venerdì 14 maggio 2010
Non so come dire (3)
Quando sono uscito aveva smesso di piovere ed era tutto allagato, ma c'era il sole e faceva caldo, tiepido. Si stava bene. Dopo pranzo sono tornato in università e, seduto su una panchina nell'atrio, non so come dire, ho provato una sensazione di, non mi viene in mente il termine, l'opposto di estraneità, sì ecco, mi sono sentito come se quest'università mi conoscesse e io conoscessi lei, come se fosse mia. Non è confidenza e nemmeno dipende da quanto tempo io passi in un posto, questa sensazione. è qualcosa che compare ognitanto e mi fa sentire in, che brutta parola, sintonia col posto dove sto.
Crepitio (2)
A lezione poi, a un certo punto, si è sparso in aula un certo brusio, crescente, qualche risata sommessa. La professoressa si è fermata a si è sentito un suono, un crepitio. Tutti a bocca in aria contro il soffitto, sembrava di essere in un tazzone pieno di Rice Crispies appena bagnati col latte. Ne ero certo. Era lo stesso, identico, scoppiettare. Pioveva.
Buio (1)
E poi, d'improvviso, stamattina, siamo entrati in galleria ed è calato il buio. Non c'erano luci accese sul treno. Era stranissimo sentire il treno che correva verso Porta Susa e vedere, con difficoltà, le ombre e le sagome degli altri passeggeri accendersi e spegnersi di bianco per pochi attimi e poi scomparire del tutto, tutte insieme. Sembravamo una comitiva di ritorno in treno da una vacanza lunghissima, di notte, tutti addormentati; veniva quasi da parlar piano. E infatti è sceso il silenzio. Sembravamo dei deportati ad Auschwitz col fucile e gli occhiali, dei turisti festanti verso il macello. E poi è arrivata Porta Susa. Monumentale nella sua sporcizia di luce. E in un attimo siamo tornati solo dei pendolari, alle 8 e mezza di mattino, diretti, e arrivati, a Torino.
giovedì 13 maggio 2010
Provocazione
Anche questa,
in fondo,
è poesia,
non trovate?
in fondo,
è poesia,
non trovate?
Selinunte
Selinunte riceveva tarocchi da collezione dentro pacchi di fieno andato a male,
Selinunte riceveva i clienti dentro un forno crematorio all'ospedale,
Selinunte riponeva i pacchi in garage come pile del suo tempio gotico, monumentale,
Selinunte accatastava i tarocchi e ricuciva gli smacchi del tempo quadrimestrale,
Selinunte aveva un ago in bocca e un desiderio di parlare.
Diceva: Andrò via, lontano, dove neanche il mare..
Andrò altrove, sopra i silenzi
degli inceneritori e delle tangenziale..
Diceva: Arriverà un macchina.
Salirò su quella macchina, ci salirò sopra.
E galoppando sul tettuccio
mi lancerò via a centotrenta all'ora
dalla mia strada.
Sarà un attimo e durerà pochissimo.
Sarà un attimo e durerà pochisismo,
ma durerà.
Sarà come tornare a casa dei pini morti
e dalle discariche abusive
dove i bambini trovavano i cadaveri
degli spazzini, dei filippini,
dei clandestini.
Sarà come tornare a terra.
Selinunte riceveva i clienti dentro un forno crematorio all'ospedale,
Selinunte riponeva i pacchi in garage come pile del suo tempio gotico, monumentale,
Selinunte accatastava i tarocchi e ricuciva gli smacchi del tempo quadrimestrale,
Selinunte aveva un ago in bocca e un desiderio di parlare.
Diceva: Andrò via, lontano, dove neanche il mare..
Andrò altrove, sopra i silenzi
degli inceneritori e delle tangenziale..
Diceva: Arriverà un macchina.
Salirò su quella macchina, ci salirò sopra.
E galoppando sul tettuccio
mi lancerò via a centotrenta all'ora
dalla mia strada.
Sarà un attimo e durerà pochissimo.
Sarà un attimo e durerà pochisismo,
ma durerà.
Sarà come tornare a casa dei pini morti
e dalle discariche abusive
dove i bambini trovavano i cadaveri
degli spazzini, dei filippini,
dei clandestini.
Sarà come tornare a terra.
mercoledì 12 maggio 2010
Tutto
Tutto il veleno d’inchiostro finito nel nostro pane,
tutte le schegge di legno dei gelati buttate dietro ai termosifoni col naso che cola,
tutte le sedie schiacciate, le pelli grattate, i pruriti
salutati al mattino con uno sbadiglio,
tutte le stelle lasciate ad asciugare sul caldo del televisore,
e le figlie uccise soffocate dalle voglie dei loro padri,
tutte le macchine rimesse a letto senza le coperte,
tutte le prese elettriche ricoperte di nastri rossi per attirare la corrente,
tutte le mani stirate sotto i letti, accese nei cassetti,
tutti gli assi aperti come lucertole al sole
e fatti essiccare sopra i comodini,
mentre noi ci facevamo portare in giro dalle nostre penne, che sono come navicelle spaziali, arrotate e lisce, che slittano sulle palme, le cantine e le uretre, a dipingerci gli occhi d’azzurro per guardarci più a fondo, a notare i nostri difetti agli specchi capovolti inutilmente, a raccontare ai cuori degli sconosciuti come ci si sente ad essere senza un’idea.
Tutta la noia ammassata in cucina, portata a morire in salotto e salutata per sempre al cesso, con un sciacquone che tuona come un uragano dentro un barattolo di vetro, chiuso ermeticamente, dentro al petto di un canarino.
tutte le schegge di legno dei gelati buttate dietro ai termosifoni col naso che cola,
tutte le sedie schiacciate, le pelli grattate, i pruriti
salutati al mattino con uno sbadiglio,
tutte le stelle lasciate ad asciugare sul caldo del televisore,
e le figlie uccise soffocate dalle voglie dei loro padri,
tutte le macchine rimesse a letto senza le coperte,
tutte le prese elettriche ricoperte di nastri rossi per attirare la corrente,
tutte le mani stirate sotto i letti, accese nei cassetti,
tutti gli assi aperti come lucertole al sole
e fatti essiccare sopra i comodini,
mentre noi ci facevamo portare in giro dalle nostre penne, che sono come navicelle spaziali, arrotate e lisce, che slittano sulle palme, le cantine e le uretre, a dipingerci gli occhi d’azzurro per guardarci più a fondo, a notare i nostri difetti agli specchi capovolti inutilmente, a raccontare ai cuori degli sconosciuti come ci si sente ad essere senza un’idea.
Tutta la noia ammassata in cucina, portata a morire in salotto e salutata per sempre al cesso, con un sciacquone che tuona come un uragano dentro un barattolo di vetro, chiuso ermeticamente, dentro al petto di un canarino.
Bancarelle
Neanche uno oggi, neanche uno. E dire che a stare qui, sotto questo portico, c’è da ammazzarsi per bene, poco per volta, a furia di caldo e di freddo, di pioggia e di questa vita ignobile.
Tutta la giornata e non un turista, non un universitario poco indaffarato a comprare qualcosa, manco un fumetto. Tutti i libri stanno lì, al loro posto, come li ho riportati alla luce stamattina. Appena due o tre tizi si sono fermati a dare uno sguardo, ma niente, hanno tirato dritto.
Oggi rientro in casa con una giornata in meno e la giacca un po’ più sdrucita, la faccia un po’ più scavata dai giorni, ma nient’altro. Se non la fame della cena. Chi è che vorrebbe fare il mio lavoro? Chi vorrebbe vivere con quello con cui vivo io? Nessuno, nessuno, lo so bene.
Dei giorni mi monta su una voglia di andarmene e lasciarli tutti lì, quei maledetti libri, tornamene a casa e dormire tutto il pomeriggio, far niente, e poi il mattino dopo si vedrà. Che li rubino pure, che se li portino a casa a pacchi, che li conosco bene tutti: quando c’è da pagare non la vedono nemmeno, la mia bancarella, ma quando c’è da rubare son anni che aspettano solo il momento di farlo! Ebbene, lo facciano! Mi liberino da sto fardello, che io non ne posso più. Non ne voglio sapere più.
Che poi inizio a non star più bene con la mia coscienza, sempre a fregare la gente, a portarle via libri per pochi spiccioli, fingendo pure d’esser generoso, no, no, non è cosa per me, non più; ormai c’ho la mia età, le mie coscienze personali, i miei pesi e le mie angosce, no no, io inizio a sentirmi una merda. Ma chi me lo fa fare? No, basta, davvero, è ora di finirla. È andata male sta vita, c’è niente da fare, bisogna tirare le somme senza sporcarsi troppo, non mi voglio più sporcare, voglio fare un bagno caldo e piangere una giornata intera, per lavarmi tutto, fino in fondo, per chiedere scusa alle piastrelle del mio bagno, riconoscendovi dentro, offuscato, ogni viso di cliente fregato in questi anni, tutti quei ragazzi pieni di libri, gli zaini stracolmi, che se ne andavano via con poche mila lire, pochi euro ora.. Voglio chiedere scusa a tutti, che è stato un gioco cattivo, dannoso, per me, magari non per loro, che in fondo si son liberati solo di libri che non volevano più, e c’han pure guadagnato qualcosa, ma troppo poco, troppo, ma per me è stato solo un gioco cattivo, mi ha avvizzito come una prugna vecchia. È questa vita che mi ha ammazzato, a forza di botte dietro la schiena, tutti i giorni, è questa Torino che non mi considera che mi ha ammazzato, che mi ospita perché non sa che ci sono, questa gente che non sopporto più, questa maledetta sedia di plastica sulla quale ho passato gli ultimi trent’anni di vita, aspettando che qualcuno comprasse qualcosa, che arrivasse qualcuno a vendermi qualche libro, a controllare che nessuno rubasse i libri.
Libri libri libri libri, ovunque, da sempre..Ormai ho le mani di carta, la testa e gli occhi pieni di copertine e titoli, senza mai averne letto uno, di quei tomi che mi portano da anni, da millenni, nella mia testa pesante.
Pure la strada di casa ora mi guarda di traverso. Non ho più voglia di voi, lasciatemi andare in campagna, con una bella ragazza, lontano, lasciatemi in pace, voi e i vostri libri che comprate e dopo anni mi rivendete. Lasciatemi, voi e i vostri cazzo di libri.
Tutta la giornata e non un turista, non un universitario poco indaffarato a comprare qualcosa, manco un fumetto. Tutti i libri stanno lì, al loro posto, come li ho riportati alla luce stamattina. Appena due o tre tizi si sono fermati a dare uno sguardo, ma niente, hanno tirato dritto.
Oggi rientro in casa con una giornata in meno e la giacca un po’ più sdrucita, la faccia un po’ più scavata dai giorni, ma nient’altro. Se non la fame della cena. Chi è che vorrebbe fare il mio lavoro? Chi vorrebbe vivere con quello con cui vivo io? Nessuno, nessuno, lo so bene.
Dei giorni mi monta su una voglia di andarmene e lasciarli tutti lì, quei maledetti libri, tornamene a casa e dormire tutto il pomeriggio, far niente, e poi il mattino dopo si vedrà. Che li rubino pure, che se li portino a casa a pacchi, che li conosco bene tutti: quando c’è da pagare non la vedono nemmeno, la mia bancarella, ma quando c’è da rubare son anni che aspettano solo il momento di farlo! Ebbene, lo facciano! Mi liberino da sto fardello, che io non ne posso più. Non ne voglio sapere più.
Che poi inizio a non star più bene con la mia coscienza, sempre a fregare la gente, a portarle via libri per pochi spiccioli, fingendo pure d’esser generoso, no, no, non è cosa per me, non più; ormai c’ho la mia età, le mie coscienze personali, i miei pesi e le mie angosce, no no, io inizio a sentirmi una merda. Ma chi me lo fa fare? No, basta, davvero, è ora di finirla. È andata male sta vita, c’è niente da fare, bisogna tirare le somme senza sporcarsi troppo, non mi voglio più sporcare, voglio fare un bagno caldo e piangere una giornata intera, per lavarmi tutto, fino in fondo, per chiedere scusa alle piastrelle del mio bagno, riconoscendovi dentro, offuscato, ogni viso di cliente fregato in questi anni, tutti quei ragazzi pieni di libri, gli zaini stracolmi, che se ne andavano via con poche mila lire, pochi euro ora.. Voglio chiedere scusa a tutti, che è stato un gioco cattivo, dannoso, per me, magari non per loro, che in fondo si son liberati solo di libri che non volevano più, e c’han pure guadagnato qualcosa, ma troppo poco, troppo, ma per me è stato solo un gioco cattivo, mi ha avvizzito come una prugna vecchia. È questa vita che mi ha ammazzato, a forza di botte dietro la schiena, tutti i giorni, è questa Torino che non mi considera che mi ha ammazzato, che mi ospita perché non sa che ci sono, questa gente che non sopporto più, questa maledetta sedia di plastica sulla quale ho passato gli ultimi trent’anni di vita, aspettando che qualcuno comprasse qualcosa, che arrivasse qualcuno a vendermi qualche libro, a controllare che nessuno rubasse i libri.
Libri libri libri libri, ovunque, da sempre..Ormai ho le mani di carta, la testa e gli occhi pieni di copertine e titoli, senza mai averne letto uno, di quei tomi che mi portano da anni, da millenni, nella mia testa pesante.
Pure la strada di casa ora mi guarda di traverso. Non ho più voglia di voi, lasciatemi andare in campagna, con una bella ragazza, lontano, lasciatemi in pace, voi e i vostri libri che comprate e dopo anni mi rivendete. Lasciatemi, voi e i vostri cazzo di libri.
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