Visualizzazione post con etichetta scritture. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scritture. Mostra tutti i post

venerdì 13 settembre 2013

Iniziare

Bisogna epurarsi da ogni stile estraneo. Sfoltire. Lasciar cadere il masso giù dalla rupe e raccoglierne il rimanente, a valle. Il nucleo: ciò che vale. Il resto: una zavorra.  

La vita è un lungo respiro. Bisogna trovare il passo del proprio e imparare a trascriverlo.
Scrittura come prolungamento del battito cardiaco.

Bisogna iniziare a provare. 

domenica 13 novembre 2011

Istruzioni per farti un caffè d’orzo alle due di notte

Allora. Scendi di sotto, ricordati d’abbassare un po’ il volume della musica che con la riproduzione casuale non sai mai cosa può capitarti e puoi svegliare i tuoi. Poi niente, vai in cucina e apri il frigo. C’è una caraffa, nel frigo; cioè non è una caraffa, dipende cosa uno intende per caraffa, che poi a pensarci non è che ci sia molto campo libero, per definire una caraffa, una caraffa è quella e basta: facciamo prima a dire che non so come si chiama, quella cosa dove tu ci metti l’acqua del rubinetto, lei ha tutto un meccanismo di filtri che la depura e ti esce l’acqua pulita che la puoi bere tranquillamente come fosse quella delle bottiglie. So solo che è comoda perché è piatta, che tu la metti per lungo nello sportello del frigo e lei ci sta da dio. Comunque, prendi questa presunta e provvisoria “caraffa” e la poggi sul piano cucina. poi apri l’anta delle tazze e speri che ci sia la tazza che piace a te, quella più grande, che si allarga salendo, quella dove ci sta più acqua, che se non c’è quella tocca prendere quelle normali, quelle che non si allargano salendo, son sempre larghe o strette uguali, e lì dentro ci sta meno acqua ed è un po’ una sofferenza. Apri l’anta e vedi che non c’è, la tazza che vuoi te, allora apri la lavastoviglie e speri che sia già stata lavata e appena la apri senti quel caldo, quel tepore, che c’è quando la lavastoviglie ha finito da poco di lavare, e sei contento, e prendi la tazza che vuoi e la riempi d’acqua, quasi fino all’orlo, come sempre, attenzione però a non riempirla troppo che conta che ci devono ancora stare due cucchiaini di caffè d’orzo e tre di zucchero più il cucchiaino, che son cose che uno non ci pensa, ma fanno volume. Allora prendi la tazza la riempi d’acqua e la metti nel microonde, controlli che il microonde sia alla temperatura massima e imposti al timer a due minuti spaccati. Niente, poi il microonde fa tutto da sé, non c’è bisogno di stare a guardarlo.

Nel frattempo è meglio se inizi a prendere il pane, e a guardare nel sacchetto se c’è una fetta tagliata o no, se non c’è la tagli, logico, questo è scontato, ma se c’è già, una fetta tagliata, la prendi e la metti sul piano della stufa, che è ancora caldo e così ti si griglia il pane, che è una cosa commovente, il pane caldo un po’ croccante, secondo me. Poi ti ricordi che mentre prendevi il pane hai visto che tua madre ha di nuovo preso quella specie di nutella, solo che non è nutella, è una crema al cioccolato fondente, che detta così, se ti piace il cioccolato fondente, sembra una bontà, poi la apri e vedi che è tutta fiorita.
Fiorita nel senso che, sulla superficie, di questa crema che si chiama Nutkao, e quindi suppongo abbia anche delle nocciole dentro, ci sono tutti dei fiorellini, diciamo, di Nutkao, come se il grasso del cioccolato fosse venuto su, che è una cosa abbastanza normale, se ci pensi, anche l’olio lo fa, però non è che ti fidi molto, che già l’altra volta, quando tua madre aveva preso la Nutkao c’erano dei grumini bianchi, che lì era proprio sicuro fosse il grasso del cioccolato, però santo dio, che schifo. Meglio non prenderla più eh, sta Nutkao. Devi ricordarti di dirlo a tua madre, domattina, e anche di chiederle come mai l’ha ricomprata, visto che l’altra volta bla bla bla. Ma dove la fanno sta Nutkao, in Romania? Comunque, nel frattempo che pensi tutta sta roba ti viene in mente di prendere un cucchiaino e di portare via la parte fiorita, solo che scopri che poi anche sotto è un po’ tutta così, sta nutkao, però un po’ meno. Bah. Poi vai dal lavandino a pulire il cucchiaino, apri l’acqua e fai scendere la Nutkao nello scarico, solo che è densa, non scende mica, devi spingerla un po’. E ti viene in mente che, è brutto dirlo, e pure pensarlo, ma è proprio uguale alla merda, vista così.

Nel frattempo son passati due minuti e il microonde ha finito, suona, allora tiri fuori la tazza, la metti sul piano cucina e continui a pulire il cucchiaino, e, non si sa perché, senza nessun motivo evidente, ti viene in mente, mentre sei lì chino sul lavandino, quella ragazza a Londra con la quale ti sei fatto una figura da stronzo che metà basta, come si dice. Che praticamente eri entrato in questo localino, a Camden Town, mentre giravi per il mercato, che chiamarlo mercato uno pensa ai mercati che ci son qui, no no, lì è una cosa enorme, c’è di tutto lì, dai negozi alle bancarelle, di qualunque cosa, che se uno non ci è mai andato non può capire, se uno ci è andato ha già capito, quindi è inutile stare qui a spiegare, ma dicevamo, eri capitato in un localino dove si poteva entrare tranquillamente senza pagare nulla, che era sulla stradina del mercato, e in questo locale c’era un gruppo che suonava, e tu eri stato un po’ lì ad ascoltarli, non è che ti piacessero molto, erano un po’ mosci, un po’ anonimi, però comunque eri rimasto perché eri convinto, o almeno ci speravi, che quella fosse una band famosa, non tanto, un po’ famosa, che tu non avevi mai visto in faccia, e che a un certo punto si presentassero e dicessero, ciao, grazie a tutti, siamo i cosi, e tu avresti pensato, nooooo, i così, non posso crederci, qui a Londra, per puro caso li ho beccati. E niente, sarebbe stato un bell’aneddoto da raccontare.

Mentre che eri lì a sentire questi tre suonare, ti si era avvicinata una ragazza, molto carina, bionda, con un cappello in mano, ed era venuta vicino a te e ti aveva detto qualcosa in inglese, solo che con la musica alta non avevi capito quello che t’aveva detto, allora le avevi chiesto se poteva ripetere e lei te l’aveva ripetuto, quello che aveva da dire, solo che non avevi capito di nuovo, che secondo te quella ragazza così carina non era inglese, parlava inglese ma non era inglese, era islandese, secondo te, quella ragazza lì, infatti non si capiva bene cosa diceva, poi con la musica alta, lascia perdere. E comunque alla seconda volta ti era sembrato brutto chiederle di ripetere di nuovo e allora avevi pensato di fare il gentile e di sorriderle e di farle il più gentilmente possibile il gesto di no grazie, che era una risposta un po’ vaga, che poteva adattarsi a mille occasioni. E lei aveva fatto una faccia stupita, come se non se l’aspettasse, e ti aveva chiesto: no?, e tu le avevi risposto, ma tranquillamente, gentilmente, no. Di nuovo. E lei ti aveva detto, oh, ok. Ed era andata via.

E poi avevi capito che era la ragazza del cantante del gruppo che stavi sentendo che stava raccogliendo un po’ di soldi per il gruppo, tipo offerta libera, metti quanto vuoi se ti piace il concerto, e tu le avevi detto no, così candidamente, con quell’aria della serie: non mi faccio problemi a dirti che il tuo ragazzo fa veramente schifo e non gli darei nemmeno mezzo pound. E infatti c’era rimasta male, che di solito uno qual cosina lo da comunque, anche se non è particolarmente entusiasta dello spettacolo. Tanto per il gesto. E invece no, l’avevi guardata con la tua aria da stronzetto, o meglio, con quella che lei aveva percepito come un’aria da stronzetto e le avevi detto di no. Bello stronzo, davvero. Ti eri sentito proprio una merda, nel momento in cui avevi realizzato. E allora, mentre sei lì chino sul lavandino a pulire un cucchiaino, ti viene su un rimorso durissimo tristissimo e ti vien da chiederle scusa, ragazza bionda forse islandese, scusami se sono stato uno stronzo, mi dispiace davvero ma non avevo capito, c’era la musica alta, fra l’altro il fonico doveva esser anche stato un’incapace perché erano in tre, chitarra acustica, chitarra elettrica e percussioni, cioè, non percussioni in generale, era un cajon, comunque, erano in tre e la chitarra elettrica non la si sentiva per niente, quindi davvero, ragazza carina, non si capiva niente, non volevo fare lo stronzo, scusami.
Intanto hai pulito tutto, lavandino e cucchiaino, e mentre che ti facevi tutto questo ragionamento mentale non ti sei accorto che, chissà perché, muovendoti, hai chiuso il Nutkao e l’hai rimesso nella credenza, allora te ne accorgi e apri il frigo per riprenderlo, poi ti rendi conto che hai aperto il frigo per niente, lo chiudi, apri l’anta della credenza e lo prendi.

Solo che è veramente denso, allora che fare? Ci pensi un po’, poi lo metti dieci secondi nel microonde, per vedere che succede. Sì, va bene, altri venti, così si ammorbidisce. Nel mentre prendi il caffè d’orzo, nel metti due cucchiaini, prendi lo zucchero, ne metti tre cucchiaini, guardi lo zucchero e il caffè che piano piano sprofondano giù nell’acqua calda, e mescoli.

Poi prendi il barattolo di Nutkao, che cazzarola, si è quasi sciolto, ma fa niente, lo spalmi sulla fetta di pane, ripulisci tutto, ti mangi la fetta di pane, buona, ci può stare, e con la fetta di pane in una mano e la tazza nell’altra te ne vai dalla cucina, spegni la luce attento a non sporcare niente, risali le scale, spegni la luce delle scale, entri in camera.

Poggi il caffè d’orzo e chiudi la porta.

venerdì 11 novembre 2011

Un inizio di una fine

Ho iniziato a scrivere una cosa che, se tutto andrà bene e se mai riuscirò a finirla, dovrebbe essere un po' lunga. Questo dovrebbe essere l'inizio:


Succedeva sempre che, a un certo punto, si finiva in macchina a parlarne.
ed era una ricorrenza, una specie di rituale privato. Ci si capitava nei modi più disparati, e si piombava su quell’argomento dalle vie meno sospette di un discorso qualunque. e il succo era sempre quello: che così non si poteva andare avanti.

Succedeva sempre che, a un certo punto del discorso, si distribuissero le colpe come le parti di uno spettacolo più o meno definito, che finisce sempre allo stesso modo. e che non finisce mai.

E si andava avanti lo stesso, di notte in notte, a pensare che forse era finita, però cazzo, se soltanto…

Succedeva sempre così, nei nostri discorsi notturni.
Fino a quando è successo davvero. e forse non ce ne siamo nemmeno accorti.

giovedì 13 ottobre 2011

Iniziare una Moleskine

Non c’è nessuno su sto treno del mattino, a tornare a casa. Ma c’è una luce nel giallo delle tende, da piangere. E questa mattina c’era ancora la nebbia di ieri notte, ancora più densa e spessa, che stava sospesa sopra le rotonde e mi spaventava mentre guidavo. E a un certo punto, sempre ieri, mi è venuto in mente che ogni pensiero è una spina nel fianco di Cristo. E hai gli occhi persi, oltre il mio sguardo. e la tua testa è pesante. che ultimamente stanno passando anche gli scoglionamenti, ma mi sembra che tutto sia venuto via un po’ slavato. Altri Libertini di Tondelli fa scattare l’antifurto in Feltrinelli e non si capisce come mai. E mi ricordo che il primo giorno che ho ricominciato l’università, stavo tornando a casa, in treno, e a un certo punto ho guardato fuori dal finestrino e ho visto, così, in mezzo al verde, uno stendino, bianco, vuoto, ed era bellissimo.

È un periodo che non scrivo più e che ho ricominciato a leggere, a stare bene in casa; che ho smesso di lavorare e mi sono reso conto di quanto fosse brutto, e prematuro, in un certo senso. e vaffanculo a tutte le migliaia, davvero migliaia di persone che ho chiamato in questi, quanti sono?, uno, due, tre, quattro, quattro mesi e una settimana di lavoro. E ora ricomincerò anche a studiare e magari mi darò una mossa, e darò qualche esame e al più presto mi comprerò un basso o una chitarra acustica. e non vedo l’ora che arrivi l’inverno e la neve, con le felpe e le giacche lunghe e tutti gli sbrinamenti in casa, le serate gelide e i pomeriggi bianchi, interminabili. Che arrivi l’inverno con tutta la sua premura, che sento che le cose stanno cambiando, anzi sono già cambiate e questa volta non sarà come un anno fa. Ci sarà più gente e meno solitudine, meno depressione. Rimarranno sempre il sonno e l’insonnia, le levatacce e i respiri pesanti, e i ritorni in treno da solo; rimarranno le stazioni e le canzoni, gli innamoramenti. E forse ci sarà qualche amico con cui chiudersi in casa la notte della vigilia. E magari riuscirò a smettere di magonare. Ma forse no. In fondo... vediamo com’è essere innamorati d’inverno.

venerdì 23 settembre 2011

Heaven on Earth

C’è una canzone degli Spaceman 3, si chiama Walkin' with Jesus. Parla di come trovare il paradiso in terra e di come non sia così male sapere di sbagliare. E i nostri abbracci è un periodo che non si incastrano più.
Sono giorni che non sembra mai il giorno che è, e l’amplificatore che ho in camera sembra l’unico tipo di arredamento che io abbia. I tuoi capelli che sono nastri di carbone. E tutte le ombre e i freddi azzurri che ci aspettano.

mercoledì 21 settembre 2011

Un inizio

Entra, striscia via. Solito ragazzo maniche lunghe felpa grigia freddo addosso. Lo guardo muoversi fra gli scaffali, apricchiando qualche libro, cercando alla veloce qualche autore, guardandosi intorno. È tornato l’inverno e finalmente mi sento di nuovo al caldo. E ieri sera ho capito che i primi due dischi dei Liars saranno i miei dischi dell’inverno. This dust makes that mud. Trenta minuti buoni: sempre la stesse tre note in croce ripetute all’infinito. Scalderà.
Prende un libro in mano, inizia a leggere. I, I, I, I. Want to be a horse. In questi giorni mi torna sempre in mente Agota Kristof e quella meraviglia di durezza che è La trilogia della città di K. We are the army you see through the red haze of blood. Sembra inquieto. Esce.

giovedì 8 settembre 2011

Azzurro carta da zucchero

Oltre il concerto e la necessità di sviluppare la delusione legittima del cervello, tu in fiamme, fra le sbarre. Avviso agli imprudenti. L’eternità tascabile diceva di esserti amica. ma bisogna fingere. fingere d’avere altre intenzioni. Ossa e acqua passate. E delusioni e ritorni. e tangenziali di pensieri. Dentro l’orlo della tua pelle ci sono dei grumi di fili e dei nodi. …Siamo all’ognuno per sé: sei un ognuno o un per sé?... Il fatto non ha importanza, e l’ascendente neppure. Bustine di fiammiferi per mantenere vivo il tuo braciere. aspetto un ritorno di fiamma.

giovedì 18 agosto 2011

Notte

Ci porteranno via, perché in fondo qui non abbiamo un cazzo da fare. se non suonare. le nostre chitarre da rischio e da rissa, aspettando elicotteri. su croci bianche d’atterraggio. Parliamo in sincronia perché io e te da qui ce ne andremo via insieme. Appostati negli angoli e sui cofani delle macchine, con la musica alta e delle pressioni dentro la gola. da scartare in silenzio, più tardi. Le mille occasioni che perdo e certe cose che stanno succedendo, che mai avrei pensato. Un Tiziano rinchiuso in una banca. da avvistare di notte dietro un vetro offuscato. con la luce come in una chiesa. Stavano smontando la città mentre parlavamo, ma più che tutto noi leggevamo Paolo Nori. E volano le penne sugli elicotteri e noi ce lo dimenticheremo. E anche questa si chiama malattia. anche questa sarà un’altra periferia. tempo di miserie e tempo di pulsazioni. tempo di miserie e tempo di pulsazioni. delle piccole storie, delle teste pensanti, delle vite spezzate, ricucite alla cazzo. e non si torna a casa, si rimane così, si rimane così, si rimane così. Non cantare quello che ti chiedo. e non mi chiedere quel che penso. Il tuo sorriso che ogni tanto sembra crollare. e spegni sigarette come sogni. E abituati perché sarà sempre peggio. sarà sempre peggio.

martedì 2 agosto 2011

Miriadi di vene

Andremo a Londra. anche noi. lasciando a casa i sogni per evitare gli ingorghi.
Gli occhi da foto. Dimmi come firmi e ti dirò chi vuoi essere.
La polivalenza di certe parole. che sono come cuori che spingono miriadi di vene di significati.
Persi, di notte, salendo invece di scendere, con la benzina a terra. avevamo trovato un ospedale. ed eravamo felicissimi. I divieti di sosta nella tua testa. I tuoi improvvisi arrossamenti negli occhi. che fluivano giù.
in basso.
verso sinistra.

mercoledì 27 luglio 2011

Serate

E i cani che urlano. Le costruzioni immaginarie. Linee in bianco e nero. e scritte luminose sopra tutti i nostri pensieri. Avamposti minati. Biglietti, che sono come messaggi d’aiuto. che escono dalle tasche dei jeans e ti dicono che manca sempre qualcosa. come se una canzone non potesse cambiare un paesaggio. Evitami le strade lunghe, i percorsi abbreviati. Evitami i disastri imbanditi e le serate ammosciate. Disegni inconcludenti sopra fogli che non sono miei. E questa farneticazione è per i distributori di medicine ai bordi delle strade provinciali. per gli appunti presi sulle cartine. per i nostri alberi che fumano. per le ragazze tempesta. per la voce di Bob Dylan in Moonshine Blues.
Tenevi lontani i pensieri con aureole d’alcool. e i Jesus and Mary Chain erano sempre adatti. sia d’estate che d’inverno. per dare senso ai nostri viaggi troppo brevi.

venerdì 15 luglio 2011

Un altro improvviso

[voce di sottofondo: mi raccomando mi raccomando, pensa a divertirti, mi raccomando,]


ci salveranno dalla tristezza con dei badili e delle vanghe da collezione, armadi d’oro e stelle da colazione, ricoperti di tele incerate ci aggireremo per i parcheggi delle stazioni come dei fantasmi troppo sporchi per se-ne-andare o come i raccoo-oo-oon come me li immagino in questo momento. Maometto che piange all’entrata di un parco e tutti i tuoi nervi da rivisitare. Anni e anni di superiori e poi di altri superiori . come abbassare a livello marciapiede una persona da incartare. e non sai che ti fa male, che i polmoni sono come spugne secche da tre mesi, che se le bagni le senti riprendere a respirare.

Improvviso per nuova macchina da scrivere

Niente panico, mi raccomando, niente panico, come mantenere la salvezza senza compromettersi gli dei migliori, e tornare a casa sani e salvi da serate che sono come il pane appena sfornato, ricoprirsi di amuleti e salire in macchina, da soli, col sale sotto gli occhi e i dischi giusti per muovere il paesaggio, che è come una tendina in un film, si muove solo se ha un senso, che se piangevi era per la congiuntivite e tu non avevi proprio nulla da spartire con noi, proprio nulla, poi però, come sempre, come sempre, i ritardi e le attese, le fermate dei treni mattinieri, con la luce che risale dai binari e tira dritta verso il cielo, senza perder tempo, che tanto non ti guarda, non ti guarda nessuno, non preoccuparti, ricomincia a parlare piano, che ti sentiranno meglio da lontano e avranno poster e stelle d’oro, luci filanti e prezzi da pagare, come una storia da raccontare a dei nessuno immaginabili, e presto anche le carpe torneranno scarpe e tutto quanto si riaccenderà mogio, a tratti di miele e di tempesta, una catenella dentro la testa, ti strapperà i pensieri corti da quelli fradici e staremo tutti seduti su dei marciapiedi ad aspettare di marcire insieme in allegria, come del vino da tristezza

sabato 4 giugno 2011

Einsturzende Neubauten - Appunti

tempi d'e/oro

Inizia tutto male. Il treno per Carmagnola delle 18 30 ha 40 minuti di ritardo, bisogna prendere quello per Cavallermaggiore e aspettare. A Cavallermaggiore due vecchi parlano da un binario all’altro. All’inizio mi sembra che parlino in piemontese, poi capisco che non è piemontese, è un’altra lingua. Sembra una scena teatrale. Uno era già lì seduto sulla sua panchina, sul binario uno, chissà da quanto, e l’altro arriva con un treno, che poi è quello su cui ero anche io, si siede per aspettarne un altro, e solo dopo un po’ si accorge del suo conoscente dall’altra parte. Il bello è che tutto questo lo sto scrivendo in presa diretta, mentre accade: i due stanno ancora parlando. Attenzione, treno in transito sul binario tre, allontanarsi dalla linea gialla. I due uomini si fermano ancora prima che arrivi il treno. Una volta passato non parlano più.

Bisogna cogliere la fine quando arriva, con prontezza. Sapere chiudere una storia, sapere chiudere un racconto, un rapporto, un discorso. Perché le fini sono tante e non ci danno pace. Bisogna avere la penna pronta per scrivere l’ultima frase e chiudere tutto in un cassetto. Bisogna essere pronti. E avere gusto. Le cose hanno una loro fine, se si appiccica loro addosso un’altra fine, una fine tarda, una fine prematura, una fine altra, le cose perdono equilibrio, cadono, non stanno più in piedi. È così bello sentire la fine che arriva, l’attimo in cui arriva, e godersela, in tutta la sua meraviglia.

domenica 3 aprile 2011

In viaggio (dalle sei a mezzogiorno)

I miei viaggi disimpegnati, i miei tempi morti. Le tratte per Milano, Padova, Bolzano. coi cieli scarichi, i paesaggi neri e gli scioperi delle città e dei ferrovieri. Le mie duecento insicurezze e i dubbi che squartano i finestrini. I libri da leggere, i libri già letti, le cuffiette rotte. gli arrivi a Milano, sani e salvi, in gloria, con la luce da sopra e da tutti gli angoli. le solitudini. le attese confinate e le ore stiracchiate. come quella volta che era morto tuo padre e il giorno dopo siamo andati lo stesso a vedere i Godspeed You! Black Emperor e ti ho letto Daniil Charms camminando per Milano. e tornando a casa eri asciutto e incredulo. I campi colorati con un gessetto azzurro su un sacco di tela stremato. le luci da presepe. E le fermate.

Il sole è un tuorlo d’uovo sigillato nel torbido di un barattolo d’alcool. all’alba. I paesaggi che ci si potrebbe fare un film. come quella volta in Irlanda, con i Radiohead, sul pullman. quando il centro di Dublino è diventato un video.

E non ne posso più dei centri commerciali, delle canzoni commerciali, delle canzoni di merda. del sangue che cola. A Torino c’è un sole come se sapesse che sono qui sono per svago. per passare il tempo prima di partire. La vita di Bob Dylan e i libri di Perec che ho lasciato alla Feltrinelli per non caricarmi troppo lo zaino. Le grandi aspettative. Le cuffiette nuove e la stessa musica sull’ipod ormai da un anno.

Le mie pagine dove non c’è mai nessuno.

giovedì 31 marzo 2011

Acqua

e prima mi sono reso conto di essere a Torino, e mi sono detto che era meglio non considerarmi sempre di passaggio. ti ricorderemo ogni tanto, quando ci diranno di farlo. Nel bagno di questo bar che non sembra un bagno ma l’anticamera di un balcone. a osservare i buchi circolari sul soffitto del cesso e a accelerare coi pedali dell’acqua sotto il lavandino. specchi sporchi per proteggere gli spacci. Ieri notte ho pensato che ultimamente sto bene perché sto comprando solo buona musica. In questo bar a mangiare pranzo completamente solo in tutto il locale, l’unico, che mette un silenzio e una tristezza incredibile. che devo ancora far passare tre ore e mezza e non so cosa fare non so dove andare non so a chi pensare. e fuori il cielo è un foglio grigio opaco che nasconde un tumore di sole di lava tiepida. E ieri mi stupivo che alle otto del mattino faceva già chiaro. come quella notte che dopo aver letto Tarantula di Bob Dylan sentivo la testa pulsare e le labbra formicolare e il corpo in tensione per l’ubriacatura di parole e di significati. che si annodano bene e male come i capelli sotto la pioggia.

sabato 19 febbraio 2011

Nemesi

"Nemesi" vuol dire vendetta.
è il titolo di un libro di Philip Roth,
l'ho visto stamattina, in un negozio,
camminando per le vie del centro.

Il freddo mi metteva a disagio.
Cercavo un posto dove dormire.
Avevo nostalgia di casa.

sabato 5 febbraio 2011

Inizio di una storia

Voglio raccontarvi la storia di un pesce, anzi no, di un giornale, anzi no, di mio figlio, anche se io un figlio non ce l’ho, quindi, dato un che un figlio non ce l’ho, si fa prima a parlar di me.
Che se ce l’avessi avuto un figlio, facile, avrei potuto parlar di lui, ma non ce l’ho, si fa a prima a parlar di me, per me. Che poi, a pensarci, io so già poco di me, cosa avrei potuto raccontare di mio figlio?
“Mio figlio, è nato, probabilmente morirà.” avrei potuto scrivere. Alla fine è poi questo. Il resto è soggettivo. Allora si fa prima a raccontar di me.

Anche perché poi, di un figlio avrei dovuto dire di più, è mica vera la cosa di prima, che bastava dire quello, no, bisognava anche dire certe cose che ora la società di oggi capisce che quello lì, quello nato e che probabilmente morirà, è veramente il figlio che non ho.
E allora avrei potuto scrivere: “Mio figlio, è nato, probabilmente morirà. Gli piace il colore blu, e suonare il piffero.” Solo che poi, adesso che ci penso, se poi mio figlio si comprava un piffero blu, io ero mica tanto contento.
Quindi meglio parlar di me, che si fa anche prima.

Io, eh, bella questa, chi sono io? Bella pure questa. Diciamo che io sono un uomo che è nato, morirà, e se avessi avuto un figlio, sarei stato pure il padre di mio figlio. Invece non ce l’ho non son padre di nessuno. Sono solo uno che, hai voglia, parlar di me, è una fatica, mica piccola poi, affatto, c’è da starci secchi, parlar di me, definire chi sono eccettera eccetera.
Forse era meglio se vi raccontavo la storia del pesce.

Ma anche lì, del pesce, io, che ne avrei saputo? E se poi un pesce avesse letto queste cose che scrivo? Come si sarebbe sentito? Per me mica bene, per me. Magari si sarebbe pure arrabbiato, e avrebbe pensato che gli uomini di oggi parlano di cose che non conoscono, come delle storie dei pesci o dei figli che non hanno. Ma menomale che io la storia del pesce non ve la voglio raccontare, vi voglio raccontare di me.
Diciamo che, me, cioè io, me, eh, è un po’ difficile, sapete?

domenica 30 gennaio 2011

Scarabocchi

Questo pomeriggio, verso le due, ho notato che eran due giorni che non scrivevo a mano. E questa cosa qui , il non scrivere più a mano da ben due giorni, mi ha fatto un effetto stranissimo, come se per due giorni mi fossi dimenticato di una cosa importantissima, di una cosa da fare assolutamente, e allora ho cercato una penna sulla scrivania, non ce n’erano, di penne. Son sceso in salotto, ho preso una Staedtler blu, son tornato sopra ho scarabocchiato una pagina intera. Poi una pagina intera di firme. Poi un’altra di scarabocchi. E, quando ho girato quest’ultimo foglio per scarabocchiarlo anche dall’altro lato, ho notato che avevo fatto quattro disegni, se così li si può chiamare, astratti, se così possiamo dire, che, in fila, mi ricordavano uno un castello, uno un barattolo, uno una maglietta, uno una tazza. Allora m’è venuto in mente che non sarebbe male intitolare un disco Castlejarshirtcup, un po’ sulla scia di Swordfishtrombones di Tom Waits, e, come copertina, mettere quel disegno lì. È una cosa un po’ strana, e anche un po’ malata, il fatto che mi vengano in mente i titoli di dischi che devo ancora fare (se mai li farò) e ora che ci penso questa non è nemmeno la prima volta che mi succede. Mi ricordo che una volta stavo leggendo un libro di poesie di Leonard Cohen, ho letto un verso che diceva: “Under the cordless travelling moon” e ho pensato che sarebbe stato un titolo bellissimo per un disco d’esordio. Avevo pure già in mente la copertina. Ora non mi piace più tanto.

domenica 26 dicembre 2010

Prove

“Ehi, non tocca a te parlare adesso?”
Iris si scuote i capelli e si accende un’altra sigaretta. Mi scruta da quelle fessure che ha per occhi e si versa un altro bicchiere. Mi sento vulnerabile e in balia di qualsiasi pensiero angoscioso.
“Bene così” dice Sol. Poi fa una pausa e dice: “Stasera mi mancano tutti”.
Lei l’avrebbe capito di sicuro.
“Uno bisogna che esca un po’ ognitanto..” dice, lanciando un’occhiata a Sol. “Capisci cosa voglio dire?”
“Oh Gesù” dice lui, guardandoci entrambi “L’hai già detto mille volte..”
Iris, un po’ come la mia prima moglie, quando dorme sogna in maniera piuttosto violenta, e d’improvviso mi prende una fitta alla caviglia, proprio dove mi ha colpito stanotte, nel sonno. Ogni tanto mi chiede della famiglia, di mio figlio.
Altroché se capisce, Iris.
Dall’arena si sente la banda che ha ricominciato a suonare, e alcuni accordi riescono a superare la distanza fra noi e i musicisti.
Sol si toglie di nuovo il cappello e se lo rigira fra le mani come se volesse controllare la tesa.
“Ma è davvero fuori pericolo? I medici hanno detto che non è in coma.” Rimane in attesa, fissandoci.
“Che vuoi che dicano?” sbotta Iris “Non sanno manco loro come finirà.”
“Ho visto..” dice Sol, ma non sembra molto convinto.
Siamo seduti in soggiorno, attorno al tavolo, coi copioni e delle bottiglie di chissà cosa a stabilire certe distanze. Inizio a sentire la pioggia battere sopra il tetto e mi alzo a chiudere le finestre.
“Sentite” dico “è inutile stare qui a chiedersi come finirà. Stavamo provando, no?”
“Già” dice Iris, guardando verso il salotto e tirando una boccata di fumo, mentre stringe gli occhi.
Riprendiamo i nostri copioni in mano e cerchiamo il punto dove avevamo interrotto.
“Mi sembra che dovessi essere tu a parlare”
“Si, Iris. Un attimo, ho perso il segno”
“Terza riga”
“Grazie. Ok”
Inspiro e cerco di non pensare. Recito:
“Tesoro, non ti demoralizzare. Le cose cambieranno. Ti aiuterò io a trovarne uno, questo fine settimana. Andrà tutto bene, vedrai.”
Sol sogghigna sconfortato.
“Cazzo Sol, la vuoi piantare?! Non abbiamo concluso un cazzo stasera” dice Iris.
“Ma che hai? Non ho parlato!”
“Senti Sol” fa un profondo respiro e si abbassa di una spanna, soffiando l’aria dal naso. “Nessuno di noi tre è dell’umore giusto per provare, ma dobbiamo farlo. Ok?”
“Ok, ok..” dice lui, abbassando lo sguardo. “è solo che mi sembra ridicolo farlo senza di loro.”
“Dobbiamo, Sol.”
“Lo so, lo so.”
Ripeto la battuta come se non fosse successo niente.
“Non so..” recita Iris.
“Davvero” dico io, e le poso la mia mano sulla sua, come da copione. Sento di non essere mai stato spontaneo in vita mia. Da piccolo pensavo sempre che la mia vita fosse uno di quei film che tanto guardavo.
Iris mi guarda e sorride. “Grazie” dice. Poi gira la pagina.

Riso

Il telefono è staccato. Nessuno sa dove siamo. La pioggia fa un suono talmente delizioso che spengo la musica e ti dico di ascoltare. Lo fai per pochi secondi, poi sembri ritornare sul tuo libro senza molto interesse per le mie meraviglie gratuite. Io invece rimango con gli occhi chiusi e mi immagino la strada macchiarsi d’acqua, le gocce cadere sempre più grosse, sfracellarsi contro l’asfalto sporco e tiepido. La pioggia che bagna di poco le finestre e slabbra di poco le dimensioni; che atterra senza suono e fresca, pesante; che tocca tutto ciò che c’è fuori da questo albergo: che si riunisce in un’unica, grande, pozzanghera.
Rimaniamo in silenzio per diversi minuti, poi mi abituo al suono della pioggia e quasi non lo sento più; allora mi alzo e guardo fuori dalla finestra. Per strada non c’è nessuno. Sono le due del pomeriggio, d’altronde. Nemmeno noi siamo in strada e, magari, molti di quelli che sono in casa in questo momento stanno guardando alla finestra pensando che è normale che nessuno sia in strada, non lo sono nemmeno loro, d’altronde.

Mi sono addormentato sul divano e quando mi risveglio tu stai davanti al fornello cercando di cucinare qualcosa. Guardo l’ora e sono solo le cinque di pomeriggio.
“Ma è presto..” ti dico.
“Ho fame” mi dici, senza nemmeno voltarti, ma sento che lo dici sorridendo, come se stessi sperando che non me ne accorgessi e continuassi a dormire.
“Cosa stai facendo?”
“Riso”
“Come fai a mangiare del riso alle cinque di pomeriggio?”
“Quando ho fame mangio. L’ho sempre fatto. E tutti mi hanno sempre chiesto: “Come fai a mangiare alle cinque di pomeriggio?”” dici sospirando.
“Eh, infatti.”
“E io ho sempre risposto che quando ho fame, mangio.”
Mi esce una risatina che sembra strana. Infatti ti giri e mi guardi.
“Problemi?” mi dici sorridendo, fingendo una minaccia.
“No, amico, figurati, amico. Però stai calmo ora!”
Riesco a farti ridere. Ti siedi accanto a me con il tuo piatto di riso, una forchetta e mi guardi. A un certo punto scoppi a ridere.
“Che hai?” ti chiedo, ridendo anch’ io.
“Fai una faccia..” e continui a ridere. “Sembra che stai seduto accanto a un' aliena”. E ridi ancora di più.
“Ma no, è che..boh, non ti ho mai visto mangiare così presto. Fai pure, ci mancherebbe.”
Posi il piatto sul tavolino e riaccendi la televisione. Come al solito sei nella tua solita posizione: una gamba piegata sotto il sedere e l’altra a penzoloni giù dal divano.
Alla televisione passano una puntata del tenente Colombo, come sempre. A un certo punto inizio a sentire fame anche io, sebbene siano appena le cinque e un quarto.
Dopo dieci minuti di borbottii nel mio stomaco, mi alzo e quando sono già davanti al fornello ti dico:
“M’hai fatto venire voglia pure a me”, vergognandomene un poco.
Sogghigni senza staccare lo sguardo dallo schermo.
Quando l’acqua bolle, aggiungo il sale e getto il riso. Subito una zaffata di vapore mi si sbatte in faccia. Dopo sento un grande freddo, ma lentamente anche questo passa.
Rimango lì davanti alla pentola a fissare l’acqua che bolle e il riso che si muove, gorgoglia, borbotta, si agita, sale, scende, sale, scende, sale e scende turbinando..
Sarà colpa del vapore, ma mi viene sonno, un sonno leggero. Da bambino, penso.
Scolo il riso e lo metto nel piatto, anche se la fame mi è già quasi del tutto passata.
Mi guardo allo specchio sopra il fornello e vedo che non mi sono nemmeno pettinato oggi: ho i capelli tutti arruffati. Me li sistemo senza molta cura con una mano, mentre già ritorno al divano.
Tu ti sei alzata e guardi alla finestra, con una mano appoggiata alla tenda a lato del vetro.
Mi siedo sullo schienale del divano e ti guardo, mangiando. Non finisco nemmeno il piatto e lo riporto sul fornello.
Ha smesso di piovere.
“Cosa guardi?”
“Niente.”
“Interessante..”
“E piantala” mi dici facendo sfuggire un accenno di risata. Silenzio. “Per quanto dovremo stare ancora qui?”
Sapevo che me l’avresti chiesto prima o poi.
“Un mese o due” ti dico.
Sospiri.
Ti dico: “è per il nostro bene, lo sai..”
“Si, lo so. È che mi annoio.” Ti giri e ti appoggi alla finestra. “Non so che fare tutto il giorno in una stanza d’albergo.”
“Potremo uscire, qualche volta, ma non di sera: ci sarebbe troppa gente in giro. Magari subito dopo pranzo, quando quasi tutti sono ancora in casa.”
“Ma ci saremo solo noi. Ci noterebbero di più.”
Sospiro anche io, grattandomi con un dito la nuca.
“Beh qualche volta lo potremo fare comunque. Anche perché pure qui all’albergo potrebbero insospettirsi.”
Vieni avanti e mi dai un bacio. Mi tieni un attimo la testa fra le mani e non dici nulla, poi torni a sederti, riapri il libro che stavi leggendo e, un attimo prima di ricominciare a leggere, dici:
“Stasera a cena voglio mangiare schifezze.”