giovedì 30 dicembre 2010
Nessun titolo
domenica 26 dicembre 2010
Prove
Iris si scuote i capelli e si accende un’altra sigaretta. Mi scruta da quelle fessure che ha per occhi e si versa un altro bicchiere. Mi sento vulnerabile e in balia di qualsiasi pensiero angoscioso.
“Bene così” dice Sol. Poi fa una pausa e dice: “Stasera mi mancano tutti”.
Lei l’avrebbe capito di sicuro.
“Uno bisogna che esca un po’ ognitanto..” dice, lanciando un’occhiata a Sol. “Capisci cosa voglio dire?”
“Oh Gesù” dice lui, guardandoci entrambi “L’hai già detto mille volte..”
Iris, un po’ come la mia prima moglie, quando dorme sogna in maniera piuttosto violenta, e d’improvviso mi prende una fitta alla caviglia, proprio dove mi ha colpito stanotte, nel sonno. Ogni tanto mi chiede della famiglia, di mio figlio.
Altroché se capisce, Iris.
Dall’arena si sente la banda che ha ricominciato a suonare, e alcuni accordi riescono a superare la distanza fra noi e i musicisti.
Sol si toglie di nuovo il cappello e se lo rigira fra le mani come se volesse controllare la tesa.
“Ma è davvero fuori pericolo? I medici hanno detto che non è in coma.” Rimane in attesa, fissandoci.
“Che vuoi che dicano?” sbotta Iris “Non sanno manco loro come finirà.”
“Ho visto..” dice Sol, ma non sembra molto convinto.
Siamo seduti in soggiorno, attorno al tavolo, coi copioni e delle bottiglie di chissà cosa a stabilire certe distanze. Inizio a sentire la pioggia battere sopra il tetto e mi alzo a chiudere le finestre.
“Sentite” dico “è inutile stare qui a chiedersi come finirà. Stavamo provando, no?”
“Già” dice Iris, guardando verso il salotto e tirando una boccata di fumo, mentre stringe gli occhi.
Riprendiamo i nostri copioni in mano e cerchiamo il punto dove avevamo interrotto.
“Mi sembra che dovessi essere tu a parlare”
“Si, Iris. Un attimo, ho perso il segno”
“Terza riga”
“Grazie. Ok”
Inspiro e cerco di non pensare. Recito:
“Tesoro, non ti demoralizzare. Le cose cambieranno. Ti aiuterò io a trovarne uno, questo fine settimana. Andrà tutto bene, vedrai.”
Sol sogghigna sconfortato.
“Cazzo Sol, la vuoi piantare?! Non abbiamo concluso un cazzo stasera” dice Iris.
“Ma che hai? Non ho parlato!”
“Senti Sol” fa un profondo respiro e si abbassa di una spanna, soffiando l’aria dal naso. “Nessuno di noi tre è dell’umore giusto per provare, ma dobbiamo farlo. Ok?”
“Ok, ok..” dice lui, abbassando lo sguardo. “è solo che mi sembra ridicolo farlo senza di loro.”
“Dobbiamo, Sol.”
“Lo so, lo so.”
Ripeto la battuta come se non fosse successo niente.
“Non so..” recita Iris.
“Davvero” dico io, e le poso la mia mano sulla sua, come da copione. Sento di non essere mai stato spontaneo in vita mia. Da piccolo pensavo sempre che la mia vita fosse uno di quei film che tanto guardavo.
Iris mi guarda e sorride. “Grazie” dice. Poi gira la pagina.
Riso
Rimaniamo in silenzio per diversi minuti, poi mi abituo al suono della pioggia e quasi non lo sento più; allora mi alzo e guardo fuori dalla finestra. Per strada non c’è nessuno. Sono le due del pomeriggio, d’altronde. Nemmeno noi siamo in strada e, magari, molti di quelli che sono in casa in questo momento stanno guardando alla finestra pensando che è normale che nessuno sia in strada, non lo sono nemmeno loro, d’altronde.
Mi sono addormentato sul divano e quando mi risveglio tu stai davanti al fornello cercando di cucinare qualcosa. Guardo l’ora e sono solo le cinque di pomeriggio.
“Ma è presto..” ti dico.
“Ho fame” mi dici, senza nemmeno voltarti, ma sento che lo dici sorridendo, come se stessi sperando che non me ne accorgessi e continuassi a dormire.
“Cosa stai facendo?”
“Riso”
“Come fai a mangiare del riso alle cinque di pomeriggio?”
“Quando ho fame mangio. L’ho sempre fatto. E tutti mi hanno sempre chiesto: “Come fai a mangiare alle cinque di pomeriggio?”” dici sospirando.
“Eh, infatti.”
“E io ho sempre risposto che quando ho fame, mangio.”
Mi esce una risatina che sembra strana. Infatti ti giri e mi guardi.
“Problemi?” mi dici sorridendo, fingendo una minaccia.
“No, amico, figurati, amico. Però stai calmo ora!”
Riesco a farti ridere. Ti siedi accanto a me con il tuo piatto di riso, una forchetta e mi guardi. A un certo punto scoppi a ridere.
“Che hai?” ti chiedo, ridendo anch’ io.
“Fai una faccia..” e continui a ridere. “Sembra che stai seduto accanto a un' aliena”. E ridi ancora di più.
“Ma no, è che..boh, non ti ho mai visto mangiare così presto. Fai pure, ci mancherebbe.”
Posi il piatto sul tavolino e riaccendi la televisione. Come al solito sei nella tua solita posizione: una gamba piegata sotto il sedere e l’altra a penzoloni giù dal divano.
Alla televisione passano una puntata del tenente Colombo, come sempre. A un certo punto inizio a sentire fame anche io, sebbene siano appena le cinque e un quarto.
Dopo dieci minuti di borbottii nel mio stomaco, mi alzo e quando sono già davanti al fornello ti dico:
“M’hai fatto venire voglia pure a me”, vergognandomene un poco.
Sogghigni senza staccare lo sguardo dallo schermo.
Quando l’acqua bolle, aggiungo il sale e getto il riso. Subito una zaffata di vapore mi si sbatte in faccia. Dopo sento un grande freddo, ma lentamente anche questo passa.
Rimango lì davanti alla pentola a fissare l’acqua che bolle e il riso che si muove, gorgoglia, borbotta, si agita, sale, scende, sale, scende, sale e scende turbinando..
Sarà colpa del vapore, ma mi viene sonno, un sonno leggero. Da bambino, penso.
Scolo il riso e lo metto nel piatto, anche se la fame mi è già quasi del tutto passata.
Mi guardo allo specchio sopra il fornello e vedo che non mi sono nemmeno pettinato oggi: ho i capelli tutti arruffati. Me li sistemo senza molta cura con una mano, mentre già ritorno al divano.
Tu ti sei alzata e guardi alla finestra, con una mano appoggiata alla tenda a lato del vetro.
Mi siedo sullo schienale del divano e ti guardo, mangiando. Non finisco nemmeno il piatto e lo riporto sul fornello.
Ha smesso di piovere.
“Cosa guardi?”
“Niente.”
“Interessante..”
“E piantala” mi dici facendo sfuggire un accenno di risata. Silenzio. “Per quanto dovremo stare ancora qui?”
Sapevo che me l’avresti chiesto prima o poi.
“Un mese o due” ti dico.
Sospiri.
Ti dico: “è per il nostro bene, lo sai..”
“Si, lo so. È che mi annoio.” Ti giri e ti appoggi alla finestra. “Non so che fare tutto il giorno in una stanza d’albergo.”
“Potremo uscire, qualche volta, ma non di sera: ci sarebbe troppa gente in giro. Magari subito dopo pranzo, quando quasi tutti sono ancora in casa.”
“Ma ci saremo solo noi. Ci noterebbero di più.”
Sospiro anche io, grattandomi con un dito la nuca.
“Beh qualche volta lo potremo fare comunque. Anche perché pure qui all’albergo potrebbero insospettirsi.”
Vieni avanti e mi dai un bacio. Mi tieni un attimo la testa fra le mani e non dici nulla, poi torni a sederti, riapri il libro che stavi leggendo e, un attimo prima di ricominciare a leggere, dici:
“Stasera a cena voglio mangiare schifezze.”
mercoledì 15 dicembre 2010
L'ultima sigaretta
E infatti mi ero concesso l’ultima sigaretta, l’ultima, e era dopo il concerto alla casa 139, a Milano, e avevo tenuto questa sigaretta tutto il giorno e mi ero detto La fumo dopo il concerto, perché di solito era una cosa che, sai, dopo il concerto, tutto sudato, fradicio, ti fumi la sigaretta ti piace. Allora mi son tenuto sta sigaretta, finito il concerto me la sono accesa, ho goduto il primo tiro, poi qualcuno mi ha distratto, ho dovuto fare altro, forse mi son messo a parlare, a fare delle cose, poi guardo sta sigaretta.. era alla fine."
venerdì 3 dicembre 2010
Idee strane
La prima è che mi piacerebbe scrivere la storia di un gruppo che non è mai esistito, ma non un romanzo, nemmeno un racconto, proprio una specie di biografia, come se quel gruppo fosse esistito davvero. E, per farlo sembrare realistico, metterci dentro tutte le mie esperienze con tutti i gruppi che ho visto, o perfino ho conosciuto, o che ho soltanto visto suonare.
La seconda idea è che mi piacerebbe scrivere la biografia di uno scrittore che non è mai esistito, e farlo con una serietà e una devozione, se così posso dire, davvero speciale. E infatti in questi giorni mi sono venute in mente tante di quelle frasi da attribuire a questo scrittore mai esistito, tanti di quegli atteggiamenti, che per un momento mi sono detto: ma dai, ci proviamo a farla sta cosa? Poi mi è passato.
La terza idea cazzo me la son dimenticata.
sabato 27 novembre 2010
Cose da fare
E quindi ero di sotto, in salotto, e stavo venendo di sopra, qui, al computer, e pensavo: che bello, devo fare delle cose al computer. E questo dover fare delle cose, quest’occupazione ma senza preoccupazioni, mi piaceva e mi piace tutt’ora. Che poi le cose che avevo da fare non è che fossero chissà cosa: fare la lista di Natale per mia nonna e scrivere un compito per il lettorato di inglese, centocinquanta parole sulla televisione italiana, una cosa un po’ culturale, non tanto l’esperienza vostra, aveva detto la lettrice. Va bene, facciamo così. Ci ha dato due settimane per farlo, oggi è venerdì, la prossima lezione è martedì, se glielo mando oggi (vuole che glieli mandiamo via mail, i compiti) gliel’avrò mandato ancora prima della prossima lezione, pensavo mentre salivo le scale , e già mi immaginavo la scena: ragazzi, ho visto che nessuno mi ha mandato la composition, tranne uno, un certo Dellapiana. Sì, sono io. Ecco, l’ho letta e va bene, falle pure così. Va bene. E poi quel momento di silenzio che significa: vedete lui? Fate come lui, invece di non fare niente tutto il giorno per due settimane e poi mandarmi la composition il prossimo lunedì sera.
E, mentre che pensavo tutte queste cose, ero già arrivato di sopra avevo acceso il computer.
Avevo acceso il computer e mentre avevo pensato: quasi quasi faccio prima la composition, guarda , che bravo, prima il dovere poi il piacere, che poi, piacere, mica tanto, è sempre una rottura di balle fare sta lista, di solito son sempre lì a farla a mano, sul treno, a pensare ai dischi che voglio senza averli davanti, prima di arrivare a casa di mia nonna e dargliela, che lei tutte le volte la apre, fa finta di leggerla, poi dice che l’ho scritta male, che non ci capisce niente, e io ogni anno mi chiedo perché non l’ho scritta al computer e infatti quest’anno la scrivo al computer, pensavo, poi non è andata proprio così.
È andata che poi sono arrivato di sopra, ho acceso il computer, mi sono seduto e mi son messo a scrivere una specie di poesia che, mentre mangiavo cena, mi era venuta su naturalmente, e mi erano venuti su i primi due o tre versi, che fanno così:
La parola CARNE
Ha, dentro di sé,
un dente.
E quei versi m’erano venuti quando avevo morso un tortellino in brodo, e avevo sentito la carne, e mi era venuta quest’immagine di un dente nella carne, e poi le poesie, se così vogliamo chiamarle, sono un po’ strane da spiegare, e alla fine ti sembran sempre delle cagate. Anche sta qui, il tortellino. Quindi meglio non spiegarle. Meglio dire che mi è venuta così, di colpo, mentre vagavo nel nulla e nella disperazione più totale, abbruttito dai mali della vita e dal nichilismo assoluto che mi pervade l’anima fin dalla nascita. Meglio dire che mi son messo lì a scrivere i primi tre versi e poi tutto il resto è venuto da sé, in cinque minuti, senza correggere niente, e questa poesia, se così la vogliamo chiamare, si chiama La parola CARNE e fa così:
La parola CARNE
Ha, dentro di sé,
un dente.
Un incisivo
Ficcato nel cuore di ogni carne.
Ogni dente è il germoglio di una carie,
ogni carie fiorisce nella carne.
Carie della carne,
carie della carne.
Pezzi
di bovini macellati:
ogni taglio un dente,
un incisivo
insito
nel centro della carne.
La carne vuole carne,
carne vuole carie, carie.
I fiori della carie,
carichi di petali
gonfi d’acqua
sgravanti,
spioventi
sulla pietra umida
e ruvida,
umida e ruvida.
La CARNE,
ricopre
i fiori
in bozzoli
di tumori
mai nati.
La CARNE,
espelle,
risucchia,
gonfia,
putrefazione di sé stessa.
-
I
colori
dell’arcobaleno
nei riflessi di carne
vecchia
quasi andata a male.
Sotto le luci delle vetrine,
la carne fosforescente,
i filetti, magri
e nudi
sono rosa
come un chewingum.
Pezzi d’America,
un tempo viventi.
Ecco, dopo che l’avevo scritta, ero talmente contento che mi son dimenticato delle cose che dovevo fare, perché era tanto che non scrivevo e ancor di più che non scrivevo una poesia, se così la vogliamo chiamare.
Allora ho fatto un giro su internet, suppongo, non ricordo bene, ma ricordo di essermi ricordato delle cose che avevo da fare solo un’oretta dopo, e mi son detto: Adesso le faccio. Però che palle la lista di Natale, quella magari la faccio domani, che tanto è il 26 novembre, che fretta c’è?
Poi dopo un po’ mi son ricordato della composition di centocinquanta parole sulla televisione italiana, un po’ culturale, non tanto sulla vostra esperienza personale, e anche lì, due balle. Magari domani. Non facciamo gli sboroni, che poi se son davvero l’unico ad averla mandata, ma che figura ci faccio?
E quindi non ho fatto niente di quello che dovevo fare, ho scritto una poesia, se così la vogliamo chiamare. Per oggi io dico che va bene.
mercoledì 3 novembre 2010
Nietzsche (forse capitolo uno, o forse anche basta così)
Mi è capitato di preparare un esame su Nietzsche, ultimamente, e la cosa che mi è rimasta più impressa, di quest’esame che ho preparato, è che Nietzsche sia stato portato via da Torino, ormai demente, su un treno diretto a Basilea, con un berretto da notte in testa, mentre cantava una canzone napoletana.
E pensavo che questa cosa qui, sarebbe bello iniziare da qui, dalla fine.
Ci pensavo proprio in questi giorni, in cui preparavo l’esame, che a me, le cose stupide, quelle senza grande importanza, quelle che staranno sempre fuori dalla Storia, insomma, le cazzate, mi rimangono sempre impresse. Cioè se ora uno dovesse chiedermi di spiegare la filosofia di Nietzsche, ci metterei un momento, a iniziare, e probabilmente non direi nemmeno tutto, ma se uno mi chiedesse cosa mi ricordo, io, di Nietzsche, cosa mi è piaciuto, io non avrei dubbi: Nietzsche, filosofo fondamentale per la storia dell’ottocento e del novecento, dopo aver vissuto per qualche anno a Torino, impazzito, è stato fatto salire su un treno per Basilea da un suo amico che si chiamava Overbeck, venuto a Torino apposta per salvare il suo amico, dopo aver ricevuto delle lettere deliranti, e, sul quel treno, Niezsche, Friederich Nietzsche, autore di opere come La nascita della tragedia, Crepuscolo degli Idoli, Così parlò Zarathustra, Ecce Homo, L’anticristo, filosofo fondamentale per la civiltà moderna fra ottocento e novecento, ci è salito con un berretto da notte in testa e cantando una canzone napoletana.
E pensavo: chissà che canzone era? Per me era “Funiculì Funiculà”.
Che Funiculì Funiculà è una canzone napoletana, io non è che ne sappia molto di canzoni tradizionali, anzi non ne so proprio niente, ma non perché non mi piacciano, non mi sono mai interessato, uno a delle cose si interessa ad altre no, vai a capire il perché poi, però dicevo che Funiculì Funiculà è una canzone napoletana nata agli inizi del Novecento, in Campania, per celebrare l’arrivo in quelle zone della funicolare. E questa cosa la so non perché sono andato a cercare informazioni su Internet, ma perché mi ricordo che era la risposta a una domanda di Chi vuol esser milionario, che a dirlo un po’ mi vergogno, ma, un po’ di anni fa, io guardavo Chi vuol esser milionario tutte le sere, era un appuntamento fisso, quand’ero più piccolo avevo perfino il videogioco per il computer, e ricordo che a una ragazza avevano chiesto quale avvenimento celebrasse Funiculì Funiculà, o una domanda simile, probabilmente messa in un modo più difficile, che letta così è evidente, che Funiculì Funiculà celebri l’arrivo della funicolare a Napoli, o in Campania, comunque. Ma poi perché celebrare? Cosa c’entra il verbo celebrare con Funiculì Funiculà? Delle volte uno dice delle cose che se ci pensa ci rimane stranito, sembra quasi che non siamo noi a parlare, delle volte.
E pensavo che questa cosa qua, dell’essere parlati, la diceva anche sempre Carmelo Bene.
Che poi, a dirla tutta, non è che se la fosse inventata Bene, la cosa dell’essere parlati, è tutto un discorsone lungo di Lacan e anche di De Saussure, che Bene citava spesso, soprattutto nella puntata dell’Uno contro tutti di Maurizio Costanzo, dove, fra l’altro, dice che Nietzsche è impazzito, e se l’è meritato, non come tanti pazzi di oggi, che non se lo meritano, che sono mediocri.
lunedì 11 ottobre 2010
Cartelli
domenica 3 ottobre 2010
Che poi
Cose che mi vengono in mente alle due di notte
venerdì 1 ottobre 2010
Asce - Discorso immaginario sui gialli (quarta parte)
Ma, a pensarci meglio, forse sono solo io che non sono capace a riassumere i gialli. Mi viene in mente che, qualche anno dopo la malsana idea di scrivere un romanzo uguale a Dieci piccoli indiani, una domenica che ero da mia zia, mentre lei stava verniciando delle persiane, le avevo voluto raccontare un giallo che stavo leggendo, mi sembra di Jeffery Deaver: le avevo raccontato i primi due capitoli in mezz’ora, lei mi aveva ascoltato, in silenzio, dopo un po' mi aveva fermato, mi aveva detto che non ci aveva capito niente, e mi aveva fatto notare tutto quello che avevo sbagliato, nel raccontare, e mi aveva detto di finire il libro e la settimana dopo di tornare e raccontarglielo bene. E io la settimana dopo ero tornato, gliel’avevo raccontato, l’avevo di nuovo raccontato male.
Asce - Discorso immaginario sui gialli (terza parte)
E a scrivere il riassunto di Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo, mi è venuto da pensare che i gialli, a riassumerli, sembrano sempre ridicoli.
giovedì 30 settembre 2010
Asce - Discorso immaginario sui gialli (seconda parte)
Dieci piccoli indiani è stato il primo libro per adulti che ho letto, e il primo giallo, anche, che ho letto. Che ora, poi si dice ora ma non è ora, è un po’ di tempo fa, allora, un po’ di tempo fa ho ripreso in mano qualche libro della Christie, non riesco più a leggerli. Mi sembrano così banali, così vuoti. Mentre a tredici, quattordici anni leggevo solo gialli, e in particolare solo gialli di Agatha Christie, ora non riuscirei a leggerne uno in un mese. Son cambiato.
Me lo ricordo benissimo, il giorno in cui ho comprato Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo. Era poco prima di Natale, ero già in vacanza, e dovevo leggere per i compiti di italiano Dieci piccoli indiani di Agatha Christie e Sogno di una notte di mezza estate, di William Shakespeare. Li avevo presi in una libreria in centro ad Alba e, mi ricordo, tornando indietro al parcheggio dove era la nostra macchina, c’era la neve, erano le sei di sera, forse anche le sette, avevo detto a mia mamma che non volevo leggere i libri delle vacanze, che Shakespeare era noioso e pesante e Agatha Christie mi faceva paura. E io Shakespare e Agatha Christie non li avevo mai letti.
Ma era una di quelle mie cose di cui mi convinco, e mi convincevo, che poi a togliermele dalla testa ci vogliono le asce, e poi, quando mi accorgo che i miei pregiudizi erano sbagliati, infondati, stupidi, mi sento sempre piccolo, e mi vien da parlare piano.
E poi l’avevo letto in due giorni, Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, edizioni gli Oscar Mondadori, costo 7 euro, art director: Giacomo Callo, e mi era piaciuto da morire. Solo che, e questa cosa mi fa pensare, appena arrivato a casa, avevo aperto il libro per leggere la prima parola e l’ultima del libro, come facevo sempre, e, in pratica, avevo già letto chi era l’assassino.
Mi fa pensare perché mi viene da chiedermi: e se non avessi il nome dell’assassino prima di iniziare il libro, sarebbe cambiato qualcosa? Mi sarebbe piaciuto lo stesso? O di più? O di meno? E ora leggerei ancora gialli, se non avessi letto il nome del primo assassino del mio primo libro giallo, prima di iniziarlo, il mio primo giallo. Son cose che fanno pensare, per me. è un po’ come quella storia del What if..?, mi sembra ci siano anche dei libri su questa cosa, cioè: cosa sarebbe successo se.. qualcosa. Di solito si fa con la Storia, questo discorso, la storia studiata a scuola, istituzionalizzata. Ma a pensarci lo si potrebbe fare anche con la Storia Personale, che per come sono fatto io ha la stessa importanza della Storia Universale. Sarei lo stesso se, invece di andare a leggere l’ultima pagina, fossi andato a bere un sorso d’acqua e me ne fossi dimenticato? Secondo me no, ma non saprei dire altro.
Forse è ora di fare una puntualizzazione, di aprire una parentesi, per quelli che Dieci piccoli indiani non l’hanno letto. Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie, parla di dieci persone riunite su un’isola deserta, sole, fra le quali si aggira un assassino che lentamente uccide uno per uno tutti i suoi compagni. E nella casa dove stanno c’è una specie di scultura, con dieci negretti, e ogni volta che uno muore scompare un negretto.
E poi muoiono tutti tranne due, che si ammazzano a vicenda, e si crede che tutto sia finito, ma si scopre che uno di quelli che erano morti tempo prima non era morto veramente, fingeva soltanto, e, quando poteva, si alzava e andava a ammazzare gli altri. Ecco, l’assassino è il giudice Lawrence Wargrave. Così, per rovinarvi il finale.
Che magari ora vi ho pure cambiato la vita, che non è che sia per forza una cosa buona, o per forza una cosa cattiva, però magari poi, fra tanti anni, mi ringrazierete.
Ma molto più probabilmente no.
Asce - Discorso immaginario sui gialli (prima parte)
Ho scritto un romanzo breve, in quarta ginnasio. È la copia esatta di Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie. L’ho scritto tutto a mano, su un quadernetto di taglia piccola con la copertina rigida, di cartone. A matita, con la grafia che avevo 6 o 7 anni fa, una grafia che ora, a guardarla, mi sembra orrenda. L’ho ritrovato stasera, nel cassetto dove per anni ho messo le cose che scrivevo: per la maggior parte poesiacce da adolescente deficiente. Era in cima a tutta quella pila di fogli, e me l’ero scordato. Ho aperto il libricino e sulla prima pagina c’è scritto:
Alunno/a: Dellapiana Andrea
Classe:
Scuola: IV gin A
Materia: Gialli
Sottolineato due volte.
Ricordo che l’avevo portato in giro per mesi, quel quadernetto. L’avevo fatto leggere a mia zia, e gliel’avevo portato il giorno del funerale della mia bisnonna. L’avevo portato a una collega di mia madre e probabilmente pure alle mie cugine. L’avevo fatto leggere anche a mia madre.
Prima dell’inizio del romanzo avevo scritto tutti i nomi dei personaggi con una breve descrizione per ognuno, per aiutare i lettori , credo d’aver pensato quand’ero troppo piccolo per rendermi conto di quanto fossi stupido.
Jack Smith (che vergogna): Propietario del Gothic Hotel (voglio morire. Il Gothic Hotel…)
Mary Smith: sorella di Jack e prop. del Gothic Hotel
Emily Brosten: vecchia signora casa e chiesa
Anthony Fishers: proprietario di un negozio di alimentari
Vera Nickson: moglie di A. Fishers
Edward Clopper: star della tv in declino
Din Anyston: giudice
Andy Fent: magistrato di mezza età
Bob Matterson: avvocato di Boston
Si vedeva già allora che a inventare i nomi ho sempre fatto schifo.
Poi inizia il romanzo:
I
“Jack! Jack! Vieni, veloce, oddio mi sento male, Jack! Nel roseto.. L’hanno ucciso.. Bob Matterson è morto, vieni!”
Furono queste parole che svegliarono improvvisamente Jack Smith, proprietario del Gothic Hotel insieme a sua sorella Mary, che stava tranquillamente dormendo.
“Cos’è successo, Mary? Cos’è successo? Sto scendendo, arrivo!”
Mary era davanti al roseto, sbiancata, sconvolta, muta dopo tante parole.
“Oddio, è terribile” disse piangendo e buttandosi fra le braccia di Jack.
“Cos’è successo, dimmi, perché stavi urlando in quel modo?”
Ecco, io, ora, comprassi un libro che inizia così, chiuderei il libro, lo poserei sul divano un attimo, salirei di sopra, accenderei il computer, cercherei su Google il nome della casa editrice, cercherei nel sito un indirizzo mail al quale scrivere, tornerei di sotto a prendere il libro, ne ricopierei l’inizio e scriverei, dopo, in f fondo:
“Voi siete dei deficienti. Spero che la morte vi prenda di sopravvento.
Andate a lavorare in una televisione regionale, lì vi prendono sicuro.”
E, poi, tornerei in salotto e starei un po’ lì senza far niente.
Non finisce mica lì, il primo capitolo, ma non ho intenzione di copiarne altre parti. Solo che sfogliandolo ho notato delle correzioni, in penna blu, delle cancellature e delle freccette, e mi è tornato in mente che quelle erano le cancellature di mia zia, che l’aveva letto, l’aveva corretto e poi quando me l’aveva ridato mi aveva detto: “Bello, manca un po’ di approfondimento psicologico. Bravo però.”
E ora mi immaginavo la pena e, o, il divertimento di mia zia, a leggere quella roba. Io mi sarei vergognato per me stesso, non fossi stato me stesso ma fossi stato mia zia.
E poi mi chiedevo che ragazzino dovessi essere stato. E che periodo dovesse essere stato, quello, da mettermi lì e, a mano, scrivere un romanzo. Dev’essere stato un periodo felice, penso. O almeno un periodo in cui non avevo proprio niente da fare e tanta voglia di scrivere. Di sicuro era appena iniziata la mia passione per i gialli, e l’aver imitato Dieci piccoli indiani non è affatto un caso, anzi.
domenica 26 settembre 2010
Cose che mi vengono in mente mentre mangio dei cereali alle tre di notte
Collega
venerdì 10 settembre 2010
E
giovedì 9 settembre 2010
Cose che capitano
Poi, io, se quando mi sveglio di colpo non poso un attimo la testa sul cuscino prima di alzarmi veramente, non lo so, mi sembra di non essermi alzato, ma di essermi raddrizzato soltanto. Ci vuole un momento, per me, per capire di esser svegli.
Allora ho pensato, Son contento, mentre appoggiavo un attimo la testa al cuscino, e mentre lo facevo mi sentivo stranamente sveglio, come se nel sonno avessi aspettato di svegliarmi già da ore, e fossi stato lì, con gli occhi chiusi, ma solo per finta.
Ho rialzato la testa, ho fatto per prendere il cellulare e scendere: l'una e mezza.
Ci sono rimasto di un male, che mi ci ha fatto rimuginare per tutto il giorno. In cucina ero talmente confuso che ho girato per qualche minuto a vuoto, andavo verso un cassetto poi mi veniva in mente che non dovevo aprire quello, per prendere la padella per farmi pranzo, e così per un bel po'. E pensavo Non è possibile, non è possibile, è stato solo un secondo.
Poi mi son svegliato. Che in quei momenti lì, quando ero confuso, ma me ne sono reso conto poi dopo, io in verità stavo ancora dormendo, e mi stavo chiedendo come potesse essere successa, una cosa così.
domenica 29 agosto 2010
Ritorno in treno
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è così bello stare in silenzio, perché devo sempre parlare sopra gli altri?
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Suonare qualche canzone, in una stazione della metropolitana, davanti a persone che conosco poco.
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Sono seduto su un sedile dell'Era. Era, BASSE LA POLIC from Albania
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Michael Zadoorian, "Second Hand": "Questa donna gatto che dorme nel tempio dei morti."
"Afrodite randagia"
domenica 15 agosto 2010
martedì 10 agosto 2010
Drolatique-sérieux
il sole entra nella mia stanza con l'allegra furia
di un pugnale vittorioso brandito da un avventuroso fanciullo.
Io fumo:
sulla lama del pugnale dorato
il fumo della sigaretta
si contorce, lotta, sembra gemere e protestare,
poi evade, fugge, si precipita fuori dalla finestra.
Incontra il sole...
Questo fumo blu, nutrito di sogni, incontra il sole.
Il sole non fa sogni...
Forse è lui la Verità in persona,
così bello!
Allora è un errore, un grave errore
soffiare i miei sogni sul volto radioso della Verità?
è blasfemo, è vile?
è insultare il Sole?
[Emanuel Carnevali]
martedì 3 agosto 2010
Appunti presi su un diarietto quest'oggi durante una giornata a Torino
E poi la pioggia, a perdonare tutti.
"Ti perdono... ti perdono... ti perdono..."
martedì 27 luglio 2010
Ultimamente
"..ultimamente è un periodo che tutto quello che scrivo non mi piace, tranne le cose dove scrivo che non mi riesce più di scrivere, che non mi piace più come scrivo, quelle mi piacciono, ma non è che mi piacciano, è che le considero fuori da ogni giudizio, son cose che scrivo così, uno le legge e poi non è che ci sia molto da pensare."
martedì 13 luglio 2010
Specchi
e, come sempre, ricopre le sue mani e i suoi occhi di sonno.
Avanza in silenzio,
avanza verso lo specchio più marcio che rotto.
SPEZZA LO SPECCHIO
RANTOLI, URLA, GEMITI
E GRIDA DI FORMICA
dall'ago escono grida di formica.
Coll'ago incide lo specchio.
Incide i suoi bordi,
incide la sua immagine.
Dall'ago escono urli di formica,
dall'ago
dentro
lo specchio.
sabato 10 luglio 2010
Innocenza
Qualche anno fa ero da Discovolante, il negozio di dischi della città dove ho fatto le superiori, Bra, e ricordo che a un certo punto erano entrati due signori sui cinquant'anni, che sembrava si tenessero per mano da quanto si sentivano estranei al posto in cui erano appena entrati. Io stavo spulciando fra i cd. I due uomini erano, mi viene da dire, e adesso che ci penso è un po' strano, perchè io di quei due uomini non so molto, dicevo, erano uomini umili. Davano quella sensazione.
Era inverno e avevano delle giacche verdi, verdeacqua meglio, sicuramente molto vecchie. Era gente di campagna, lo si capiva facilmente.
Uno dei due, il portavoce, aveva in mano la cassetta di Wish You Were Here, dei Pink Floyd. Si era avvicinato al gestore e aveva chiesto se, per caso, avevano il cd di quella cassetta. Sembrava stesse tenendo in mano una reliquia. Era una sua reliquia, e se ne stava staccando. Non era un momento facile.
Il gestore gli aveva detto che sì, ce l'avevano, e che in quel periodo i Pink Floyd erano anche scontati. Dopo l'uomo umile gli aveva chiesto, insicuro, se, nel disco, ci fossero comunque gli stessi pezzi della cassetta e l'aveva sporta al proprietario del negozio che, per gentilezza e, mi viene da dire, anche per il ruolo in cui si trovava, l'aveva presa in mano e aveva letto velocemente i titoli.
I due non ci credevano. Quasi per giustificare il loro stupore avevano iniziato a raccontare la loro storia, che quella cassetta l'avevano comprata tanti anni prima, che la tenevano sempre in macchina, ma che ora avevano ambiato macchina e la macchina nuova leggeva solo i cd.
Il gestore aveva preso il cd, glielo aveva dato e aveva detto: "Ecco. è questo. Proprio questo qui."
I due erano ammutoliti.
"Quanto le devo?"
"14, 90"
"Solo?"
"Sì, solo."
"Ma.. se costa così poco, ci sono lo stesso tutte le canzoni?" gli aveva chiesto.
sabato 3 luglio 2010
Poi
Ecco.
Una fine
(sempre dal quaderno)
Una frase passeggera
(sempre dal quaderno)
Pignacento
"Ho un quaderno Pignacento, azzurro, cento grammi di carta, le pagine spesse e dure, per appoggiarci sopra, senza troppa cura, i miei pensieri deboli e sconclusionati."
giovedì 1 luglio 2010
Un Inizio
Lavoro, sì, ma è un lavoro da vacanza, un lavoricchiare a passettini, senza sforzi, un intermezzo fra le pause. Non è manco un'occupazione, è una svogliatezza.
Così scrivo queste pagine, fino a quando ce ne sarà voglia. O almeno qualcosa di simile.
martedì 29 giugno 2010
Diario
Quelli che dovevano andare se ne sono andati e quelli che dovevano rimanere li ho cacciati io con le mie mani.
Ti regalerò il diario della mia guerra fredda,
lo impacchetterò in della carta colorata,
del colore delle luci della strada.
Cosa ci fai qui a quest'ora?
Dove sei ora, oltre che qui?
Cosa ci fai qui, ora?
Ti regalerò il diario della mia guerra fredda,
della mia guerra lampo,
tutta in bocca,
tutta finta,
tutta stanca.
Ti regalerò il diario della mia guerra fredda.
mercoledì 16 giugno 2010
Un cassetto
Prima ero di sopra e ho riaperto quel cassetto per rileggerne qualcuna, di queste cose che scrivevo anni fa e, come sempre, mi son vergognato.
sabato 12 giugno 2010
Giorni
Oggi è così. Ci sono giorni che sono un po' così.
Poi passano.
venerdì 11 giugno 2010
Amareggiato
domenica 30 maggio 2010
L'inizio di qualcosa veramente malato
Eravamo la cornice di un romanzo medievale, ma non c'era manco una pagina nella nostra vita. Un giorno Elias mi aveva detto: "Se non ci fosse l'acqua, non avremmo nemmeno più uno specchio". Avevo alzato le spalle come per dire: "Menomale".
Tempo fa, non so quanto, non ha importanza, stavamo scavando una fosse per chiuderci dentro qualcuno e Elias era scoppiato a piangere e si era conficcato la pala nel piede sinistro. Mi ero fermato e lo avevo guardato, ricoprendo il silenzio fra di noi di macchie di respiro gelato. Si era ferito. Aveva gettato la pala ed era uscito dalla buca. L'avevo seguito con lo sguardo per qualche metro, poi avevo ricominciato a scavare.
Una notte avevo sentito dei rumori fuori dalla Pietra, mi ero alzato e, ancora seduto sulla coperta, avevo spiato fuori. Un'ombra stava uscendo dalla mia visuale. Mi ero alzato ed ero uscito, ma non c'era più nulla. Da quella volta non dormo più, tengo solo gli occhi chiusi e le orecchie tese. Sperando di rivederla.
Spalare nell'acqua è la cosa che facciamo di più. Cerchiamo qualunque cosa che non sia acqua. Raramente abbiamo trovato qualcosa.
Cos'altro potremmo fare con delle pale?
Mi rispondo sempre che potremmo ucciderci a vicenda, ma l'acqua è meno dolorosa. O forse di più.
Ricostruiremo la nostra vita, un giorno. Per ora ci limitiamo a scavare.
Stamattina il sole era caldo. Ho pensato che fosse la giornata adatta a cercare qualcosa a est. Sono andato da solo. Per tutto il mattino ho camminato attorno al lago, un occhio all'acqua e l'altro alle mie spalle, inutilmente. Ho trovato una cosa che spero sia un cadavere di qualche animale. L'ho portato verso la Pietra, ma, nel frattempo, avevo già cambiato tutto e la cameriera aveva portato l'arrosto in tavola.
Ellen mi stava parlando della sua giornata e a me non interessava, quindi mangiavo con meno disgusto. Quando finì le sorrisi e lei mi chiese: "E te? Com'è andata?"
"Bene, bene. Oggi ho risolto quella faccenda con Bronson. Ci è voluto meno di quanto speravo..." disse qualcuno da dentro la mia bocca.
Poi si aprì una falla nella nave. Antonio urlò: "C'è UNA FALLA!!" Tutti correvano via e io ero rimasto immobile, incredulo e compiaciuto. Non si sarebbe salvato nessuno, lo sapevo bene, tanto valeva allora godersi la poesia sadica del momento e del movimento.
mercoledì 26 maggio 2010
Discorsi
lunedì 24 maggio 2010
Mezzi di trasporto
Farsi strappare un lembo di pelle a ogni foto in cui siamo rimasti impigliati, sullo sfondo
Litigare delle settimane per decidere che umore darsi
Annusare come i cani i tramonti e dopo tornare di fretta in casa, col sole
Sentire le chitarre cigolare e poi ronzare e cantare a bassa voce, a rispetto della discrezione dei fantasmi
Assecondare le assenze e onorarle a bocca aperta
Ricoprirsi di amuleti e illudersi di poter tornare
Semplificare i viaggi a poche fermate e perdersi nei tramezzi delle autostrade
Riuscire finalmente a giocare col fuoco degli altri
Spostarsi di direzione quando passa un tram,
senza considerare nessuno
senza dare spazio a nessuno
Aprire le mani al vento quando passa un pullamn
Aprire le mani al vento quando passa un pullman
Ritirarsi nei cortili
Respirare di giardini
Odorare di cortili
E tutti i bus stanno per essere riverniciati
E tutti i bus sono stati riverniciati
Ricopriamoli di carta velina e gettiamoli nel torrente
Ricopriamoli di carta velina e gettiamoli nel torrente
E poi scappiamo sopra del nastro adesivo,
strisciando come lumache
Scappiamo e corriamo via
Scappiamo e corriamo via
Appena possibile, scappare via.
Sonno
Tornare a casa, ho dormito tutto il viaggio. Dopo pranzo, mentre guardavo un video di Carmelo Bene, mi sono addormentato sul divano. Mi son svegliato alle 5, son stato sveglio mezz'ora e ho di nuovo dormito fino all'ora di cena e intanto iniziavo a dirmi: Barta dormire, non ne posso più. Però mi veniva sonno. Dopo cena ero sul divano e mi son detto: Ora non ti addormenti. E mi sono addormentato, ma poco, perché mi sono subito svegliato e son salito in camera mia a leggere un po', che non sapevo manco io cosa leggere, ma volevo iniziare un libro nuovo. Ho iniziato a leggere il saggio di Bergson "Il Riso", che mentre lo leggevo mi dicevo: Ma perché stai leggendo sta roba? e, tempo di pensarlo, m'è venuto un gran sonno, ero sul letto, insomma, mi sono assopito.
Allora ho detto: No, cazzo, ora basta. E son sceso giù, ma niente, mi veniva sonno. Poi mi è venuta in mente una cosa che ho letto in un libro, che diceva che molti, quando leggono, gli viene sonno perché per molto tempo hanno letto prima di addormentarsi e ora il cervello associa la lettura al sonno e fa venire sonno a chi legge. Mi è venuta su un'ansia dallo stomaco che fosse capitato anche a me, che mi è passato perfino il sonno, poi però ho pensato che io son anni che non leggo a letto per piacere quindi non può essere così, però da piccolo lo facevo, leggere a letto, quindi può darsi che il mio cervello sia un po' lento e che l'effetto, di questo sconsideratissimo gesto di leggere a letto, si manifesti ora, a quasi vent'anni. Poi però mi è venuto troppo sonno e mi son detto di nuovo: No, basta dormire, cazzo! Infatti ho preso Opere di Carmelo Bene e ho iniziato a leggere Nostra Signora dei Turchi, ma non c'era niente da fare, gli occhi scorrevano sulle pagine e io mi addormentavo, allora m'è venuto in mente il fatto del sonno per la lettura notturna e ho subito chiuso tutto e sono andato a dormire.
E, mentre mi addormentavo, ho pensato che la mia giornata era stata come la televisione: tutta pubblicità intervallata da qualche programma per non annoiare troppo. Ecco, la mia giornata era stata tutta sonno, con qualche risveglio per non annoiare troppo.
giovedì 20 maggio 2010
C.B.
m.c: "Che c'è, chi è , chi è arrivato?"
C.B: "Un amico mio, si chiama Ahimè"
mercoledì 19 maggio 2010
Oggi
Arrivato in stazione, ho visto passare sfrecciando un'ambulanza, a sirene spiegate, verso la piazza dove Selinunte voleva trovare la morte nel mezzo metro d'acqua di una fontana.
Mai più
è strano
e, mentre cammino, scrivo pensando.
lunedì 17 maggio 2010
Direzioni Diverse
Ecco, a parte l'urlo disumano che possiamo anche metterlo da parte, ma mi chiedo: direzione in che senso? Nel senso che ora la morte, da quest'anno, passa da altre parti, per altre vie e fa altri percorsi? O che ora, da quest'anno, la morte la dirige qualcun'altro, magari un gruppo, un'azienda, un'associazione? Bisogna saperlo, cosa significa.
Che magari uno è lì che vuole suicidarsi e la morte gli passa a mezzo metro dalla faccia. è mica carino, da parte sua, della morte, dico. Oppure uno che cammina tranquillo per strada, senza voler suicidarsi, muore perché la morte ha cambiato direzione. è mica carino anche questo, sapete?
E se invece la direzione è chi la comanda, magari c'è qualcuno che sa chi è, questo qualcuno. Bisogna che lo dica.
Non va mica bene esser così confusi, poi certo che uno fa gli urli disumani.
venerdì 14 maggio 2010
Ma come si può?
Ci sono raggruppati tutti gli autori gay o le autrici lesbiche di sempre. Oscar Wilde, un saltello più in la Burroughs, vicino a Truman Capote, poi Aldo Busi e così via.
I fatti si commentano da soli, vero?
Non so come dire (3)
Crepitio (2)
Buio (1)
giovedì 13 maggio 2010
Provocazione
in fondo,
è poesia,
non trovate?
Selinunte
Selinunte riceveva i clienti dentro un forno crematorio all'ospedale,
Selinunte riponeva i pacchi in garage come pile del suo tempio gotico, monumentale,
Selinunte accatastava i tarocchi e ricuciva gli smacchi del tempo quadrimestrale,
Selinunte aveva un ago in bocca e un desiderio di parlare.
Diceva: Andrò via, lontano, dove neanche il mare..
Andrò altrove, sopra i silenzi
degli inceneritori e delle tangenziale..
Diceva: Arriverà un macchina.
Salirò su quella macchina, ci salirò sopra.
E galoppando sul tettuccio
mi lancerò via a centotrenta all'ora
dalla mia strada.
Sarà un attimo e durerà pochissimo.
Sarà un attimo e durerà pochisismo,
ma durerà.
Sarà come tornare a casa dei pini morti
e dalle discariche abusive
dove i bambini trovavano i cadaveri
degli spazzini, dei filippini,
dei clandestini.
Sarà come tornare a terra.
mercoledì 12 maggio 2010
Tutto
tutte le schegge di legno dei gelati buttate dietro ai termosifoni col naso che cola,
tutte le sedie schiacciate, le pelli grattate, i pruriti
salutati al mattino con uno sbadiglio,
tutte le stelle lasciate ad asciugare sul caldo del televisore,
e le figlie uccise soffocate dalle voglie dei loro padri,
tutte le macchine rimesse a letto senza le coperte,
tutte le prese elettriche ricoperte di nastri rossi per attirare la corrente,
tutte le mani stirate sotto i letti, accese nei cassetti,
tutti gli assi aperti come lucertole al sole
e fatti essiccare sopra i comodini,
mentre noi ci facevamo portare in giro dalle nostre penne, che sono come navicelle spaziali, arrotate e lisce, che slittano sulle palme, le cantine e le uretre, a dipingerci gli occhi d’azzurro per guardarci più a fondo, a notare i nostri difetti agli specchi capovolti inutilmente, a raccontare ai cuori degli sconosciuti come ci si sente ad essere senza un’idea.
Tutta la noia ammassata in cucina, portata a morire in salotto e salutata per sempre al cesso, con un sciacquone che tuona come un uragano dentro un barattolo di vetro, chiuso ermeticamente, dentro al petto di un canarino.
Bancarelle
Tutta la giornata e non un turista, non un universitario poco indaffarato a comprare qualcosa, manco un fumetto. Tutti i libri stanno lì, al loro posto, come li ho riportati alla luce stamattina. Appena due o tre tizi si sono fermati a dare uno sguardo, ma niente, hanno tirato dritto.
Oggi rientro in casa con una giornata in meno e la giacca un po’ più sdrucita, la faccia un po’ più scavata dai giorni, ma nient’altro. Se non la fame della cena. Chi è che vorrebbe fare il mio lavoro? Chi vorrebbe vivere con quello con cui vivo io? Nessuno, nessuno, lo so bene.
Dei giorni mi monta su una voglia di andarmene e lasciarli tutti lì, quei maledetti libri, tornamene a casa e dormire tutto il pomeriggio, far niente, e poi il mattino dopo si vedrà. Che li rubino pure, che se li portino a casa a pacchi, che li conosco bene tutti: quando c’è da pagare non la vedono nemmeno, la mia bancarella, ma quando c’è da rubare son anni che aspettano solo il momento di farlo! Ebbene, lo facciano! Mi liberino da sto fardello, che io non ne posso più. Non ne voglio sapere più.
Che poi inizio a non star più bene con la mia coscienza, sempre a fregare la gente, a portarle via libri per pochi spiccioli, fingendo pure d’esser generoso, no, no, non è cosa per me, non più; ormai c’ho la mia età, le mie coscienze personali, i miei pesi e le mie angosce, no no, io inizio a sentirmi una merda. Ma chi me lo fa fare? No, basta, davvero, è ora di finirla. È andata male sta vita, c’è niente da fare, bisogna tirare le somme senza sporcarsi troppo, non mi voglio più sporcare, voglio fare un bagno caldo e piangere una giornata intera, per lavarmi tutto, fino in fondo, per chiedere scusa alle piastrelle del mio bagno, riconoscendovi dentro, offuscato, ogni viso di cliente fregato in questi anni, tutti quei ragazzi pieni di libri, gli zaini stracolmi, che se ne andavano via con poche mila lire, pochi euro ora.. Voglio chiedere scusa a tutti, che è stato un gioco cattivo, dannoso, per me, magari non per loro, che in fondo si son liberati solo di libri che non volevano più, e c’han pure guadagnato qualcosa, ma troppo poco, troppo, ma per me è stato solo un gioco cattivo, mi ha avvizzito come una prugna vecchia. È questa vita che mi ha ammazzato, a forza di botte dietro la schiena, tutti i giorni, è questa Torino che non mi considera che mi ha ammazzato, che mi ospita perché non sa che ci sono, questa gente che non sopporto più, questa maledetta sedia di plastica sulla quale ho passato gli ultimi trent’anni di vita, aspettando che qualcuno comprasse qualcosa, che arrivasse qualcuno a vendermi qualche libro, a controllare che nessuno rubasse i libri.
Libri libri libri libri, ovunque, da sempre..Ormai ho le mani di carta, la testa e gli occhi pieni di copertine e titoli, senza mai averne letto uno, di quei tomi che mi portano da anni, da millenni, nella mia testa pesante.
Pure la strada di casa ora mi guarda di traverso. Non ho più voglia di voi, lasciatemi andare in campagna, con una bella ragazza, lontano, lasciatemi in pace, voi e i vostri libri che comprate e dopo anni mi rivendete. Lasciatemi, voi e i vostri cazzo di libri.
lunedì 10 maggio 2010
...
Ma so che è lì, sotto la mia lingua di tumori immaginati.
Accanto al comò, dietro la quercia secolare, si nasconde il biglietto che mi regalerà Tullia. Che nome terribile: Tullia. Sa di vecchia. Vecchia la madre prima di esserlo. Puzza di scale nobiliari. Tullia si siede davanti a me e inizia a parlare piano. Non c’è nessuno nella stanza e nemmeno a tenere il filo dei miei pensieri, ma lei parla piano. Arriva la notte e io non ricordo una parola di quello che mi ha detto. Arriva il giorno e dubito che sia venuta. Arriva la notte e io di Tullia so tutto, ma non il cognome. Penso sei giorni al suo cognome, cagandomi nelle mutande, vomitando, contorcendomi per i crampi allo stomaco e perdendo sangue a ogni colpo di tosse, e, nonostante la medicaglia attorno a me parli di lacerazioniinfezioniègravesecontinuacosì, so che è il mio dimenticare il suo cognome a farmi tutto questo. Sono io la causa di tutto questo. Nessuno lo capirà.
Ricordo il nome di Tullia mentre nella televisione della mia camera passa una pubblicità di coltelli da collezione. “È sempre stato nella mia pancia, cercava di uscire” mi illudo. Ma non è vero. L’avevo dimenticato. Si sente che da lontano qualcuno ha fatto qualcosa. Il sonno preme. Cedo.
Tutto è immobile, oggi. Le carte che ho sulle gambe mi ricordano di essere qualcosa di vivo e le riposo subito sul comodino, di fianco al letto. Ora cammino. Mi sento confuso, ma non è vero. So poche cose e non ne voglio conoscere altre. Mia madre arriva da sinistra e mi prende. Prendo la mia valigia ruvida marrone ma non troppo scura e saluto i medici. Usciamo dall’ospedale. Fa troppo freddo per me. In macchina sento il bisogno di tornare in quella stanza. Appoggio la mano sulla maniglia. Mia madre sta girando in una rotonda. Non ho la cintura. Apro la portiera e porto il peso verso l’esterno.
Non sono felice. La camera non è più la stessa, e per stare qui, tanto vale rimanere a casa. Dico ai medici che quando tornerò a casa diventerò un artista, ma non farò vedere a nessuno le mie opere. Dipingerò e scriverò musica. Non canterò, la mia voce spezzerebbe i vetri. Detesto la mia voce. Ho sempre desiderato essere muto, senza mani e nemmeno senza piedi. Immobile su un divano. O per terra. Senza sensibilità. Morto. Ma non ancora. Poi però penso a quanto faccia male un unghia rotta. E penso a quanto sono codardo. Non riuscirei mai a essere felice come vorrei esserlo, a mio modo. Non essendo assolutamente niente.
Quando mi riportano a casa, mi dicono che non posso scendere dalla sedia a rotelle.
Perché? Se sono paralizzato, sono paralizzato anche sul pavimento.
Dicono che devo stare sulla sedia. Guarirò. Non sono paralizzato.
A tavola non parla mai nessuno. Mangiamo uno di fronte all’altro ma non diciamo una parola. È sempre stato così. Quando parlo con altri e mi sento dire: “Ne parlavamo proprio ieri a tavola” mi viene spontaneo rispondere: “Ah, perché voi parlate?” Passò la mia giornata in silenzio, cercando di annullarmi. Non parlare, muoversi poco. A volte mi dico che dovrei scaraventarmi addosso alla vita e farmi scaraventare via da essa, ma rimango immobile. Mastico.
Ho scoperto Pink Moon. Ora ascolto solo quel disco. Da tre settimane. Potrei chiamare la musica Pink Moon. Credo che lo farò, un giorno. Quando più nulla mi terrà su questa terra.
I limiti, ora, sono la mia ossessione. I limiti delle cose, dei quaderni, degli oggetti nella mia stanza, in cucina, in cantina. Studio i limiti di ogni singola cosa che vedo, tocco, o penso. Tutto ha un limite. Perfino il pensiero. Tutto ha una fine. Un bordo. Lungo i bordi faccio scorrere lentamente le mie dita. Memorizzo i limiti. Le loro immagini. Tutto il resto non mi interessa, tanto dovrà finire a ridosso di un bordo.
Il mondo fuori da me si spegne. Non mi interessa più sapere cosa accade. Né cosa vogliono gli altri da me. Il buio. Spegniamo le luci. Ma io non vi sfido. Non vi vedo.
[non so manco bene io cosa sia, l'ho scritto qualche mese fa, di getto, più per il ritmo delle frasi che per un senso vero e proprio. Non c'è il titolo per il solito motivo]
venerdì 7 maggio 2010
Comunicazioni
L'uomo non rispose, ma continuò a fissarlo molto imbarazzato. Dopo qualche secondo riuscì a biascicare: "Mi scusi?" ma il signore dalla faccia ovale a forma di saponetta usata era già corso sull'altra parte della banchina e, con non curanza, si stava osservando l'orologio da polso, ma troppo a lungo per voler sapere soltanto l'ora.
[piccola storiella che mi è venuta in mente ieri sera, aspettando un treno in stazione e sentendo, per sbaglio delle mie orecchie, la seguente comunicazione: "è severamente vietato attraversare i binari per dirsi del sottopassaggio" al posto della classica: "è severamente vietato attraversare i binari, servirsi del sottopassaggio"]
Risparmi
"No" le ho risposto.
"Dai, è buono" mi ha detto lei, "risparmi sul pane.." ho capito, ma aveva detto: "lo spalmi sul pane.."
E ho pensato che un mondo dove si mangia formaggio per risparmiare sul pane, sarebbe da vedere.
martedì 4 maggio 2010
In piedi
lunedì 3 maggio 2010
Titoli
"Quattro discorsi su tutto il nulla"
Domenica pomeriggio
C'era appena un filo d'aria a rendere tutto piacevole.
Da sotto il tavolo è cascata una vespa e l'ho schiacciata senza paure, con la ciabatta. Ho letto per un'ora buona, intensamente e con piacere, recuperando tutte le pagine perse nei giorni precedenti a studiare per un esame.
Fante ha la capacità di emozionare, di far vivere intere situazioni in poche righe, di farti sentire i suoi personaggi più profondi e vicini di quanto lo siano effettivamente sulla carta. Fante per me è estivo, senza essere volgare: l'ho sempre letto d'estate e le sue storie, i suoi personaggi, hanno sempre un deserto o della sabbia, davanti a loro o dietro le spalle.
Sulla poltrona, leggendo del Chianti di Antonio Musso, di Nick Molise e di Cavallaro, della loro estate gelida di vino bianco, mi è venuto un sonno pesante, come dopo un pranzo abbondante e mi sono assopito, tranquillo e sereno.
Al risveglio il cielo era gonfio. Tirava vento freddo, ma non sono rientrato in casa. I Kyuss. Demon Cleaner, da lì in poi, e giù questa spruzzata di pioggia innocente, purificatrice. Giusto per qualche minuto, musicale.
Le Luci Della Centrale Elettrica. Canzoni da spiaggia deturpata, da dopo-di-pioggia. Portami a bere dalle pozzanghere, portami a bere dalle pozzanghere... L'acqua scoloriva tutto.
E poi mi è venuto in mente un verso, che dovrebbe stare in una canzone, chissà, forse un giorno scriverò canzoni pure, per ora lo scrivo qui:
"E capovolgevo le tue foto
per farti sorridere
almeno una volta,
ma non bastava.."
mercoledì 28 aprile 2010
Elenco del disordine
"Sul tavolino del mio salotto c’è la solita lampada abat jour, lo stereo con le sue due casse, il portacenere che vedo da quando sono piccolo, con sopra quella custodia della patente rossa con dentro il biglietto del cinema di qualche tempo fa, un vasetto di yogurt al cui interno c’è un bicchierino del caffè di plastica con il suo cucchiaino, la carta esangue della bustina di zucchero stracciata, una tazza dove ho preso il thè mezz’ora fa, You’Re Living All Over Me dei Dinosaur Jr con sotto Fiaschi di Francesco Targhetta, con sotto White Light/ White Heat dei Velvet Underground, con sotto Live At Leeds degli Who che si appoggia su La Vergogna Delle Scarpe Nuove di Paolo Nori, che non è mio, mi è stato imprestato, e devo restituirlo, accanto una rivista della Mondolibri che ormai odio e, sullo stereo, il libro dell’edizione speciale di Kollaps Tradixionales dei Silver Mt Zion, con sopra Kollaps Tradixionales, Sea Shanties degli High Tide, Live At Monterey di Jimi Hendrix, Yanqui UXO dei Godspeed You! Black Emperor, il primo omonimo dei 13 Floor Elevators e, a coronare questa mia porzione di disordine, il cd di Hendrix, con Hendrix che quasi mi guarda, ma non proprio, da dietro il giallo e il nero dell’immagine stampata sul cd."
Ecco perché
Ecco perché, tempo fa, regalavano libri in università. Non li regalavano, li salvavano.
sabato 24 aprile 2010
Giorni d'ansia
domenica 18 aprile 2010
Prologo (in ritardo)
Io son fatto così: mi soffermo per millenni su particolari in fondo secondari e mi ci fisso, mi ci inpunto fino a quando non riesco a trovare la soluzione che sto cercando. Non che sia ancora così convinto di questo titolo eh, però diciamo che può andare.
Era giusto (per) precisare.
sabato 17 aprile 2010
Heroin (Velvet Underground)
venerdì 16 aprile 2010
Porta Pazienza
Mah
Pastiglie
Nella portiera dell'auto
Cd usati
Nel giaccone
E stanotte m’è venuto in mente, chissà perché, che mi piace girare con una penna nel giaccone. Ma senza un quadernetto d’accompagnamento. E quindi appuntare le cose che mi vengono in mente sui fogli più disparati: giornali, quaderni d’appunti, volantini, menù, biglietti del treno, biglietti di concerti.
Stamattina sono andato a controllare nella tasca se c’era ancora, la penna; così, per sicurezza. Non c’era.
Rumore
Di nuovo
Le nuvole
Invito al cinema
Ho solo un ricordo strano, di io che vengo svegliato un attimo e mi viene messo fra le dita qualcosa, e mi si dice qualcosa, che io non sento, né capisco, perchè mi riaddormento subito.
Quando mi sono svegliato avevo un biglietto del cinema fra le dita, avvolto da una di quelle custodie di plastica dove si mette la patente. Rossa, bruttissima.
INVITO AL CINEMA. Il presente tagliando da diritto ad uno sconto sul prezzo del biglietto valido tutti i giorni della settimana FINO AL ____/ ___/ ____.
Poi, a lato, c’è scritto: il presente BUONO SCONTO è stato offerto da: spazio bianco.
Dal sonno, dico io.
Informazioni
Uno di loro, il più grasso, mi ha dato le indicazioni e poi si è fermato un attimo e ha sorriso, io gli ho ricambiato, ho detto: "Ho capito.. ho capito. Grazie, ho capito."
Poi sono andato verso la porta e quello che mi aveva accolto mi ha salutato di nuovo: "Arrivederci, a presto!"
E, in quel momento, come mi capita spesso, mi sono scontrate nella lingua due idee, e invece di dire: "Salve!" o "Ciao!" Sono uscito dicendo:
"Sao!"
Angoli
Corde
Un nido
Libri
Un'altra volta
Bene
E mi ha rovinato tutta la giornata.
Distrazione
Per esempio, son sceso a Carmagnola oggi, tornando a casa, che c’era il cambio per Bra dopo poco, e quindi sono andato in sala d’attesa a vedere da quale binario partiva il treno, e poi, a uscire, la porta era bloccata. Ho provato a tirare, niente. A spingere, niente.
Che coglione, mi son detto, sono entrato dall’altra. Allora sono andato dall’altra porta, l’ho appena guardata, era una porta a vetro con un grosso maniglione a spinta rosso e nero, e ho detto: No, no, questa io non l’ho mai vista, e sono tornato dall’altra porta. Ho di nuovo spinto, ho di nuovo tirato e un signore lì seduto, che secondo me si gustava la scena già da un bel po’, mi ha chiamato: “Giovanotto! Giovanotto, si esce dall’altra porta, dall’altra porta.” Allora l’ho guardato un attimo in silenzio e ho detto: Che scemo che sono.
Sono andato dall’altra porta e si è aperta. Vedi che son proprio coglione oggi, mi son detto. Solo oggi?, ho poi aggiunto.
E poi, sempre sul treno, stavolta su quello che portava a Bra, eravamo arrivati a destinazione e tutti nel vagone si erano alzati, compreso me, ed eravamo andati dalla porta ad aspettare che si aprisse. C’era però un ragazzo, tutto raggomitolato nel suo maglione e appoggiato allo zaino messo sul sedile vicino al suo, che si era addormentato e non si era svegliato nemmeno quando il treno si era fermato, sbatacchiando e fischiando.
Forse è meglio che lo svegli, visto che gli altri non fanno nulla, mi son detto. Ci ho pensato su dieci secondi, poi le porte si sono aperte e mi son detto: Ma si, tanto siamo arrivati, ora si sveglia e scende.
Ecco, menomale che ho fatto questo ragionamento. Perché quel treno non si fermava mica a Bra. Andava ad Asti. Non era nemmeno a metà corsa, a Bra. Insomma, l’avrei solo svegliato per niente, facendomi anche una figuraccia terribile.
Io l’ho detto che in sti giorni sono stanco.
Scrivo
Sto scrivendo su un quaderno, vi stupisce così tanto?
Poco fa sono arrivati dei bambini, una classe di scuola elementare, in questo parchetto, a fare ginnastica. Due di loro mi hanno guardato come se avessero visto un alieno ubriaco. Sono andati avanti, si sono tolti la giacca, l’hanno posata su una panchina, hanno iniziato a correre, senza distogliermi lo sguardo di dosso nemmeno per un momento. Erano veramente stupiti.
E da questo stupore, per me infondato, mi è venuta un’idea che nemmeno io so se sia una cazzata marmorea o meno. Questa mia idea più o meno fa così: “Sarebbe bello se, un giorno, tutti gli scrittori, e per scrittori non intendo solo quelli famosi, quelli con le pubblicazioni importanti alle spalle e le grandi recensioni, ma proprio tutti quelli che solitamente scrivono, quindi anche gli scrittori famosi, logico, dicevo: sarebbe bello se tutti gli scrittori si mettessero sulle panchine di questa città, o di qualunque altra città, e scrivessero; senza dire niente, senza pubblicità o promozioni. I passanti se ne accorgerebbero, credo, di tutta questa gente per strada a scrivere su delle panchine e magari si fermerebbero a chiedere: “Ma cosa fate?” e loro, gli scrittori, direbbero: “Scriviamo.” “Ah” direbbero i passanti. “Eh” direbbero gli scrittori, anzi chiamiamoli scriventi, che trovo si addica meglio all’occasione. Sarebbe bello.”
Ecco, idea finita.
Hrabal
È un verso. Non a caso Hrabal l’aveva scritto prima come poema, Una solitudine troppo rumorosa, e solo dopo l’ha trasformato in un romanzo e, secondo me, leggendolo, si sente molto. È un po’ come certi racconti brevissimi di Carver, che, se uno li “incolonnasse” un po’, sarebbero delle poesie commoventi, per come vedo io la poesia.
Ma non è che queste frasi me le ricordi sempre, anzi, a dir la verità, non me le ricordo quasi mai. Mi dico sempre: Ora me le segno, ora me le segno, e poi, preso dal desiderio di continuare la mia lettura, me le ripeto in mente due o tre volte, illudendomi che poi me le ricorderò. Non accade mai.
È un problema che mi preoccupa parecchio, quello del dimenticare. Ho come l’impressione che molte cose mi sfuggano, scappino dalla mia testa senza che io me ne accorga. Belle frasi, ricordi di libri letti, momenti e scene intere. Soprattutto quando leggo ho questa paura, e trovo sia allo stesso tempo una paura paralizzante e dolciastra, non ricordare ciò che si è letto.
Lettura come non ricordo, diceva Carmelo Bene, ma non è che c’entri molto.
Bisognerebbe rileggere, mi dico io, allora. Ma i libri sono tanti, troppi e di giorno in giorno se ne aggiungono altri. Forse tutti dimenticano come dimentico io, forse tutti ricordano solo dei punti di un libro letto un anno prima.
Per questo ci sono i libri, mi vien da dire, per essere ripresi in mano, riletti, riletti ancora, goduti ancora una volta. Ma subito mi ritorna l’angoscia del tempo, delle centinaia di libri comprati e non ancora letti, e tutto ricomincia da capo. Che dannazione.
Pigiama
Fatica
Non ricordo
Io
È vero che la gente mi osserva, forse, però, lo fa perché io la osservo per vedere se mi osserva, allora si sente osservata e mi osserva. O forse no.
A Narzole poi, io vivo a Narzole, cioè, non è vero, vivo in una frazione di Narzole che è lontana da quel paesino di merda qualche chilometro, ma comunque, a Narzole, ne son certo, mi guardano tutti. Ma lo fanno con tutti, i Narzolini. Si chiamano così. Narsulin ed merda, si dice, quasi come se fosse un proverbio. E la sua veridicità ce l’ha eccome. È proprio gente di merda.
Quando passo per quelle tre vie, che sia in macchina o a piedi, mi guardano tutti, e hanno uno sguardo strano: di rimprovero, credo.
Io ho provato a fare le medie a Narzole, ma proprio non mi piaceva, e così son stato male due settimane; poi i miei, esasperati, mi hanno trasferito a Bra, dove, fino a un anno prima, vivevamo.
Io, questo trasloco, non l’ho mai mandato giù del tutto. I primi tempi, poi. Non ci volevo proprio andare a Narzole; non volevo proprio cambiare casa, per niente al mondo. Ero piccolo. Stavo bene dov’ero. Ma i miei la casa l’hanno comprata, e quindi ci siamo trasferiti. Tutti i miei amici però erano a Bra; la mia vita fino a quel momento era là. Nonostante questo, però, mi hanno preso e mi hanno spostato, e, a me, non è mai andata giù.
Ricordo ancora il primo giorno di scuola del primo anno delle medie, a Narzole. Una paura. Son sempre stato pauroso io, lo sono ancora. Non volevo proprio andare, in quella scuola. Non conoscevo nessuno e, lo sapevo, gli altri non mi volevano, a rompere i coglioni. E infatti non mi han voluto. Mi hanno subito visto male e nessuno, dico nessuno, aveva la minima intenzione di spartire qualcosa con me. Nemmeno il banco.
È durata due settimane, quella tortura; poi sono tornato a Bra, almeno a scuola.
Da quel momento, da quando me ne sono andato, non ne ho nessuna prova, ma è come se tutto il paese se la fosse presa con me.
"Guarda, quello che ha cambiato scuola"
Non mi sono mai pentito della mia scelta, anzi, son quasi felice che mi guardino in quel modo, gente di merda.
Ma questa cosa degli sguardi non la vedo solo a Narzole, anzi. Anche oggi pomeriggio, a Torino, stavo camminando sotto i portici di Via Po e una signora piuttosto anziana ha rallentato un po’ il passo e ha iniziato a fissarmi. Si è perfino avvicinata. Aveva due occhi azzurri chiari che faceva male guardarli. Ho fatto finta di niente e sono andato avanti.