lunedì 26 marzo 2012
In libreria
Lui: Sì, Bulgakov.
Lei: T'è piaciuto?
Lui: Sì, molto. L'ho perfino portato all'esame di letteratura russa all'università. Avevo letto l'introduzione e un riassunto di circa dieci pagine.
...
(poco dopo)
Lui: Oh, Ivanoe!
Lei: De Bergerac?
Lui: No, di Valterscòt.
martedì 24 gennaio 2012
There is a light
Poi comunque non ho notato nessun’altra piccola stranezza per tutta la mattina, mi son fatto il mio viaggio in treno dormendo, son arrivato a Torino, ho fatto le cose che dovevo fare, sono andato all’università; solo che, nel frattempo che facevo le mie cose, mi son messo ad ascoltare un po’ di musica dal lettore mp3 e, tornando dalla Fnac, praticamente ero quasi arrivato in stazione, mi è venuta voglia di ascoltarmi un disco per intero. Allora non sapevo cosa ascoltare, ho guardato un po’ quello che c’è sul lettore mp3, ho scelto Kollaps Tradixionales dei Silver Mt Zion.
Che poi sul nome dei Silver Mt Zion ci sarebbe da dire una cosa, cioè che cambiano nome a ogni disco, ma ogni volta di poco: tipo una volta si chiamano A Silver Mt Zion, un’altra A Silver Mt Zion Memorial Orchestra, un’altra si chiamano Thee Silver Mt Zion Memorial Orchestra and tra-la-la band, un’altra volta ancora Thee Silver Mt Zion Memorial Orchestra and tra-la-la band with choir. Ecco.
E m’è venuto in mente, mentre ascoltavo Kollaps Tradixionales camminando verso Porta Nuova, quando sono andato a vederli, i Silver Mt Zion, allo Spazio211: era primavera, ero con Marco e con Linda, due miei amici, ci eravamo incontrati in stazione di pomeriggio presto e mi ricordo che avevo dietro una borsetta di cartone, di quelle che danno nei negozi, piena di cose che mi ero portato dietro, che, se non sbaglio, erano: tutti i cd dei Silver Mt Zion che avevo, che, se non sbaglio anche qui, eran quattro, Yanqui UXO dei Godspeed You! Black Emperor, La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, una penna, e una specie di regalo che avevo per Efrim Menuck, che è il cantante e chitarrista dei Silver Mt Zion. E mi ricordo il viaggio in treno, di pomeriggio presto, c’era un sole chiarissimo, era stato stupendo. Mi ricordo dei viaggi bellissimi, io, in treno, con dei libri bellissimi e delle borse e dei pacchi bellissimi. E quasi sempre son di pomeriggio.
Ci eravamo incontrati, io, Marco e Linda, quel giorno in stazione, e ci eravamo fatti dalla stazione allo Spazio211 a piedi. Solo che avevamo anche allungato, non sapevamo la strada, allora eravamo andati fino in Via Po’, a Palazzo Nuovo, avevam trovato una mappa della città, avevam capito la strada c’avevam messo qualcosa come tre ore, ad arrivare allo Spazio211. E intanto eravamo passati per mezza Torino a piedi, eravamo passati in delle stradine che buttavano malissimo, ci eravamo persi, avevamo chiesto indicazioni, avevamo sbagliato, eravamo passati in un mercato rionale in un quartiere di, non vorrei sbagliarmi, marocchini, e sembrava di essere lontanissimi, dall’altra parte del mondo, sembrava che il senso di quella giornata fosse camminare con tranquillità per mezza Torino per arrivare allo Spazio211, non tanto andare a un concerto. E quel pomeriggio lì, a camminare, sembrava di essere lontanissimi.
Poi alla fine eravam solo a Torino, un po’ in periferia, alla fine eravamo anche arrivati in anticipo, allo Spazio211.
Avevamo aspettato tantissimo, fuori dal locale, nei giardini, si stava bene. Poi erano arrivati degli altri nostri amici eravamo andati a fare cena in un bar un po’ lontano, da dov’eravamo, avevamo mangiato qualcosa e quand’eravamo tornati fuori dallo Spazio c’era una coda enorme, era tutto pieno.
Mi ricordo l’attesa, seduti io e Marco sul palco, per stare davanti, con tutta la ressa attorno, poi alla fine eravam finiti in mezzo, non ricordo perché. Era stato un concerto fantastico.
E mentre che pensavo tutto questo, questa mattina mentre camminavo Porta Nuova ascoltando i Silver Mt Zion nell’mp3 e pensando a quel pomeriggio, al concerto, a Linda e Marco, a tutta la strada che avevamo fatto, a com’ero stato bene, mi è venuto da piangere.
Poi son arrivato a Porta Nuova, ho preso il treno, ho ascoltato due volte A Love Supreme dormendo e quando sono sceso dal treno e stavo per uscire dalla stazione ho sentito: Il treno proveniente da, chi se lo ricorda, e diretto a, chi se lo ricorda, è in arrivo al binario quadro.
Anche lì, pensavo: non è possibile.
Però, pensavo, io prenderei tantissimi treni da una stazione con un binario quadro e uno buio.
venerdì 11 novembre 2011
Un inizio di una fine
Succedeva sempre che, a un certo punto, si finiva in macchina a parlarne.
ed era una ricorrenza, una specie di rituale privato. Ci si capitava nei modi più disparati, e si piombava su quell’argomento dalle vie meno sospette di un discorso qualunque. e il succo era sempre quello: che così non si poteva andare avanti.
Succedeva sempre che, a un certo punto del discorso, si distribuissero le colpe come le parti di uno spettacolo più o meno definito, che finisce sempre allo stesso modo. e che non finisce mai.
E si andava avanti lo stesso, di notte in notte, a pensare che forse era finita, però cazzo, se soltanto…
Succedeva sempre così, nei nostri discorsi notturni.
Fino a quando è successo davvero. e forse non ce ne siamo nemmeno accorti.
giovedì 13 ottobre 2011
Iniziare una Moleskine
È un periodo che non scrivo più e che ho ricominciato a leggere, a stare bene in casa; che ho smesso di lavorare e mi sono reso conto di quanto fosse brutto, e prematuro, in un certo senso. e vaffanculo a tutte le migliaia, davvero migliaia di persone che ho chiamato in questi, quanti sono?, uno, due, tre, quattro, quattro mesi e una settimana di lavoro. E ora ricomincerò anche a studiare e magari mi darò una mossa, e darò qualche esame e al più presto mi comprerò un basso o una chitarra acustica. e non vedo l’ora che arrivi l’inverno e la neve, con le felpe e le giacche lunghe e tutti gli sbrinamenti in casa, le serate gelide e i pomeriggi bianchi, interminabili. Che arrivi l’inverno con tutta la sua premura, che sento che le cose stanno cambiando, anzi sono già cambiate e questa volta non sarà come un anno fa. Ci sarà più gente e meno solitudine, meno depressione. Rimarranno sempre il sonno e l’insonnia, le levatacce e i respiri pesanti, e i ritorni in treno da solo; rimarranno le stazioni e le canzoni, gli innamoramenti. E forse ci sarà qualche amico con cui chiudersi in casa la notte della vigilia. E magari riuscirò a smettere di magonare. Ma forse no. In fondo... vediamo com’è essere innamorati d’inverno.
mercoledì 21 settembre 2011
Un inizio
Prende un libro in mano, inizia a leggere. I, I, I, I. Want to be a horse. In questi giorni mi torna sempre in mente Agota Kristof e quella meraviglia di durezza che è La trilogia della città di K. We are the army you see through the red haze of blood. Sembra inquieto. Esce.
giovedì 8 settembre 2011
Azzurro carta da zucchero
mercoledì 7 settembre 2011
Pulci
Dell’accidentale e dell’incoerente. c’è da domandarsi quant’è vero Dio.
Per lo smantellamento dei missili si giunse a un accordo attraverso il quale trovarono un minimo comun denominatore per poter liberare le proprie lisergiche impressioni e fantasie. E anche stanotte fa freddo e ti sembra che crescano scarpe e vestiti sugli alberi. Mille incidenti. mille incidenti. e solo pochi scorticamenti. però alla fine c’è stato il lieto fine: sono morti tutti.
sabato 3 settembre 2011
Oceani
Tanti avanti e indietro per i solchi delle corsie d’ospedale. E l’infinito che ho disegnato sul polso destro continua a non andare via. Torneremo a scorrere. torneremo a scorrere. torneremo alle nostre vite invernali. maledetto inverno. davvero maledetto inverno.
giovedì 28 luglio 2011
Non fa male, non fa male.
Ci sono dei riverberi. come quando ho salutato il decennio con un mare di ronzii. feedback. sciabordii di suoni e rumori incontrollati. L’impalcatura di un palazzo in miniatura costruito col fil di ferro.
Nessuno si è accorto di lui quando è entrato. semplicemente è salito sul palco con le sue bretelle, le sue scarpe da ginnastica fosforescenti e la sua chitarra. la giusta dose di pregiudizio necessaria alla fulminazione. Che ancora adesso ci sono degli organi che suonano negli angoli, ogni tanto.
Oggi è morta Agota Kristof. Bastardi. bastardi tutti.
mercoledì 11 maggio 2011
Per aria
Il tonfo.
Mi rialzo e vado in cucina a farmi un caffè. Riaffrontare le scale ancora doloranti è la cosa più difficile, penso. Penso con quale mano tenere la tazza e con quale aggrapparmi al corrimano. Penso se dare il peso al gomito o lasciarlo riposare. Si muove male, a fatica. Poi sulle scale mi viene in mente che il corrimano non lo uso mai e faccio le scale a passoni da gigante disegnato, alzando i piedi oltre il normale.
E mi viene in mente il finale di Grandi Ustionati di Paolo Nori: "Ma la cosa più brutta, di cadere giù per le scale, non è quando prendi la botta che ti fa male, la cosa più brutta è il momento che te sei per aria, le gambe in avanti, ti rendi conto che la botta, è questione di poco, sta per arrivare."
domenica 3 aprile 2011
In viaggio (dalle sei a mezzogiorno)
Il sole è un tuorlo d’uovo sigillato nel torbido di un barattolo d’alcool. all’alba. I paesaggi che ci si potrebbe fare un film. come quella volta in Irlanda, con i Radiohead, sul pullman. quando il centro di Dublino è diventato un video.
E non ne posso più dei centri commerciali, delle canzoni commerciali, delle canzoni di merda. del sangue che cola. A Torino c’è un sole come se sapesse che sono qui sono per svago. per passare il tempo prima di partire. La vita di Bob Dylan e i libri di Perec che ho lasciato alla Feltrinelli per non caricarmi troppo lo zaino. Le grandi aspettative. Le cuffiette nuove e la stessa musica sull’ipod ormai da un anno.
Le mie pagine dove non c’è mai nessuno.
giovedì 31 marzo 2011
Acqua
mercoledì 30 marzo 2011
Avivistamenti
venerdì 18 marzo 2011
A plain picture
domenica 30 gennaio 2011
Scarabocchi
mercoledì 3 novembre 2010
Nietzsche (forse capitolo uno, o forse anche basta così)
Mi è capitato di preparare un esame su Nietzsche, ultimamente, e la cosa che mi è rimasta più impressa, di quest’esame che ho preparato, è che Nietzsche sia stato portato via da Torino, ormai demente, su un treno diretto a Basilea, con un berretto da notte in testa, mentre cantava una canzone napoletana.
E pensavo che questa cosa qui, sarebbe bello iniziare da qui, dalla fine.
Ci pensavo proprio in questi giorni, in cui preparavo l’esame, che a me, le cose stupide, quelle senza grande importanza, quelle che staranno sempre fuori dalla Storia, insomma, le cazzate, mi rimangono sempre impresse. Cioè se ora uno dovesse chiedermi di spiegare la filosofia di Nietzsche, ci metterei un momento, a iniziare, e probabilmente non direi nemmeno tutto, ma se uno mi chiedesse cosa mi ricordo, io, di Nietzsche, cosa mi è piaciuto, io non avrei dubbi: Nietzsche, filosofo fondamentale per la storia dell’ottocento e del novecento, dopo aver vissuto per qualche anno a Torino, impazzito, è stato fatto salire su un treno per Basilea da un suo amico che si chiamava Overbeck, venuto a Torino apposta per salvare il suo amico, dopo aver ricevuto delle lettere deliranti, e, sul quel treno, Niezsche, Friederich Nietzsche, autore di opere come La nascita della tragedia, Crepuscolo degli Idoli, Così parlò Zarathustra, Ecce Homo, L’anticristo, filosofo fondamentale per la civiltà moderna fra ottocento e novecento, ci è salito con un berretto da notte in testa e cantando una canzone napoletana.
E pensavo: chissà che canzone era? Per me era “Funiculì Funiculà”.
Che Funiculì Funiculà è una canzone napoletana, io non è che ne sappia molto di canzoni tradizionali, anzi non ne so proprio niente, ma non perché non mi piacciano, non mi sono mai interessato, uno a delle cose si interessa ad altre no, vai a capire il perché poi, però dicevo che Funiculì Funiculà è una canzone napoletana nata agli inizi del Novecento, in Campania, per celebrare l’arrivo in quelle zone della funicolare. E questa cosa la so non perché sono andato a cercare informazioni su Internet, ma perché mi ricordo che era la risposta a una domanda di Chi vuol esser milionario, che a dirlo un po’ mi vergogno, ma, un po’ di anni fa, io guardavo Chi vuol esser milionario tutte le sere, era un appuntamento fisso, quand’ero più piccolo avevo perfino il videogioco per il computer, e ricordo che a una ragazza avevano chiesto quale avvenimento celebrasse Funiculì Funiculà, o una domanda simile, probabilmente messa in un modo più difficile, che letta così è evidente, che Funiculì Funiculà celebri l’arrivo della funicolare a Napoli, o in Campania, comunque. Ma poi perché celebrare? Cosa c’entra il verbo celebrare con Funiculì Funiculà? Delle volte uno dice delle cose che se ci pensa ci rimane stranito, sembra quasi che non siamo noi a parlare, delle volte.
E pensavo che questa cosa qua, dell’essere parlati, la diceva anche sempre Carmelo Bene.
Che poi, a dirla tutta, non è che se la fosse inventata Bene, la cosa dell’essere parlati, è tutto un discorsone lungo di Lacan e anche di De Saussure, che Bene citava spesso, soprattutto nella puntata dell’Uno contro tutti di Maurizio Costanzo, dove, fra l’altro, dice che Nietzsche è impazzito, e se l’è meritato, non come tanti pazzi di oggi, che non se lo meritano, che sono mediocri.
lunedì 11 ottobre 2010
Cartelli
venerdì 1 ottobre 2010
Asce - Discorso immaginario sui gialli (quarta parte)
Ma, a pensarci meglio, forse sono solo io che non sono capace a riassumere i gialli. Mi viene in mente che, qualche anno dopo la malsana idea di scrivere un romanzo uguale a Dieci piccoli indiani, una domenica che ero da mia zia, mentre lei stava verniciando delle persiane, le avevo voluto raccontare un giallo che stavo leggendo, mi sembra di Jeffery Deaver: le avevo raccontato i primi due capitoli in mezz’ora, lei mi aveva ascoltato, in silenzio, dopo un po' mi aveva fermato, mi aveva detto che non ci aveva capito niente, e mi aveva fatto notare tutto quello che avevo sbagliato, nel raccontare, e mi aveva detto di finire il libro e la settimana dopo di tornare e raccontarglielo bene. E io la settimana dopo ero tornato, gliel’avevo raccontato, l’avevo di nuovo raccontato male.
Asce - Discorso immaginario sui gialli (terza parte)
E a scrivere il riassunto di Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo, mi è venuto da pensare che i gialli, a riassumerli, sembrano sempre ridicoli.
giovedì 30 settembre 2010
Asce - Discorso immaginario sui gialli (seconda parte)
Dieci piccoli indiani è stato il primo libro per adulti che ho letto, e il primo giallo, anche, che ho letto. Che ora, poi si dice ora ma non è ora, è un po’ di tempo fa, allora, un po’ di tempo fa ho ripreso in mano qualche libro della Christie, non riesco più a leggerli. Mi sembrano così banali, così vuoti. Mentre a tredici, quattordici anni leggevo solo gialli, e in particolare solo gialli di Agatha Christie, ora non riuscirei a leggerne uno in un mese. Son cambiato.
Me lo ricordo benissimo, il giorno in cui ho comprato Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo. Era poco prima di Natale, ero già in vacanza, e dovevo leggere per i compiti di italiano Dieci piccoli indiani di Agatha Christie e Sogno di una notte di mezza estate, di William Shakespeare. Li avevo presi in una libreria in centro ad Alba e, mi ricordo, tornando indietro al parcheggio dove era la nostra macchina, c’era la neve, erano le sei di sera, forse anche le sette, avevo detto a mia mamma che non volevo leggere i libri delle vacanze, che Shakespeare era noioso e pesante e Agatha Christie mi faceva paura. E io Shakespare e Agatha Christie non li avevo mai letti.
Ma era una di quelle mie cose di cui mi convinco, e mi convincevo, che poi a togliermele dalla testa ci vogliono le asce, e poi, quando mi accorgo che i miei pregiudizi erano sbagliati, infondati, stupidi, mi sento sempre piccolo, e mi vien da parlare piano.
E poi l’avevo letto in due giorni, Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo, e mi era piaciuto da morire. Solo che, e questa cosa mi fa pensare, appena arrivato a casa, avevo aperto il libro per leggere la prima parola e l’ultima del libro, come facevo sempre, e, in pratica, avevo già letto chi era l’assassino.
Mi fa pensare perché mi viene da chiedermi: e se non avessi il nome dell’assassino prima di iniziare il libro, sarebbe cambiato qualcosa? Mi sarebbe piaciuto lo stesso? O di più? O di meno? E ora leggerei ancora gialli, se non avessi letto il nome del primo assassino del mio primo libro giallo, prima di iniziarlo, il mio primo giallo. Son cose che fanno pensare, per me. è un po’ come quella storia del What if..?, mi sembra ci siano anche dei libri su questa cosa, cioè: cosa sarebbe successo se.. qualcosa. Di solito si fa con la Storia, questo discorso, la storia studiata a scuola, istituzionalizzata. Ma a pensarci lo si potrebbe fare anche con la Storia Personale, che per come sono fatto io ha la stessa importanza della Storia Universale. Sarei lo stesso se, invece di andare a leggere l’ultima pagina, fossi andato a bere un sorso d’acqua e me ne fossi dimenticato? Secondo me no, ma non saprei dire altro.
Forse è ora di fare una puntualizzazione, di aprire una parentesi, per quelli che Dieci piccoli indiani non l’hanno letto. Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, parla di dieci persone riunite su un’isola deserta, sole, fra le quali si aggira un assassino che lentamente uccide uno per uno tutti i suoi compagni. E nella casa dove stanno c’è una specie di scultura, con dieci negretti, e ogni volta che uno muore scompare un negretto.
E poi muoiono tutti tranne due, che si ammazzano a vicenda, e si crede che tutto sia finito, ma si scopre che uno di quelli che erano morti tempo prima non era morto veramente, fingeva soltanto, e, quando poteva, si alzava e andava a ammazzare gli altri. Ecco, l’assassino è il giudice Lawrence Wargrave. Così, per rovinarvi il finale.
Che magari ora vi ho pure cambiato la vita, che non è che sia per forza una cosa buona, o per forza una cosa cattiva, però magari poi, fra tanti anni, mi ringrazierete.
Ma molto più probabilmente no.