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venerdì 13 settembre 2013

Iniziare

Bisogna epurarsi da ogni stile estraneo. Sfoltire. Lasciar cadere il masso giù dalla rupe e raccoglierne il rimanente, a valle. Il nucleo: ciò che vale. Il resto: una zavorra.  

La vita è un lungo respiro. Bisogna trovare il passo del proprio e imparare a trascriverlo.
Scrittura come prolungamento del battito cardiaco.

Bisogna iniziare a provare. 

giovedì 15 marzo 2012

Ormai

quando a volte vorrei piangere e diventare rosso come fai tu, mi porto dietro una matassa che non riesco più a sbrogliare: comunque la rigiri pesa, come le canzoni tristi quando fuori piove. ho provato più volte a sparire e, sortito l'effetto contrario, farò finta che va tutto bene quando torni a letto. e non venirmi a dire che fa tutto schifo quel che è triste.

in tutti questi anni abbiamo detto così tante cose, ne abbiam fatte così poche, programmato mille viaggi e poi rimasti sempre a casa, ma raccontare e perdonarsi a volte è imperdonabile, quindi oggi parla tu: dimmi qualcosa che mi scaldi. ti porto al cinema stasera, ma paghi tu, che io non ho un lavoro. ti porto tutt'altro che lontano. alla fine non è male qua.
con la scusa di un film dell'orrore così brutto che mi ricorda dublino, andiamo a passeggiare e non in un centro commerciale. te lo ricordi il vecchio del chiosco sulla spiaggia? ci penso spesso, sai.

prima ancora che io potessi finire il mio stanco, ennesimo "tutto bene?", ti sei chiusa dentro al bagno con un trucco ormai vecchio: è soltanto questione di ore. io non me ne andrei, se non fosse che è arrivato il tempo in cui il tempo non c'è più.
e dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male.




- I Fine Before You Came han fatto un disco nuovo. Si chiama Ormai. Tutte le parole che avete appena letto sono prese dai testi di Ormai, io c'ho solo fatto un collage molto libero e molto inutile. è meglio Ormai. Se non l'avete ancora ascoltato, fatelo. -

domenica 13 novembre 2011

Istruzioni per farti un caffè d’orzo alle due di notte

Allora. Scendi di sotto, ricordati d’abbassare un po’ il volume della musica che con la riproduzione casuale non sai mai cosa può capitarti e puoi svegliare i tuoi. Poi niente, vai in cucina e apri il frigo. C’è una caraffa, nel frigo; cioè non è una caraffa, dipende cosa uno intende per caraffa, che poi a pensarci non è che ci sia molto campo libero, per definire una caraffa, una caraffa è quella e basta: facciamo prima a dire che non so come si chiama, quella cosa dove tu ci metti l’acqua del rubinetto, lei ha tutto un meccanismo di filtri che la depura e ti esce l’acqua pulita che la puoi bere tranquillamente come fosse quella delle bottiglie. So solo che è comoda perché è piatta, che tu la metti per lungo nello sportello del frigo e lei ci sta da dio. Comunque, prendi questa presunta e provvisoria “caraffa” e la poggi sul piano cucina. poi apri l’anta delle tazze e speri che ci sia la tazza che piace a te, quella più grande, che si allarga salendo, quella dove ci sta più acqua, che se non c’è quella tocca prendere quelle normali, quelle che non si allargano salendo, son sempre larghe o strette uguali, e lì dentro ci sta meno acqua ed è un po’ una sofferenza. Apri l’anta e vedi che non c’è, la tazza che vuoi te, allora apri la lavastoviglie e speri che sia già stata lavata e appena la apri senti quel caldo, quel tepore, che c’è quando la lavastoviglie ha finito da poco di lavare, e sei contento, e prendi la tazza che vuoi e la riempi d’acqua, quasi fino all’orlo, come sempre, attenzione però a non riempirla troppo che conta che ci devono ancora stare due cucchiaini di caffè d’orzo e tre di zucchero più il cucchiaino, che son cose che uno non ci pensa, ma fanno volume. Allora prendi la tazza la riempi d’acqua e la metti nel microonde, controlli che il microonde sia alla temperatura massima e imposti al timer a due minuti spaccati. Niente, poi il microonde fa tutto da sé, non c’è bisogno di stare a guardarlo.

Nel frattempo è meglio se inizi a prendere il pane, e a guardare nel sacchetto se c’è una fetta tagliata o no, se non c’è la tagli, logico, questo è scontato, ma se c’è già, una fetta tagliata, la prendi e la metti sul piano della stufa, che è ancora caldo e così ti si griglia il pane, che è una cosa commovente, il pane caldo un po’ croccante, secondo me. Poi ti ricordi che mentre prendevi il pane hai visto che tua madre ha di nuovo preso quella specie di nutella, solo che non è nutella, è una crema al cioccolato fondente, che detta così, se ti piace il cioccolato fondente, sembra una bontà, poi la apri e vedi che è tutta fiorita.
Fiorita nel senso che, sulla superficie, di questa crema che si chiama Nutkao, e quindi suppongo abbia anche delle nocciole dentro, ci sono tutti dei fiorellini, diciamo, di Nutkao, come se il grasso del cioccolato fosse venuto su, che è una cosa abbastanza normale, se ci pensi, anche l’olio lo fa, però non è che ti fidi molto, che già l’altra volta, quando tua madre aveva preso la Nutkao c’erano dei grumini bianchi, che lì era proprio sicuro fosse il grasso del cioccolato, però santo dio, che schifo. Meglio non prenderla più eh, sta Nutkao. Devi ricordarti di dirlo a tua madre, domattina, e anche di chiederle come mai l’ha ricomprata, visto che l’altra volta bla bla bla. Ma dove la fanno sta Nutkao, in Romania? Comunque, nel frattempo che pensi tutta sta roba ti viene in mente di prendere un cucchiaino e di portare via la parte fiorita, solo che scopri che poi anche sotto è un po’ tutta così, sta nutkao, però un po’ meno. Bah. Poi vai dal lavandino a pulire il cucchiaino, apri l’acqua e fai scendere la Nutkao nello scarico, solo che è densa, non scende mica, devi spingerla un po’. E ti viene in mente che, è brutto dirlo, e pure pensarlo, ma è proprio uguale alla merda, vista così.

Nel frattempo son passati due minuti e il microonde ha finito, suona, allora tiri fuori la tazza, la metti sul piano cucina e continui a pulire il cucchiaino, e, non si sa perché, senza nessun motivo evidente, ti viene in mente, mentre sei lì chino sul lavandino, quella ragazza a Londra con la quale ti sei fatto una figura da stronzo che metà basta, come si dice. Che praticamente eri entrato in questo localino, a Camden Town, mentre giravi per il mercato, che chiamarlo mercato uno pensa ai mercati che ci son qui, no no, lì è una cosa enorme, c’è di tutto lì, dai negozi alle bancarelle, di qualunque cosa, che se uno non ci è mai andato non può capire, se uno ci è andato ha già capito, quindi è inutile stare qui a spiegare, ma dicevamo, eri capitato in un localino dove si poteva entrare tranquillamente senza pagare nulla, che era sulla stradina del mercato, e in questo locale c’era un gruppo che suonava, e tu eri stato un po’ lì ad ascoltarli, non è che ti piacessero molto, erano un po’ mosci, un po’ anonimi, però comunque eri rimasto perché eri convinto, o almeno ci speravi, che quella fosse una band famosa, non tanto, un po’ famosa, che tu non avevi mai visto in faccia, e che a un certo punto si presentassero e dicessero, ciao, grazie a tutti, siamo i cosi, e tu avresti pensato, nooooo, i così, non posso crederci, qui a Londra, per puro caso li ho beccati. E niente, sarebbe stato un bell’aneddoto da raccontare.

Mentre che eri lì a sentire questi tre suonare, ti si era avvicinata una ragazza, molto carina, bionda, con un cappello in mano, ed era venuta vicino a te e ti aveva detto qualcosa in inglese, solo che con la musica alta non avevi capito quello che t’aveva detto, allora le avevi chiesto se poteva ripetere e lei te l’aveva ripetuto, quello che aveva da dire, solo che non avevi capito di nuovo, che secondo te quella ragazza così carina non era inglese, parlava inglese ma non era inglese, era islandese, secondo te, quella ragazza lì, infatti non si capiva bene cosa diceva, poi con la musica alta, lascia perdere. E comunque alla seconda volta ti era sembrato brutto chiederle di ripetere di nuovo e allora avevi pensato di fare il gentile e di sorriderle e di farle il più gentilmente possibile il gesto di no grazie, che era una risposta un po’ vaga, che poteva adattarsi a mille occasioni. E lei aveva fatto una faccia stupita, come se non se l’aspettasse, e ti aveva chiesto: no?, e tu le avevi risposto, ma tranquillamente, gentilmente, no. Di nuovo. E lei ti aveva detto, oh, ok. Ed era andata via.

E poi avevi capito che era la ragazza del cantante del gruppo che stavi sentendo che stava raccogliendo un po’ di soldi per il gruppo, tipo offerta libera, metti quanto vuoi se ti piace il concerto, e tu le avevi detto no, così candidamente, con quell’aria della serie: non mi faccio problemi a dirti che il tuo ragazzo fa veramente schifo e non gli darei nemmeno mezzo pound. E infatti c’era rimasta male, che di solito uno qual cosina lo da comunque, anche se non è particolarmente entusiasta dello spettacolo. Tanto per il gesto. E invece no, l’avevi guardata con la tua aria da stronzetto, o meglio, con quella che lei aveva percepito come un’aria da stronzetto e le avevi detto di no. Bello stronzo, davvero. Ti eri sentito proprio una merda, nel momento in cui avevi realizzato. E allora, mentre sei lì chino sul lavandino a pulire un cucchiaino, ti viene su un rimorso durissimo tristissimo e ti vien da chiederle scusa, ragazza bionda forse islandese, scusami se sono stato uno stronzo, mi dispiace davvero ma non avevo capito, c’era la musica alta, fra l’altro il fonico doveva esser anche stato un’incapace perché erano in tre, chitarra acustica, chitarra elettrica e percussioni, cioè, non percussioni in generale, era un cajon, comunque, erano in tre e la chitarra elettrica non la si sentiva per niente, quindi davvero, ragazza carina, non si capiva niente, non volevo fare lo stronzo, scusami.
Intanto hai pulito tutto, lavandino e cucchiaino, e mentre che ti facevi tutto questo ragionamento mentale non ti sei accorto che, chissà perché, muovendoti, hai chiuso il Nutkao e l’hai rimesso nella credenza, allora te ne accorgi e apri il frigo per riprenderlo, poi ti rendi conto che hai aperto il frigo per niente, lo chiudi, apri l’anta della credenza e lo prendi.

Solo che è veramente denso, allora che fare? Ci pensi un po’, poi lo metti dieci secondi nel microonde, per vedere che succede. Sì, va bene, altri venti, così si ammorbidisce. Nel mentre prendi il caffè d’orzo, nel metti due cucchiaini, prendi lo zucchero, ne metti tre cucchiaini, guardi lo zucchero e il caffè che piano piano sprofondano giù nell’acqua calda, e mescoli.

Poi prendi il barattolo di Nutkao, che cazzarola, si è quasi sciolto, ma fa niente, lo spalmi sulla fetta di pane, ripulisci tutto, ti mangi la fetta di pane, buona, ci può stare, e con la fetta di pane in una mano e la tazza nell’altra te ne vai dalla cucina, spegni la luce attento a non sporcare niente, risali le scale, spegni la luce delle scale, entri in camera.

Poggi il caffè d’orzo e chiudi la porta.

lunedì 26 settembre 2011

Ossi

I miei pensieri oggi puzzano di pennarello indelebile. e la tua testa è troppo interessante per essere così semplice. Mi affili la curiosità. mi affili la curiosità.
In cima al coma. guardavamo giù, e i nostri portafogli erano pieni di sangue. Seduti, in bianco e nero, su una macchina ferma sotto la pioggia.
Nei miei occhi ci sono dei cali di corrente. e la strada sembra sciogliersi anche se faccio i centoventi. Io e te ci siamo quasi distrutti la testa. . I nostri muri del pianto che crollano. e l’infinita infinità dell’infinito. I nostri muri del pianto in macerie. e una scatola di pesche piena di pietre in borsa. mentre continui a raccogliere piume ovunque.
Andare al di là dell’al di là. fra le pause e i solai. Anniversari di litigi e di scazzi salienti. come quella volta che avevate litigato per quei trecento euro di merda. e non siete mai tornati.

giovedì 8 settembre 2011

Azzurro carta da zucchero

Oltre il concerto e la necessità di sviluppare la delusione legittima del cervello, tu in fiamme, fra le sbarre. Avviso agli imprudenti. L’eternità tascabile diceva di esserti amica. ma bisogna fingere. fingere d’avere altre intenzioni. Ossa e acqua passate. E delusioni e ritorni. e tangenziali di pensieri. Dentro l’orlo della tua pelle ci sono dei grumi di fili e dei nodi. …Siamo all’ognuno per sé: sei un ognuno o un per sé?... Il fatto non ha importanza, e l’ascendente neppure. Bustine di fiammiferi per mantenere vivo il tuo braciere. aspetto un ritorno di fiamma.

mercoledì 7 settembre 2011

Pulci

È una divertentissima cavalcata, al suo secondo atto. Parto dal fondo, come dipinto dalle mani di tanti fanciulli. …anche per me era una cosa mostruosa il disonore di fabbricare il mio benessere… Scommetti su un nome, uno solo, ma se nel racconto c’è parola che zoppica, chiusa, ostinata, chiedi due volte, illumina la tua conoscenza. Per le spose bambine lo sfogo del pianto provoca un bisogno di fuga che sottintende un’ansia esistenziale. Uno spessore di circa tre millimetri, a causa della catastrofe.
Dell’accidentale e dell’incoerente. c’è da domandarsi quant’è vero Dio.
Per lo smantellamento dei missili si giunse a un accordo attraverso il quale trovarono un minimo comun denominatore per poter liberare le proprie lisergiche impressioni e fantasie. E anche stanotte fa freddo e ti sembra che crescano scarpe e vestiti sugli alberi. Mille incidenti. mille incidenti. e solo pochi scorticamenti. però alla fine c’è stato il lieto fine: sono morti tutti.

martedì 6 settembre 2011

Tutto ciò che ha causato la pioggia

Piovono siringhe sulle tue colonne vertebrali giornaliere. E le gatte che arrivano le mattine dopo gli incidenti nei fossi. hanno gli occhi verdi trasparenti. Ed il bello è che io e te ci diciamo tantissime cose e per il momento è meglio che non ne parliamo. E per strada scivolavano le macchine. sbandamenti su sbandamenti. e portiere ammaccate e mille sbattimenti. Vorrei rubarti delle frasi. e non solo quelle.

giovedì 18 agosto 2011

Notte

Ci porteranno via, perché in fondo qui non abbiamo un cazzo da fare. se non suonare. le nostre chitarre da rischio e da rissa, aspettando elicotteri. su croci bianche d’atterraggio. Parliamo in sincronia perché io e te da qui ce ne andremo via insieme. Appostati negli angoli e sui cofani delle macchine, con la musica alta e delle pressioni dentro la gola. da scartare in silenzio, più tardi. Le mille occasioni che perdo e certe cose che stanno succedendo, che mai avrei pensato. Un Tiziano rinchiuso in una banca. da avvistare di notte dietro un vetro offuscato. con la luce come in una chiesa. Stavano smontando la città mentre parlavamo, ma più che tutto noi leggevamo Paolo Nori. E volano le penne sugli elicotteri e noi ce lo dimenticheremo. E anche questa si chiama malattia. anche questa sarà un’altra periferia. tempo di miserie e tempo di pulsazioni. tempo di miserie e tempo di pulsazioni. delle piccole storie, delle teste pensanti, delle vite spezzate, ricucite alla cazzo. e non si torna a casa, si rimane così, si rimane così, si rimane così. Non cantare quello che ti chiedo. e non mi chiedere quel che penso. Il tuo sorriso che ogni tanto sembra crollare. e spegni sigarette come sogni. E abituati perché sarà sempre peggio. sarà sempre peggio.

martedì 2 agosto 2011

Miriadi di vene

Andremo a Londra. anche noi. lasciando a casa i sogni per evitare gli ingorghi.
Gli occhi da foto. Dimmi come firmi e ti dirò chi vuoi essere.
La polivalenza di certe parole. che sono come cuori che spingono miriadi di vene di significati.
Persi, di notte, salendo invece di scendere, con la benzina a terra. avevamo trovato un ospedale. ed eravamo felicissimi. I divieti di sosta nella tua testa. I tuoi improvvisi arrossamenti negli occhi. che fluivano giù.
in basso.
verso sinistra.

mercoledì 27 luglio 2011

Serate

E i cani che urlano. Le costruzioni immaginarie. Linee in bianco e nero. e scritte luminose sopra tutti i nostri pensieri. Avamposti minati. Biglietti, che sono come messaggi d’aiuto. che escono dalle tasche dei jeans e ti dicono che manca sempre qualcosa. come se una canzone non potesse cambiare un paesaggio. Evitami le strade lunghe, i percorsi abbreviati. Evitami i disastri imbanditi e le serate ammosciate. Disegni inconcludenti sopra fogli che non sono miei. E questa farneticazione è per i distributori di medicine ai bordi delle strade provinciali. per gli appunti presi sulle cartine. per i nostri alberi che fumano. per le ragazze tempesta. per la voce di Bob Dylan in Moonshine Blues.
Tenevi lontani i pensieri con aureole d’alcool. e i Jesus and Mary Chain erano sempre adatti. sia d’estate che d’inverno. per dare senso ai nostri viaggi troppo brevi.

giovedì 21 luglio 2011

Vetro sottile

A degustare dei petali di rosa invetrati. seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma bianca dei detersivi. 7 agosto di pomeriggio, e non una buca da stanare per queste mani fredde. Mettiamo il freno a mano ai pensieri, alle collere e ai desideri. I paraffi alle nostre illusioni. Fra le lamiere roventi di un cimitero, solo io silenzioso, eppure straordinariamente vivo. L’incazzatura cattiva che mi sale quando non trovo più un cd. e smonto stanze e sfascio letti fino a quando non lo trovo. Pile, plichi e cavalli. Annunci pubblicitari di mamme piangenti e di strisce di denti. E questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti. delle grandi aspirazioni. Inspira per rilasciare degli odori nella tua gola. Davanti ad un distributore automatico di fiori e di giorni migliori, anch’io rinchiuso in una bolla di vetro, nell’aeroporto di Bruxelles.

venerdì 15 luglio 2011

Un altro improvviso

[voce di sottofondo: mi raccomando mi raccomando, pensa a divertirti, mi raccomando,]


ci salveranno dalla tristezza con dei badili e delle vanghe da collezione, armadi d’oro e stelle da colazione, ricoperti di tele incerate ci aggireremo per i parcheggi delle stazioni come dei fantasmi troppo sporchi per se-ne-andare o come i raccoo-oo-oon come me li immagino in questo momento. Maometto che piange all’entrata di un parco e tutti i tuoi nervi da rivisitare. Anni e anni di superiori e poi di altri superiori . come abbassare a livello marciapiede una persona da incartare. e non sai che ti fa male, che i polmoni sono come spugne secche da tre mesi, che se le bagni le senti riprendere a respirare.

Improvviso per nuova macchina da scrivere

Niente panico, mi raccomando, niente panico, come mantenere la salvezza senza compromettersi gli dei migliori, e tornare a casa sani e salvi da serate che sono come il pane appena sfornato, ricoprirsi di amuleti e salire in macchina, da soli, col sale sotto gli occhi e i dischi giusti per muovere il paesaggio, che è come una tendina in un film, si muove solo se ha un senso, che se piangevi era per la congiuntivite e tu non avevi proprio nulla da spartire con noi, proprio nulla, poi però, come sempre, come sempre, i ritardi e le attese, le fermate dei treni mattinieri, con la luce che risale dai binari e tira dritta verso il cielo, senza perder tempo, che tanto non ti guarda, non ti guarda nessuno, non preoccuparti, ricomincia a parlare piano, che ti sentiranno meglio da lontano e avranno poster e stelle d’oro, luci filanti e prezzi da pagare, come una storia da raccontare a dei nessuno immaginabili, e presto anche le carpe torneranno scarpe e tutto quanto si riaccenderà mogio, a tratti di miele e di tempesta, una catenella dentro la testa, ti strapperà i pensieri corti da quelli fradici e staremo tutti seduti su dei marciapiedi ad aspettare di marcire insieme in allegria, come del vino da tristezza

giovedì 9 giugno 2011

Quaranta watt

Le microfratture nelle nostre mani. tutti i giorni. I problemi agli occhi di Van Gogh. che vedeva il centro delle cose deformato. le sue ansie. Dei denti bianchi e quadrati che ho disegnato. delle dediche a dei nessuno innumerabili. e delle penne blu. come degli argini con poca selettività. La poeticità dei suicidi. dei cuori disegnati. dei cuori blu. è un periodo che non so mai che musica ascoltare. e il mio isolamento dal mondo trasmesso è ormai completato. L’amore per i plurali. Il ronzio del mio amplificatore che quando lo spengo crea un vuoto nella stanza. I vuoti non-a-rendere delle mie giornate. come quando mi annoio anche della noia. Certe frasi o certe parole che canto sempre nelle canzoni. Faccio promesse notturne a me stesso di giornate impegnate e operose, svegliandomi già al mattino con un ritardo colossale. Dopo, quando rileggo tutto, manca sempre qualcosa. Come ogni volta che rileggo una mia cosa vecchia, che mi faccio sempre schifo. La salvezza che mi danno certi vinili. Che se pioveva era perché avevamo bestemmiato troppo. L’aria che c’è dentro le lampadine, che non c’è. Ne tengo una in gola, sotto la lingua, e non è per schiarirmi le idee. che la ragione, no, quella magari lasciamola perdere.

martedì 31 maggio 2011

Blabla

Ti accartoccerò i polmoni e ci soffierò dentro come in un palloncino. Riscatterò i terreni occupati della tua fronte e soffierò del sapone sulle tue rughe d’angoscia. Spargerò del sale. ti disinfetterò il sangue. E ripulirò le tue urne nascoste, le tue mine disperse. le luciderò con un altoparlante e ricoprirò le tue coperte con del nastro isolante. Raccoglierò le puntine in una scatola di cartone, la brucerò con un proiettile nel cuore. E ripeterò le nostre preghiere incompiute, ripeterò tutte le nostre preghiere incompiute. le lascerò marcire nella mia bocca, le lascerò fiorire nella mia stanza. Risanerò le paludi delle tue orecchie da tutti le cantanti. Aprirò un conto corrente per le tue perdite di sangue.

giovedì 26 maggio 2011

Un sogno

Stamattina ho fatto un sogno stranissimo.
Ho sognato che ero a Bra, di sera, e dovevo andare in qualche viuzza minore a parlare col chitarrista dei Massimo Volume, e che facevo una fatica bestiale a trovarla e poi la trovavo, e non ero più a Bra, ero in un altro posto che non avevo mai visto e dovevo trovare parcheggio, e non lo trovavo. Poi parcheggiavo, evidentemente, perché un secondo dopo ero a piedi, ma non mi ricordavo più dove avevo parcheggiato. E allora mi mettevo a cercare la macchina, non la trovavo, giravo in tutto quel vicolo ed era pieno di macchine simili alla mia, ma parcheggiate ovunque, anche in dei posti un po' strani, come per esempio sulla striscia che divide le due carreggiate, anche se lì, in quel vicolo, era un po' improbabile ci fossero due carreggiate, anche perché era tutto lastricato col porfido, era stretto, era anche un po' improbabile che ci passasse una macchina, a dirla tutta, in quel vicolo, ma lasciamo perdere, dicevo, era pieno di macchine simili alla mia, ma un pelo differenti.
E poi a un certo punto avevo perso anche le scarpe, e giravo in questo vicolo, che io nel sogno dicevo fosse Milano, ma non era Milano, ed era pieno di scarpe, per strada,
anche di calzolai, di scarpe vecchie, nuove, di scarpe grandi, da muratore, di ciabatte, di scarpe da donna, coi tacchi, senza tacchi, di scarpe da lavoro, e mi ricordo benissimo un paio di scarpe enormi, che, nel sogno, correndo, mi ricordo che mi ero chiesto di chi potessero essere, quelle scarpe lì.
Ma andavo così veloce, e così deciso, di qua e di là, per il vicolo a cercar le mie scarpe, che da sveglio mi è venuto da pensare che io le scarpe ce le avessi ancora ai piedi, ma non sono sicuro.

lunedì 23 maggio 2011

Sul portone di casa

"Home, home again..."

Scrivere è come pisciare. Ha gli stessi tempi, gli stessi dolori, gli stessi sollievi. Nient’altro da dire. Esce sempre dal di-dentro, non è mai il di-fuori. E punge, ed è un bisogno. Lo si deve fare. E se non lo si fa, fa male. Ci si può giocare, con le attese. E col piacere della pisciata.

Vorrei tanto che mi raccontassi la tua storia. E poi raccontarti la mia.

"...i like to be here when i can"

Perché non ti ho mai raccontato la mia storia?

È pieno di coincidenze sulla dissoluzione, in questi giorni.

mercoledì 30 marzo 2011

Avivistamenti

Ci son delle volte, quando sono in giro, che mi capita di vedere della gente famosa, per strada, cioè, non della gente famosa reale, ma dei sosia, se così vogliamo dire, uguali. Tipo una volta, una mattina presto, qualche mese fa, faceva freddo, stavo uscendo da Porta Susa, ho girato l’angolo, mi è passato accanto Miles Davis. Un’altra, ieri, stavo facendo quei due scalini che ci sono all’entrata di Porta Nuova, su quei due scalini che ci sono all’entrata di Palazzo Nuovo c’era Bukowski. Oppure oggi, sul treno delle 17 45 che da Porta Nuova porta a Bra, quando stavo per scendere, a Bra, che ero davanti alla porta a aspettare che il treno si fermasse e si potesse scendere, davanti a me c’era Johnatan Coe.

venerdì 18 marzo 2011

A plain picture

Le grammatiche greche, i libri, i libri distratti e i libri persi fra gli altri. micah p hinson son qui che t’ascolto, ho sonno e ormai ti so già, e ti conosco così bene che non sarebbe male, se facessi un altro disco. le tazze sparse sulla scrivania, i pacchi, i pacchetti e gli imballaggi di carta gialla, gli spaghetti giapponesi che si accavallavano su un naso che non c’è mai stato e poi la perfetta vibrazione delle bacchette, che andrebbero usate per suonare la batteria, non per stringere pesci. La verità è un'immagine semplice. E tutto questo non ha senso se lo si guarda da davanti, basta spostarsi verso destra, poi verso sinistra, poi sedersi e guardare a terra. Parole, parole, parole, ma che cosa mi ci vuole, mi ci vuole leonard cohen, tutto minuscolo, tutto di seguito, tutto d’un fiato, un fiato lunghissimo, tortuoso, monotono e tintinnante e soffocato, perché d’altronde bob dylan ha aperto una strada a tutti, ma non molti sono interessati, altri hanno già altre strade. e comunque il caffè d’orzo è buono, nonostante quello che la popolazione mondiale continua a tramandarsi negli anni, raymond carver scriveva in silenzio, questi brani sono stati scritti in silenzio, la disciplina dell’azione sta nel non violarli. e il the, i cucchiaini lunghi per le tazze alte e quel mio sogno di rimanere rinchiuso nella mia stanza per sempre ed essere autosufficiente e poi uscire, prendere la macchina, bagnarsi, rischiare di morire a ogni curva e non vedere le macchine non vedere la gente non vedere più niente perché i vetri son sporchi, da dentro e da fuori, ma soprattutto da dentro e quando torno sono puliti perché gli è piovuto addosso per delle ore e la macchina ha un altro colore è nera ma è blu, e poi torniamo tutti a casa, dopo delle ore dove non pensavamo più di avere un corpo e le frenate mi trattavano la gola come una lama tratta l’acqua e ormai sento che ho perso tensione ho perso precisione sbando e rallento scalo e mi fermo.

sabato 19 febbraio 2011

Nemesi

"Nemesi" vuol dire vendetta.
è il titolo di un libro di Philip Roth,
l'ho visto stamattina, in un negozio,
camminando per le vie del centro.

Il freddo mi metteva a disagio.
Cercavo un posto dove dormire.
Avevo nostalgia di casa.