto, tutte insieme. Sembravamo una comitiva di ritorno in treno da una vacanza lunghissima, di notte, tutti addormentati; veniva quasi da parlar piano. E infatti è sceso il silenzio. Sembravamo dei deportati ad Auschwitz col fucile e gli occhiali, dei turisti festanti verso il macello. E poi è arrivata Porta Susa. Monumentale nella sua sporcizia di luce. E in un attimo siamo tornati solo dei pendolari, alle 8 e mezza di mattino, diretti, e arrivati, a Torino.

giovedì 13 maggio 2010

Provocazione

Anche questa,
in fondo,
è poesia,
non trovate?

Selinunte

Selinunte riceveva tarocchi da collezione dentro pacchi di fieno andato a male,

Selinunte riceveva i clienti dentro un forno crematorio all'ospedale,

Selinunte riponeva i pacchi in garage come pile del suo tempio gotico, monumentale,

Selinunte accatastava i tarocchi e ricuciva gli smacchi del tempo quadrimestrale,

Selinunte aveva un ago in bocca e un desiderio di parlare.

Diceva: Andrò via, lontano, dove neanche il mare..
Andrò altrove, sopra i silenzi
degli inceneritori e delle tangenziale..

Diceva: Arriverà un macchina.
Salirò su quella macchina, ci salirò sopra.
E galoppando sul tettuccio
mi lancerò via a centotrenta all'ora
dalla mia strada.
Sarà un attimo e durerà pochissimo.
Sarà un attimo e durerà pochisismo,
ma durerà.
Sarà come tornare a casa dei pini morti
e dalle discariche abusive
dove i bambini trovavano i cadaveri
degli spazzini, dei filippini,
dei clandestini.

Sarà come tornare a terra.

mercoledì 12 maggio 2010

Tutto

Tutto il veleno d’inchiostro finito nel nostro pane,
tutte le schegge di legno dei gelati buttate dietro ai termosifoni col naso che cola,
tutte le sedie schiacciate, le pelli grattate, i pruriti
salutati al mattino con uno sbadiglio,
tutte le stelle lasciate ad asciugare sul caldo del televisore,
e le figlie uccise soffocate dalle voglie dei loro padri,
tutte le macchine rimesse a letto senza le coperte,
tutte le prese elettriche ricoperte di nastri rossi per attirare la corrente,
tutte le mani stirate sotto i letti, accese nei cassetti,
tutti gli assi aperti come lucertole al sole
e fatti essiccare sopra i comodini,
mentre noi ci facevamo portare in giro dalle nostre penne, che sono come navicelle spaziali, arrotate e lisce, che slittano sulle palme, le cantine e le uretre, a dipingerci gli occhi d’azzurro per guardarci più a fondo, a notare i nostri difetti agli specchi capovolti inutilmente, a raccontare ai cuori degli sconosciuti come ci si sente ad essere senza un’idea.
Tutta la noia ammassata in cucina, portata a morire in salotto e salutata per sempre al cesso, con un sciacquone che tuona come un uragano dentro un barattolo di vetro, chiuso ermeticamente, dentro al petto di un canarino.

Bancarelle

Neanche uno oggi, neanche uno. E dire che a stare qui, sotto questo portico, c’è da ammazzarsi per bene, poco per volta, a furia di caldo e di freddo, di pioggia e di questa vita ignobile.
Tutta la giornata e non un turista, non un universitario poco indaffarato a comprare qualcosa, manco un fumetto. Tutti i libri stanno lì, al loro posto, come li ho riportati alla luce stamattina. Appena due o tre tizi si sono fermati a dare uno sguardo, ma niente, hanno tirato dritto.
Oggi rientro in casa con una giornata in meno e la giacca un po’ più sdrucita, la faccia un po’ più scavata dai giorni, ma nient’altro. Se non la fame della cena. Chi è che vorrebbe fare il mio lavoro? Chi vorrebbe vivere con quello con cui vivo io? Nessuno, nessuno, lo so bene.
Dei giorni mi monta su una voglia di andarmene e lasciarli tutti lì, quei maledetti libri, tornamene a casa e dormire tutto il pomeriggio, far niente, e poi il mattino dopo si vedrà. Che li rubino pure, che se li portino a casa a pacchi, che li conosco bene tutti: quando c’è da pagare non la vedono nemmeno, la mia bancarella, ma quando c’è da rubare son anni che aspettano solo il momento di farlo! Ebbene, lo facciano! Mi liberino da sto fardello, che io non ne posso più. Non ne voglio sapere più.
Che poi inizio a non star più bene con la mia coscienza, sempre a fregare la gente, a portarle via libri per pochi spiccioli, fingendo pure d’esser generoso, no, no, non è cosa per me, non più; ormai c’ho la mia età, le mie coscienze personali, i miei pesi e le mie angosce, no no, io inizio a sentirmi una merda. Ma chi me lo fa fare? No, basta, davvero, è ora di finirla. È andata male sta vita, c’è niente da fare, bisogna tirare le somme senza sporcarsi troppo, non mi voglio più sporcare, voglio fare un bagno caldo e piangere una giornata intera, per lavarmi tutto, fino in fondo, per chiedere scusa alle piastrelle del mio bagno, riconoscendovi dentro, offuscato, ogni viso di cliente fregato in questi anni, tutti quei ragazzi pieni di libri, gli zaini stracolmi, che se ne andavano via con poche mila lire, pochi euro ora.. Voglio chiedere scusa a tutti, che è stato un gioco cattivo, dannoso, per me, magari non per loro, che in fondo si son liberati solo di libri che non volevano più, e c’han pure guadagnato qualcosa, ma troppo poco, troppo, ma per me è stato solo un gioco cattivo, mi ha avvizzito come una prugna vecchia. È questa vita che mi ha ammazzato, a forza di botte dietro la schiena, tutti i giorni, è questa Torino che non mi considera che mi ha ammazzato, che mi ospita perché non sa che ci sono, questa gente che non sopporto più, questa maledetta sedia di plastica sulla quale ho passato gli ultimi trent’anni di vita, aspettando che qualcuno comprasse qualcosa, che arrivasse qualcuno a vendermi qualche libro, a controllare che nessuno rubasse i libri.
Libri libri libri libri, ovunque, da sempre..Ormai ho le mani di carta, la testa e gli occhi pieni di copertine e titoli, senza mai averne letto uno, di quei tomi che mi portano da anni, da millenni, nella mia testa pesante.
Pure la strada di casa ora mi guarda di traverso. Non ho più voglia di voi, lasciatemi andare in campagna, con una bella ragazza, lontano, lasciatemi in pace, voi e i vostri libri che comprate e dopo anni mi rivendete. Lasciatemi, voi e i vostri cazzo di libri.

lunedì 10 maggio 2010

...

Allora ci incamminammo per il sentiero. Elena avanzava al buio davanti a tutti. Sicura. Qualcosa in lei sembrava spronarla. Le molle dei nostri piedi spappolavano le terre sulle pietre. Tutto moriva sotto la nostra luce artificiale ed elettrica. Un botto squartò la noia di Ennio. Ennio non esisteva ma tutto andava bene, anche se tutto era illuminato. I piani si sovrapposero. Caddi nel silenzio nero di sempre. Dormii per millenni nel mio deserto. Svegliatomi venni a sapere di essere caduto dal percorso, e di essermi rotto una gamba. Non sapevo bene quale. Erano tutte e due immobili. Mi dissero che era la sinistra. La mossi. Urlai. Dopo arrivò un’infermiera a portare notizie ai visi lì intorno, ma non era lei: quella che avevo semrpe visto nei miei sogni riguardo agli ospedali e alle mie permanenze al loro interno. Non sentivo più nulla dalle orecchie, ma i miei occhi erano attivi, guizzanti e mordevano ogni cosa che potevano. Vidi notizie pessime uscire dalla bocca e dagli occhi di mia madre. Vidi parole lontane che sputavano morte ovunque. Vidi tutto questo e altri pezzi che ora dimentico per vivere. Da quel momento, ogni cosa ora sa di torta di mele e di acacia. Anche se non so bene il gusto dell’acacia.
Ma so che è lì, sotto la mia lingua di tumori immaginati.

Accanto al comò, dietro la quercia secolare, si nasconde il biglietto che mi regalerà Tullia. Che nome terribile: Tullia. Sa di vecchia. Vecchia la madre prima di esserlo. Puzza di scale nobiliari. Tullia si siede davanti a me e inizia a parlare piano. Non c’è nessuno nella stanza e nemmeno a tenere il filo dei miei pensieri, ma lei parla piano. Arriva la notte e io non ricordo una parola di quello che mi ha detto. Arriva il giorno e dubito che sia venuta. Arriva la notte e io di Tullia so tutto, ma non il cognome. Penso sei giorni al suo cognome, cagandomi nelle mutande, vomitando, contorcendomi per i crampi allo stomaco e perdendo sangue a ogni colpo di tosse, e, nonostante la medicaglia attorno a me parli di lacerazioniinfezioniègravesecontinuacosì, so che è il mio dimenticare il suo cognome a farmi tutto questo. Sono io la causa di tutto questo. Nessuno lo capirà.
Ricordo il nome di Tullia mentre nella televisione della mia camera passa una pubblicità di coltelli da collezione. “È sempre stato nella mia pancia, cercava di uscire” mi illudo. Ma non è vero. L’avevo dimenticato. Si sente che da lontano qualcuno ha fatto qualcosa. Il sonno preme. Cedo.

Tutto è immobile, oggi. Le carte che ho sulle gambe mi ricordano di essere qualcosa di vivo e le riposo subito sul comodino, di fianco al letto. Ora cammino. Mi sento confuso, ma non è vero. So poche cose e non ne voglio conoscere altre. Mia madre arriva da sinistra e mi prende. Prendo la mia valigia ruvida marrone ma non troppo scura e saluto i medici. Usciamo dall’ospedale. Fa troppo freddo per me. In macchina sento il bisogno di tornare in quella stanza. Appoggio la mano sulla maniglia. Mia madre sta girando in una rotonda. Non ho la cintura. Apro la portiera e porto il peso verso l’esterno.

Non sono felice. La camera non è più la stessa, e per stare qui, tanto vale rimanere a casa. Dico ai medici che quando tornerò a casa diventerò un artista, ma non farò vedere a nessuno le mie opere. Dipingerò e scriverò musica. Non canterò, la mia voce spezzerebbe i vetri. Detesto la mia voce. Ho sempre desiderato essere muto, senza mani e nemmeno senza piedi. Immobile su un divano. O per terra. Senza sensibilità. Morto. Ma non ancora. Poi però penso a quanto faccia male un unghia rotta. E penso a quanto sono codardo. Non riuscirei mai a essere felice come vorrei esserlo, a mio modo. Non essendo assolutamente niente.
Quando mi riportano a casa, mi dicono che non posso scendere dalla sedia a rotelle.
Perché? Se sono paralizzato, sono paralizzato anche sul pavimento.
Dicono che devo stare sulla sedia. Guarirò. Non sono paralizzato.

A tavola non parla mai nessuno. Mangiamo uno di fronte all’altro ma non diciamo una parola. È sempre stato così. Quando parlo con altri e mi sento dire: “Ne parlavamo proprio ieri a tavola” mi viene spontaneo rispondere: “Ah, perché voi parlate?” Passò la mia giornata in silenzio, cercando di annullarmi. Non parlare, muoversi poco. A volte mi dico che dovrei scaraventarmi addosso alla vita e farmi scaraventare via da essa, ma rimango immobile. Mastico.

Ho scoperto Pink Moon. Ora ascolto solo quel disco. Da tre settimane. Potrei chiamare la musica Pink Moon. Credo che lo farò, un giorno. Quando più nulla mi terrà su questa terra.

I limiti, ora, sono la mia ossessione. I limiti delle cose, dei quaderni, degli oggetti nella mia stanza, in cucina, in cantina. Studio i limiti di ogni singola cosa che vedo, tocco, o penso. Tutto ha un limite. Perfino il pensiero. Tutto ha una fine. Un bordo. Lungo i bordi faccio scorrere lentamente le mie dita. Memorizzo i limiti. Le loro immagini. Tutto il resto non mi interessa, tanto dovrà finire a ridosso di un bordo.

Il mondo fuori da me si spegne. Non mi interessa più sapere cosa accade. Né cosa vogliono gli altri da me. Il buio. Spegniamo le luci. Ma io non vi sfido. Non vi vedo.



[non so manco bene io cosa sia, l'ho scritto qualche mese fa, di getto, più per il ritmo delle frasi che per un senso vero e proprio. Non c'è il titolo per il solito motivo]

venerdì 7 maggio 2010

Comunicazioni

Il signore dalla faccia ovale a forma di saponetta usata si guardò attorno ancora un attimo, inquieto, con le punte delle scarpe che già sporgevano fuori dal marciapiede, si assicurò ancora di non essere troppo guardato, sistemò inutilmente la sua giacca sul braccio sinistro, dato che era perfetta così com'era, e poi, con un passo rapido scese sui binari e, resistendo all'impulso di mettersi a correre, li attraversò fino ad arrivare alla parte opposta, sotto gli occhi sgomenti di un uomo che lo stava guardando da qualche secondo. Si avvicinò all'ignaro pendolare che lo fissava con gli occhi sgranati e, a bassa voce, senza alcun movimento, molto distintamente, gli disse: "Lo sa che qui sotto c'è un sottopassagio?"
L'uomo non rispose, ma continuò a fissarlo molto imbarazzato. Dopo qualche secondo riuscì a biascicare: "Mi scusi?" ma il signore dalla faccia ovale a forma di saponetta usata era già corso sull'altra parte della banchina e, con non curanza, si stava osservando l'orologio da polso, ma troppo a lungo per voler sapere soltanto l'ora.

[piccola storiella che mi è venuta in mente ieri sera, aspettando un treno in stazione e sentendo, per sbaglio delle mie orecchie, la seguente comunicazione: "è severamente vietato attraversare i binari per dirsi del sottopassaggio" al posto della classica: "è severamente vietato attraversare i binari, servirsi del sottopassaggio"]

Risparmi

Qualche sera fa stavamo cenando, mia madre ha portato del formaggio in tavola e mi ha chiesto: "Ne vuoi un po'?"
"No" le ho risposto.
"Dai, è buono" mi ha detto lei, "risparmi sul pane.." ho capito, ma aveva detto: "lo spalmi sul pane.."
E ho pensato che un mondo dove si mangia formaggio per risparmiare sul pane, sarebbe da vedere.

martedì 4 maggio 2010

O

O su Carmelo Bene.

In piedi

Qualche giorno fa stavo pranzando, ricordo che mi ero alzato un attimo in piedi per prendere qualcosa, e ricordo di aver pensato: "Sarebbe particolare scrivere una tesi di laurea sulla pioggia in letteratura." Ma non avrei niente da dire.

lunedì 3 maggio 2010

Titoli

Ho dei titoli in mente per dei libri che non scriverò mai e uno di questi, che mi piace moltissimo ma non saprei cosa scrivere oltre al titolo, è:
"Quattro discorsi su tutto il nulla"

Domenica pomeriggio

Sotto il portico di casa mia, oggi pomeriggio è arrivata già l'estate, grazie a "Alì & Toumani" di Ali Farka Tourè & Toumani Diabatè. Dopo pranzo, La Confraternita Dell' Uva di John Fante in mano, ho sentito il portico riempirsi di caldo, d'estate, di Sud America e d'Africa, dei ritmi assopiti che la musica infondeva su di me. Non sentivo gli: "Adesso si mette a piovere" di mio padre, quasi un tentativo di rompere la mia pace. Non sentivo nulla se non l'atmosfera e le parole, quelle di Fante. Anche lì era estate. Non era scritto, lo si poteva intuire, certo, ma non c'era nessun indizio a confermarmelo. Era la musica che entrava nelle parole e le rigonfiava di caldo afoso e placido.
C'era appena un filo d'aria a rendere tutto piacevole.
Da sotto il tavolo è cascata una vespa e l'ho schiacciata senza paure, con la ciabatta. Ho letto per un'ora buona, intensamente e con piacere, recuperando tutte le pagine perse nei giorni precedenti a studiare per un esame.

Fante ha la capacità di emozionare, di far vivere intere situazioni in poche righe, di farti sentire i suoi personaggi più profondi e vicini di quanto lo siano effettivamente sulla carta. Fante per me è estivo, senza essere volgare: l'ho sempre letto d'estate e le sue storie, i suoi personaggi, hanno sempre un deserto o della sabbia, davanti a loro o dietro le spalle.

Sulla poltrona, leggendo del Chianti di Antonio Musso, di Nick Molise e di Cavallaro, della loro estate gelida di vino bianco, mi è venuto un sonno pesante, come dopo un pranzo abbondante e mi sono assopito, tranquillo e sereno.
Al risveglio il cielo era gonfio. Tirava vento freddo, ma non sono rientrato in casa. I Kyuss. Demon Cleaner, da lì in poi, e giù questa spruzzata di pioggia innocente, purificatrice. Giusto per qualche minuto, musicale.
Le Luci Della Centrale Elettrica. Canzoni da spiaggia deturpata, da dopo-di-pioggia. Portami a bere dalle pozzanghere, portami a bere dalle pozzanghere... L'acqua scoloriva tutto.

E poi mi è venuto in mente un verso, che dovrebbe stare in una canzone, chissà, forse un giorno scriverò canzoni pure, per ora lo scrivo qui:
"E capovolgevo le tue foto
per farti sorridere
almeno una volta,
ma non bastava.."

mercoledì 28 aprile 2010

Elenco del disordine

Qualche giorno fa mi sono tornati in mente gli elenchi, che mi hanno sempre affascinato, e mi è venuto il bisogno di scriverne uno. Mi sono guardato intorno, poi ho aperto un documento Word e ho scritto:

"Sul tavolino del mio salotto c’è la solita lampada abat jour, lo stereo con le sue due casse, il portacenere che vedo da quando sono piccolo, con sopra quella custodia della patente rossa con dentro il biglietto del cinema di qualche tempo fa, un vasetto di yogurt al cui interno c’è un bicchierino del caffè di plastica con il suo cucchiaino, la carta esangue della bustina di zucchero stracciata, una tazza dove ho preso il thè mezz’ora fa, You’Re Living All Over Me dei Dinosaur Jr con sotto Fiaschi di Francesco Targhetta, con sotto White Light/ White Heat dei Velvet Underground, con sotto Live At Leeds degli Who che si appoggia su La Vergogna Delle Scarpe Nuove di Paolo Nori, che non è mio, mi è stato imprestato, e devo restituirlo, accanto una rivista della Mondolibri che ormai odio e, sullo stereo, il libro dell’edizione speciale di Kollaps Tradixionales dei Silver Mt Zion, con sopra Kollaps Tradixionales, Sea Shanties degli High Tide, Live At Monterey di Jimi Hendrix, Yanqui UXO dei Godspeed You! Black Emperor, il primo omonimo dei 13 Floor Elevators e, a coronare questa mia porzione di disordine, il cd di Hendrix, con Hendrix che quasi mi guarda, ma non proprio, da dietro il giallo e il nero dell’immagine stampata sul cd."

Ecco perché



Ecco perché, tempo fa, regalavano libri in università. Non li regalavano, li salvavano.

domenica 18 aprile 2010

Prologo (in ritardo)

Non è che sia affetto da scrittura compulsiva, anzi.. Tutto quello che leggete (plurale di speranza) qua sotto è stato scritto nell'arco di un mesetto, all'incirca, oppure, per chi preferisce la precisione, dal 22 marzo 2010 fino all'altro ieri. Non ho subito aperto un blog per un solo motivo: il titolo. Non riuscivo a trovarci un titolo.
Io son fatto così: mi soffermo per millenni su particolari in fondo secondari e mi ci fisso, mi ci inpunto fino a quando non riesco a trovare la soluzione che sto cercando. Non che sia ancora così convinto di questo titolo eh, però diciamo che può andare.
Era giusto (per) precisare.

venerdì 16 aprile 2010

Porta Pazienza

C’è una fermata, nel tragitto che faccio ogni giorno in treno per andare all’università, che i pendolari chiamano “Porta Pazienza”, perché il treno si ferma esattamente a 500 metri (magari un po’ di più) da Porta Nuova, nel nulla cosmico che circonda i binari vivi e morti che ormai si stanno innestando nella stazione. Si sta lì cinque minuti buoni, con la stazione davanti, ad aspettare che passi un treno e che lasci libero il binario. D’estate, d’inverno, sempre. Qualche giorno fa, che dovevo andare a vedere Le Luci Della Centrale Elettrica a Torino, il treno si è fermato senza motivo per un quarto d’ora al Lingotto, così, tanto per farmi incazzare un poco e poi, come se non bastasse, ha fatto la solita fermata nel nulla a Porta Pazienza. Marco mi ha mandato un messaggio, dato che ero già in ritardo di venticinque minuti, scrivendomi: “Dove sei?” e io gli ho risposto: “A cinquecento metri da te, se solo il treno muovesse il culo.”

Mah

Sempre in treno, oggi, son passato davanti a un capannone pieno d’attrezzi e ho pensato: "Questa è la fabbrica dove costruiscono i nostri sogni e demoliscono i nostri specchi"

Pastiglie

Pensavo oggi in treno, mentre viaggiavo per Torino, che le cose belle, come pure quelle brutte, i dolori, si dovrebbe tenerle poco in bocca. Che poi uno, se le tiene troppo in bocca, le cose belle o i dolori, si perdono un po’, si sciolgono, come delle pastiglie. Che sì, ti rimane il gusto per un po’, però poi va via pure quello, che magari uno ci beve su. Quindi delle cose belle o dei dolori, io, tendenzialmente, non ne parlo, me le tengo per me, che io so, forse, cosa voglio dire; ma se lo dico a qualcuno, a chiunque, si perdono, si sciolgono. Come le pastiglie.

Nella portiera dell'auto

Scrive un amico: “Se il dolore è uno stato mentale, è il caso di dimostrarlo tranciandosi le dita nella portiera dell’auto. Chissà Morelli che direbbe (fra le bestemmie).”

Cd usati

Sono due anni che vado a un mercatino in una città vicino a dove vivo io, che si chiama Bra (e magari la conoscete perché è famosa per Cheese: una manifestazione dove arrivano formaggi e vini da tutto il mondo,) convinto che si vendano cd usati, e son due anni che torno a casa dandomi un po’ del coglione, perché il mercatino dove si vendono i cd usati non è a Pasquetta, ma un po’ dopo, e mi confondo sempre. Ecco. Però, in compenso, mi son preso un gelato ed era buono. Esticazzi, direbbe qualcuno.

Nel giaccone

Dovrei avere una penna nel giaccone. È finita lì dentro mercoledì mattina, alla biblioteca di psicologia di Torino. L’ho tirata fuori dal portapenne per darla ad Alessia, le serviva per compilare il modulo di prestito. Poi, quando me l’ha ridata, il portapenne l’avevo già richiuso e quindi me la son messa in tasca. Non c’ho più pensato.
E stanotte m’è venuto in mente, chissà perché, che mi piace girare con una penna nel giaccone. Ma senza un quadernetto d’accompagnamento. E quindi appuntare le cose che mi vengono in mente sui fogli più disparati: giornali, quaderni d’appunti, volantini, menù, biglietti del treno, biglietti di concerti.
Stamattina sono andato a controllare nella tasca se c’era ancora, la penna; così, per sicurezza. Non c’era.

Rumore

Io c’ho dei ricordi che a volte mi tornano in mente, ciclicamente, come se dovessero dirmi qualcosa di più di quanto già mi dicono. Magari poi, quando tornano, li scrivo. Sono come un ritornello stonato nella mia vita. Il resto è rumore e melodie scontate.

Di nuovo

Ieri me lo sarò detto tre volte, che dovevo scrivere qualcosa, e mai che mi sia ascoltato. Puntualmente mi son dimenticato le cose che volevo dire

Le nuvole

Le nuvole a volte mi accecano.

Invito al cinema

Succede rare volte, ma quando succede che mi addormenti dopo cena, per un’ora, magari anche due, dormo uno di quei sonni pesanti, che, al risveglio, ti lasciano i capelli, la lingua e le idee impastate per due ore. È successo anche stasera.
Ho solo un ricordo strano, di io che vengo svegliato un attimo e mi viene messo fra le dita qualcosa, e mi si dice qualcosa, che io non sento, né capisco, perchè mi riaddormento subito.
Quando mi sono svegliato avevo un biglietto del cinema fra le dita, avvolto da una di quelle custodie di plastica dove si mette la patente. Rossa, bruttissima.
INVITO AL CINEMA. Il presente tagliando da diritto ad uno sconto sul prezzo del biglietto valido tutti i giorni della settimana FINO AL ____/ ___/ ____.
Poi, a lato, c’è scritto: il presente BUONO SCONTO è stato offerto da: spazio bianco.
Dal sonno, dico io.

Informazioni

Stamattina stavo cercando il CAAF per le tasse universitarie, ma non lo trovavo. Sono entrato in una farmacia e ho chiesto informazioni. Erano in quattro, e il negozio sarà stato di tre metri quadri. Sembravano quattro personaggi di uno spettacolo teatrale, tutti e quattro in fila, sorridenti, giovani, col loro camice bianco, soli, ad aspettare che entrasse un cliente per iniziare la loro parte. Io, però, li ho fermati subito: ho chiesto informazioni. Non era nel copione.
Uno di loro, il più grasso, mi ha dato le indicazioni e poi si è fermato un attimo e ha sorriso, io gli ho ricambiato, ho detto: "Ho capito.. ho capito. Grazie, ho capito."
Poi sono andato verso la porta e quello che mi aveva accolto mi ha salutato di nuovo: "Arrivederci, a presto!"
E, in quel momento, come mi capita spesso, mi sono scontrate nella lingua due idee, e invece di dire: "Salve!" o "Ciao!" Sono uscito dicendo:
"Sao!"

Angoli

Chissà perché si dice di uno che è ottuso o che è acuto. La stupidità e l’intelligenza degli angoli..

Corde

Spesso mi capita di pensare che le corde della mia chitarra siano fatte di cartone. Mi viene da suonare canzoni, melodie, pezzi, di cartone. Poi mi ricordo che non so farlo.

Un nido

Ho appena notato che sull’albero davanti alla porta di casa mia c’è un nido di uccellini. è una macchia appena più scura in un groviglio di rametti marroni tagliati a palla, quasi al centro della pianta. Un nido-nucleo, protetto da un labirinto aggrovigliato di spaghi di legno, protetto da me, da tutti, da altre bestie.

Libri

Oggi, in università, regalavano dei libri.

Un'altra volta

Io sono uno, ora che ci penso, che ha delle paure incondizionate ed angoscianti. Ma è troppo lungo parlarne. Un’altra volta.

Bene

Stamattina era come se avessi dell’aria fresca e appena dolce in petto. Una sensazione piacevolissima, rilassante. Era tempo che non stavo così bene. Poi questa sera L’ho rivisto sul treno.
E mi ha rovinato tutta la giornata.

Distrazione

Oggi, sarà la stanchezza di cui dicevo sopra, sono stato distratto tutto il giorno. Avere la testa da un’altra parte trovo sia una bella espressione, ma quando non si sa nemmeno dove sia, quella parte, trovo lo sia un po’ meno.
Per esempio, son sceso a Carmagnola oggi, tornando a casa, che c’era il cambio per Bra dopo poco, e quindi sono andato in sala d’attesa a vedere da quale binario partiva il treno, e poi, a uscire, la porta era bloccata. Ho provato a tirare, niente. A spingere, niente.
Che coglione, mi son detto, sono entrato dall’altra. Allora sono andato dall’altra porta, l’ho appena guardata, era una porta a vetro con un grosso maniglione a spinta rosso e nero, e ho detto: No, no, questa io non l’ho mai vista, e sono tornato dall’altra porta. Ho di nuovo spinto, ho di nuovo tirato e un signore lì seduto, che secondo me si gustava la scena già da un bel po’, mi ha chiamato: “Giovanotto! Giovanotto, si esce dall’altra porta, dall’altra porta.” Allora l’ho guardato un attimo in silenzio e ho detto: Che scemo che sono.
Sono andato dall’altra porta e si è aperta. Vedi che son proprio coglione oggi, mi son detto. Solo oggi?, ho poi aggiunto.
E poi, sempre sul treno, stavolta su quello che portava a Bra, eravamo arrivati a destinazione e tutti nel vagone si erano alzati, compreso me, ed eravamo andati dalla porta ad aspettare che si aprisse. C’era però un ragazzo, tutto raggomitolato nel suo maglione e appoggiato allo zaino messo sul sedile vicino al suo, che si era addormentato e non si era svegliato nemmeno quando il treno si era fermato, sbatacchiando e fischiando.
Forse è meglio che lo svegli, visto che gli altri non fanno nulla, mi son detto. Ci ho pensato su dieci secondi, poi le porte si sono aperte e mi son detto: Ma si, tanto siamo arrivati, ora si sveglia e scende.
Ecco, menomale che ho fatto questo ragionamento. Perché quel treno non si fermava mica a Bra. Andava ad Asti. Non era nemmeno a metà corsa, a Bra. Insomma, l’avrei solo svegliato per niente, facendomi anche una figuraccia terribile.
Io l’ho detto che in sti giorni sono stanco.

Scrivo

Son seduto su una panchina qualunque di questo parchetto e, saranno passati dieci minuti da quando mi sono seduto a scrivere, mi guardano tutti, quelli che passano. Come se stessi facendo chissà che cosa strana.
Sto scrivendo su un quaderno, vi stupisce così tanto?
Poco fa sono arrivati dei bambini, una classe di scuola elementare, in questo parchetto, a fare ginnastica. Due di loro mi hanno guardato come se avessero visto un alieno ubriaco. Sono andati avanti, si sono tolti la giacca, l’hanno posata su una panchina, hanno iniziato a correre, senza distogliermi lo sguardo di dosso nemmeno per un momento. Erano veramente stupiti.
E da questo stupore, per me infondato, mi è venuta un’idea che nemmeno io so se sia una cazzata marmorea o meno. Questa mia idea più o meno fa così: “Sarebbe bello se, un giorno, tutti gli scrittori, e per scrittori non intendo solo quelli famosi, quelli con le pubblicazioni importanti alle spalle e le grandi recensioni, ma proprio tutti quelli che solitamente scrivono, quindi anche gli scrittori famosi, logico, dicevo: sarebbe bello se tutti gli scrittori si mettessero sulle panchine di questa città, o di qualunque altra città, e scrivessero; senza dire niente, senza pubblicità o promozioni. I passanti se ne accorgerebbero, credo, di tutta questa gente per strada a scrivere su delle panchine e magari si fermerebbero a chiedere: “Ma cosa fate?” e loro, gli scrittori, direbbero: “Scriviamo.” “Ah” direbbero i passanti. “Eh” direbbero gli scrittori, anzi chiamiamoli scriventi, che trovo si addica meglio all’occasione. Sarebbe bello.”
Ecco, idea finita.

Hrabal

Spesso mi capita, leggendo, di trovare delle frasi bellissime, di una potenza poetica da far piangere. Come questa, che ho trovato stamattina leggendo Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal, che fa così: “L’orologio illuminato sul campanile della Città nuova indicava un’ora inutile”. Ecco, io, con una frase così, se l’avessi scritta io, ci avrei fatto cominciare il mio racconto migliore, perché ha una tale, non so come dire, una tale imponenza e così tanti significati nascosti da essere perfetta, per un incipit.
È un verso. Non a caso Hrabal l’aveva scritto prima come poema, Una solitudine troppo rumorosa, e solo dopo l’ha trasformato in un romanzo e, secondo me, leggendolo, si sente molto. È un po’ come certi racconti brevissimi di Carver, che, se uno li “incolonnasse” un po’, sarebbero delle poesie commoventi, per come vedo io la poesia.
Ma non è che queste frasi me le ricordi sempre, anzi, a dir la verità, non me le ricordo quasi mai. Mi dico sempre: Ora me le segno, ora me le segno, e poi, preso dal desiderio di continuare la mia lettura, me le ripeto in mente due o tre volte, illudendomi che poi me le ricorderò. Non accade mai.
È un problema che mi preoccupa parecchio, quello del dimenticare. Ho come l’impressione che molte cose mi sfuggano, scappino dalla mia testa senza che io me ne accorga. Belle frasi, ricordi di libri letti, momenti e scene intere. Soprattutto quando leggo ho questa paura, e trovo sia allo stesso tempo una paura paralizzante e dolciastra, non ricordare ciò che si è letto.
Lettura come non ricordo, diceva Carmelo Bene, ma non è che c’entri molto.
Bisognerebbe rileggere, mi dico io, allora. Ma i libri sono tanti, troppi e di giorno in giorno se ne aggiungono altri. Forse tutti dimenticano come dimentico io, forse tutti ricordano solo dei punti di un libro letto un anno prima.
Per questo ci sono i libri, mi vien da dire, per essere ripresi in mano, riletti, riletti ancora, goduti ancora una volta. Ma subito mi ritorna l’angoscia del tempo, delle centinaia di libri comprati e non ancora letti, e tutto ricomincia da capo. Che dannazione.

Pigiama

Ci son dei giorni, mi è capitato diverse volte, che al mattino mi alzo, mi lavo, mi vesto, esco di casa, prendo il treno e a un certo punto ho la certezza di essere uscito di casa in pigiama. È una sensazione terribile. Mi guardo e sono vestito normalmente, ma il sollievo è troppo piccolo. Di solito mi rovina tutta la mattinata.

La tata

Ieri sera sono tornato a casa, saranno state le nove, ho acceso la televisione e sono capitato su un programma su La7 dove c’è una tata che va a casa di una famiglia che ha dei bambini piccoli, sta giorni e giorni con loro e poi, dopo un attento esame, dice ai genitori che, in pratica, son dei deficenti, che al bambino non devono far fare quella cosa, che invece quella gliela proibiscono senza motivo, che non va mica bene così, che non sono equilibrati, che così crescono viziati, che hanno dei grandi difetti, che mica va bene così, che devono essere più severi, ma ragionare, non accontentarli sempre, i figli; non va mica bene così, abbiamo dei problemi seri.
Ecco, ho visto dieci minuti di sto programma e mi è montato su un nervoso che non è descrivibile. Ma cristo di dio, come cazzo si fa a fare entrare una presunta tata in casa (sì lo so che li pagano ma per me è inconcepibile comunque) e stare dei giorni con questa vecchia tizia vestita come la cameriera nera di Via Col Vento, affidarle i tuoi bambini, farli riprendere dalle telecamere e poi fare un filmato dove questa tata ti dice che sei un deficiente e che era meglio se ti facevi una grigliata, invece che fare un figlio, quella sera.
Che poi, chi lo dice che quella tata dal finto buonismo stampato in faccia abbia ragione? E, anche se avesse ragione, ma perché uno dovrebbe seguire le sue regole?
Per me, se tutti seguissero le regole di quel programma con quelle tate, verrebbero su migliaia di bambini tutti uguali, tutti ugualmente deficienti, tutti ugualmente da prendere a testate perché insopportabili, tutti perfettini, tutti educati, col collettino sempre alto: una massa di coglioni.
Ma non lo capiscono che sono i difetti da coltivare? Da rendere segni caratteristici? Non lo capiscono che sono le intemperanze, le incoerenze le cose belle, che rendono una persona interessante, o almeno diversa dalla massa, dall’uomo medio? L’uomo medio, che schifo. Mi ripugna, l’uomo medio. E quel programma non fa altro che gettare altri fantocci in quella fornace: La Fornace Dell’Uomo Medio. Che brucino pure, tanto ce ne saranno sempre altri. Che se ne formino, che se ne formino ancora.
Erano settimane che non accendevo la tv e ora ho trovato un motivo in più per tenerla spenta, quella fabbrica di uomini medi.

Fatica

Ultimamente son dei giorni che faccio una fatica, a fare le cose. Sono proprio stanco. Ma stanco per cosa? mi vien da chiedermi. Per niente, non ho fatto nulla di speciale, ma son sempre esausto. Sarà che dormo poco, di solito 4 o 5 ore a notte, ma stamattina, a fare quei dieci scalini per arrivare al secondo piano dell’università a seguire una lezione, ho fatto una fatica che non so cosa non mi abbia fermato, mi abbia fatto scendere quei tre scalini che avevo fatto, prendere un bus, tornare in stazione, andare a casa, mettermi sul divano, sotto una coperta, col portatile sulle gambe e non fare niente per tutta la giornata. Davvero non lo so. Sarà la “catena di montaggio”.

Non ricordo

Ci son tante di quelle cose che mi vengono in mente, da scrivere, mentre cammino, ma mai che me ne ricordi una. Anche oggi, sempre a Torino, me ne son venute in mente minimo tre, ma niente, non me le ricordo.

Io

Io sono uno che mi sento sempre a disagio, quando cammino per strada. Son sempre convinto che la gente mi osservi, mi fissi, stupita da qualcosa; da quanto sono brutto, mi dico io. E allora inizio a controllare se sono pettinato, se mi son macchiato, se ho qualcosa di strano. Ma non c’è mai niente, che io veda.
È vero che la gente mi osserva, forse, però, lo fa perché io la osservo per vedere se mi osserva, allora si sente osservata e mi osserva. O forse no.
A Narzole poi, io vivo a Narzole, cioè, non è vero, vivo in una frazione di Narzole che è lontana da quel paesino di merda qualche chilometro, ma comunque, a Narzole, ne son certo, mi guardano tutti. Ma lo fanno con tutti, i Narzolini. Si chiamano così. Narsulin ed merda, si dice, quasi come se fosse un proverbio. E la sua veridicità ce l’ha eccome. È proprio gente di merda.
Quando passo per quelle tre vie, che sia in macchina o a piedi, mi guardano tutti, e hanno uno sguardo strano: di rimprovero, credo.
Io ho provato a fare le medie a Narzole, ma proprio non mi piaceva, e così son stato male due settimane; poi i miei, esasperati, mi hanno trasferito a Bra, dove, fino a un anno prima, vivevamo.
Io, questo trasloco, non l’ho mai mandato giù del tutto. I primi tempi, poi. Non ci volevo proprio andare a Narzole; non volevo proprio cambiare casa, per niente al mondo. Ero piccolo. Stavo bene dov’ero. Ma i miei la casa l’hanno comprata, e quindi ci siamo trasferiti. Tutti i miei amici però erano a Bra; la mia vita fino a quel momento era là. Nonostante questo, però, mi hanno preso e mi hanno spostato, e, a me, non è mai andata giù.
Ricordo ancora il primo giorno di scuola del primo anno delle medie, a Narzole. Una paura. Son sempre stato pauroso io, lo sono ancora. Non volevo proprio andare, in quella scuola. Non conoscevo nessuno e, lo sapevo, gli altri non mi volevano, a rompere i coglioni. E infatti non mi han voluto. Mi hanno subito visto male e nessuno, dico nessuno, aveva la minima intenzione di spartire qualcosa con me. Nemmeno il banco.
È durata due settimane, quella tortura; poi sono tornato a Bra, almeno a scuola.
Da quel momento, da quando me ne sono andato, non ne ho nessuna prova, ma è come se tutto il paese se la fosse presa con me.
"Guarda, quello che ha cambiato scuola"
Non mi sono mai pentito della mia scelta, anzi, son quasi felice che mi guardino in quel modo, gente di merda.
Ma questa cosa degli sguardi non la vedo solo a Narzole, anzi. Anche oggi pomeriggio, a Torino, stavo camminando sotto i portici di Via Po e una signora piuttosto anziana ha rallentato un po’ il passo e ha iniziato a fissarmi. Si è perfino avvicinata. Aveva due occhi azzurri chiari che faceva male guardarli. Ho fatto finta di niente e sono andato avanti.