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lunedì 26 marzo 2012

In libreria

Lei: Oh, l'hai letto questo?
Lui: Sì, Bulgakov.
Lei: T'è piaciuto?
Lui: Sì, molto. L'ho perfino portato all'esame di letteratura russa all'università. Avevo letto l'introduzione e un riassunto di circa dieci pagine.

...

(poco dopo)

Lui: Oh, Ivanoe!
Lei: De Bergerac?
Lui: No, di Valterscòt.

venerdì 15 luglio 2011

Improvviso per nuova macchina da scrivere

Niente panico, mi raccomando, niente panico, come mantenere la salvezza senza compromettersi gli dei migliori, e tornare a casa sani e salvi da serate che sono come il pane appena sfornato, ricoprirsi di amuleti e salire in macchina, da soli, col sale sotto gli occhi e i dischi giusti per muovere il paesaggio, che è come una tendina in un film, si muove solo se ha un senso, che se piangevi era per la congiuntivite e tu non avevi proprio nulla da spartire con noi, proprio nulla, poi però, come sempre, come sempre, i ritardi e le attese, le fermate dei treni mattinieri, con la luce che risale dai binari e tira dritta verso il cielo, senza perder tempo, che tanto non ti guarda, non ti guarda nessuno, non preoccuparti, ricomincia a parlare piano, che ti sentiranno meglio da lontano e avranno poster e stelle d’oro, luci filanti e prezzi da pagare, come una storia da raccontare a dei nessuno immaginabili, e presto anche le carpe torneranno scarpe e tutto quanto si riaccenderà mogio, a tratti di miele e di tempesta, una catenella dentro la testa, ti strapperà i pensieri corti da quelli fradici e staremo tutti seduti su dei marciapiedi ad aspettare di marcire insieme in allegria, come del vino da tristezza

giovedì 9 giugno 2011

Quaranta watt

Le microfratture nelle nostre mani. tutti i giorni. I problemi agli occhi di Van Gogh. che vedeva il centro delle cose deformato. le sue ansie. Dei denti bianchi e quadrati che ho disegnato. delle dediche a dei nessuno innumerabili. e delle penne blu. come degli argini con poca selettività. La poeticità dei suicidi. dei cuori disegnati. dei cuori blu. è un periodo che non so mai che musica ascoltare. e il mio isolamento dal mondo trasmesso è ormai completato. L’amore per i plurali. Il ronzio del mio amplificatore che quando lo spengo crea un vuoto nella stanza. I vuoti non-a-rendere delle mie giornate. come quando mi annoio anche della noia. Certe frasi o certe parole che canto sempre nelle canzoni. Faccio promesse notturne a me stesso di giornate impegnate e operose, svegliandomi già al mattino con un ritardo colossale. Dopo, quando rileggo tutto, manca sempre qualcosa. Come ogni volta che rileggo una mia cosa vecchia, che mi faccio sempre schifo. La salvezza che mi danno certi vinili. Che se pioveva era perché avevamo bestemmiato troppo. L’aria che c’è dentro le lampadine, che non c’è. Ne tengo una in gola, sotto la lingua, e non è per schiarirmi le idee. che la ragione, no, quella magari lasciamola perdere.

giovedì 26 maggio 2011

Un sogno

Stamattina ho fatto un sogno stranissimo.
Ho sognato che ero a Bra, di sera, e dovevo andare in qualche viuzza minore a parlare col chitarrista dei Massimo Volume, e che facevo una fatica bestiale a trovarla e poi la trovavo, e non ero più a Bra, ero in un altro posto che non avevo mai visto e dovevo trovare parcheggio, e non lo trovavo. Poi parcheggiavo, evidentemente, perché un secondo dopo ero a piedi, ma non mi ricordavo più dove avevo parcheggiato. E allora mi mettevo a cercare la macchina, non la trovavo, giravo in tutto quel vicolo ed era pieno di macchine simili alla mia, ma parcheggiate ovunque, anche in dei posti un po' strani, come per esempio sulla striscia che divide le due carreggiate, anche se lì, in quel vicolo, era un po' improbabile ci fossero due carreggiate, anche perché era tutto lastricato col porfido, era stretto, era anche un po' improbabile che ci passasse una macchina, a dirla tutta, in quel vicolo, ma lasciamo perdere, dicevo, era pieno di macchine simili alla mia, ma un pelo differenti.
E poi a un certo punto avevo perso anche le scarpe, e giravo in questo vicolo, che io nel sogno dicevo fosse Milano, ma non era Milano, ed era pieno di scarpe, per strada,
anche di calzolai, di scarpe vecchie, nuove, di scarpe grandi, da muratore, di ciabatte, di scarpe da donna, coi tacchi, senza tacchi, di scarpe da lavoro, e mi ricordo benissimo un paio di scarpe enormi, che, nel sogno, correndo, mi ricordo che mi ero chiesto di chi potessero essere, quelle scarpe lì.
Ma andavo così veloce, e così deciso, di qua e di là, per il vicolo a cercar le mie scarpe, che da sveglio mi è venuto da pensare che io le scarpe ce le avessi ancora ai piedi, ma non sono sicuro.

domenica 3 aprile 2011

In viaggio (dalle sei a mezzogiorno)

I miei viaggi disimpegnati, i miei tempi morti. Le tratte per Milano, Padova, Bolzano. coi cieli scarichi, i paesaggi neri e gli scioperi delle città e dei ferrovieri. Le mie duecento insicurezze e i dubbi che squartano i finestrini. I libri da leggere, i libri già letti, le cuffiette rotte. gli arrivi a Milano, sani e salvi, in gloria, con la luce da sopra e da tutti gli angoli. le solitudini. le attese confinate e le ore stiracchiate. come quella volta che era morto tuo padre e il giorno dopo siamo andati lo stesso a vedere i Godspeed You! Black Emperor e ti ho letto Daniil Charms camminando per Milano. e tornando a casa eri asciutto e incredulo. I campi colorati con un gessetto azzurro su un sacco di tela stremato. le luci da presepe. E le fermate.

Il sole è un tuorlo d’uovo sigillato nel torbido di un barattolo d’alcool. all’alba. I paesaggi che ci si potrebbe fare un film. come quella volta in Irlanda, con i Radiohead, sul pullman. quando il centro di Dublino è diventato un video.

E non ne posso più dei centri commerciali, delle canzoni commerciali, delle canzoni di merda. del sangue che cola. A Torino c’è un sole come se sapesse che sono qui sono per svago. per passare il tempo prima di partire. La vita di Bob Dylan e i libri di Perec che ho lasciato alla Feltrinelli per non caricarmi troppo lo zaino. Le grandi aspettative. Le cuffiette nuove e la stessa musica sull’ipod ormai da un anno.

Le mie pagine dove non c’è mai nessuno.

sabato 12 giugno 2010

Giorni

Ci sono dei giorni in cui sono impaziente. Dei giorni in cui nessun disco che ascolto mi piace e nessun libro che inizio a leggere mi interessa.Dei giorni in cui tutto va per il verso sbagliato. Dei giorni in cui non so cosa fare. Dei giorni in cui vorrei trovare qualcosa da fare ma tutto o mi schifa o mi annoia. Dei giorni in cui mi do noia da solo. Dei giorni in cui non trovo pace e questo non fare niente mi ammazza. E quindi rimango con la mia incazzatura verso me stesso e verso le cose.
Oggi è così. Ci sono giorni che sono un po' così.
Poi passano.

lunedì 24 maggio 2010

Sonno

Ieri, non so cosa mi è preso, non ho fatto altro che dormire. Sono arrivato tardi la notte prima, le due e mezza, e sono andato subito a dormire, mi sono svegliato e sul treno per Torino ho dormito; a Torino avevo un sonno che mi sarei addormentato in aula, poi non ho osato così tanto.
Tornare a casa, ho dormito tutto il viaggio. Dopo pranzo, mentre guardavo un video di Carmelo Bene, mi sono addormentato sul divano. Mi son svegliato alle 5, son stato sveglio mezz'ora e ho di nuovo dormito fino all'ora di cena e intanto iniziavo a dirmi: Barta dormire, non ne posso più. Però mi veniva sonno. Dopo cena ero sul divano e mi son detto: Ora non ti addormenti. E mi sono addormentato, ma poco, perché mi sono subito svegliato e son salito in camera mia a leggere un po', che non sapevo manco io cosa leggere, ma volevo iniziare un libro nuovo. Ho iniziato a leggere il saggio di Bergson "Il Riso", che mentre lo leggevo mi dicevo: Ma perché stai leggendo sta roba? e, tempo di pensarlo, m'è venuto un gran sonno, ero sul letto, insomma, mi sono assopito.
Allora ho detto: No, cazzo, ora basta. E son sceso giù, ma niente, mi veniva sonno. Poi mi è venuta in mente una cosa che ho letto in un libro, che diceva che molti, quando leggono, gli viene sonno perché per molto tempo hanno letto prima di addormentarsi e ora il cervello associa la lettura al sonno e fa venire sonno a chi legge. Mi è venuta su un'ansia dallo stomaco che fosse capitato anche a me, che mi è passato perfino il sonno, poi però ho pensato che io son anni che non leggo a letto per piacere quindi non può essere così, però da piccolo lo facevo, leggere a letto, quindi può darsi che il mio cervello sia un po' lento e che l'effetto, di questo sconsideratissimo gesto di leggere a letto, si manifesti ora, a quasi vent'anni. Poi però mi è venuto troppo sonno e mi son detto di nuovo: No, basta dormire, cazzo! Infatti ho preso Opere di Carmelo Bene e ho iniziato a leggere Nostra Signora dei Turchi, ma non c'era niente da fare, gli occhi scorrevano sulle pagine e io mi addormentavo, allora m'è venuto in mente il fatto del sonno per la lettura notturna e ho subito chiuso tutto e sono andato a dormire.

E, mentre mi addormentavo, ho pensato che la mia giornata era stata come la televisione: tutta pubblicità intervallata da qualche programma per non annoiare troppo. Ecco, la mia giornata era stata tutta sonno, con qualche risveglio per non annoiare troppo.

sabato 24 aprile 2010

domenica 18 aprile 2010

Prologo (in ritardo)

Non è che sia affetto da scrittura compulsiva, anzi.. Tutto quello che leggete (plurale di speranza) qua sotto è stato scritto nell'arco di un mesetto, all'incirca, oppure, per chi preferisce la precisione, dal 22 marzo 2010 fino all'altro ieri. Non ho subito aperto un blog per un solo motivo: il titolo. Non riuscivo a trovarci un titolo.
Io son fatto così: mi soffermo per millenni su particolari in fondo secondari e mi ci fisso, mi ci inpunto fino a quando non riesco a trovare la soluzione che sto cercando. Non che sia ancora così convinto di questo titolo eh, però diciamo che può andare.
Era giusto (per) precisare.

venerdì 16 aprile 2010

Pigiama

Ci son dei giorni, mi è capitato diverse volte, che al mattino mi alzo, mi lavo, mi vesto, esco di casa, prendo il treno e a un certo punto ho la certezza di essere uscito di casa in pigiama. È una sensazione terribile. Mi guardo e sono vestito normalmente, ma il sollievo è troppo piccolo. Di solito mi rovina tutta la mattinata.

Fatica

Ultimamente son dei giorni che faccio una fatica, a fare le cose. Sono proprio stanco. Ma stanco per cosa? mi vien da chiedermi. Per niente, non ho fatto nulla di speciale, ma son sempre esausto. Sarà che dormo poco, di solito 4 o 5 ore a notte, ma stamattina, a fare quei dieci scalini per arrivare al secondo piano dell’università a seguire una lezione, ho fatto una fatica che non so cosa non mi abbia fermato, mi abbia fatto scendere quei tre scalini che avevo fatto, prendere un bus, tornare in stazione, andare a casa, mettermi sul divano, sotto una coperta, col portatile sulle gambe e non fare niente per tutta la giornata. Davvero non lo so. Sarà la “catena di montaggio”.