sabato 28 gennaio 2012

Diario dell'assenza di internet - parte 6

C’è stato un periodo, quattro o cinque anni fa, che io sapevo che avrebbe suonato il telefono prima ancora che suonasse. Giuro. Un attimo prima che squillasse, sentivo come se il silenzio diventasse un poco più pesante, sentivo un ronzio sordo, non so spiegarlo, non era un suono, era una cosa che sentivo io, mia madre no, per esempio, che tutte le volte che io le dicevo: “Telefono”, prima ancora che il telefono suonasse, e poi suonava, lei mi diceva: “Ma come fai a saperlo?” E io non lo sapevo mica. Poi, dopo un anno, non ho sentito più niente. E non è che abbia cambiato telefono, nemmeno suoneria, era rimasto tutto uguale. Poi però non ho sentito più niente.

La mia memoria procede per insignificatezze. Lo so che non esiste, la parola insignificatezze, ma volete mettere cose insignificanti, stupidaggini, cose da poco, con insignificatezze? Non c’è niente da fare, bisogna tenere quella parola lì. Dicevo, la mia memoria procede per insignificatezze. Per cose senza la minima importanza. Per esempio, io in questi giorni sto leggendo Vita di Carmelo Bene, di Carmelo Bene e Giancarlo Dotto, dato che vorrei scrivere la tesi di laurea su Carmelo Bene, cosa che difficilmente potrò fare, ma non è questo il punto. Ecco, se dovessi descrivere la vita di Carmelo Bene, ci penserei un po’ prima di iniziare. Cercherei di non essere troppo dispersivo, di far capire la grandezza del suo genio, mettendo in chiaro, anche se non c’è mai senso in nulla, ecco già questa cosa forse non la dovrei dire che metterei confusione, mettendo in chiaro le tappe più importanti della sua vita. Sicuramente mi verrebbe male, ma mi ci impegnerei. Se invece dovessi dire la prima cosa che mi viene in mente riguardo a Carmelo Bene, che ho letto in Vita di Carmelo Bene, è che Carmelo Bene, quando stava scrivendo questo libro-intervista, “sbocconcellava pane bianco e beveva caffè nero.” Questo è un esempio di insignificatezze. Ma è tutta la vita che vado avanti così. Mi ricordo le cose più secondarie, anzi no, terziarie che ci siano, di una situazione da ricordare, e il centro, il fulcro del discorso, o del ricordo, molte volte lo dimentico.

È tutto oggi che questo “sbocconcellare pane bianco” mi gira in testa, ieri mi girava in testa una frase di un discorso di Paolo Nori, forse perché avevo comprato due suoi libri, che dice che un giorno aveva sentito delle canzoni “che il testo di queste canzoni erano le poesie tradotte dal dialetto di Franco Loi”. Ecco, stanotte ho visto che c’era delle fette di pane già tagliate, nell’anta dove ci sono il pane, i biscotti e la pasta e non ce l’ho fatta, le ho portate di sopra e mi son messo a sbocconcellare pane bianco come Carmelo Bene.

L’ultima volta che è non ho avuto internet per così tanto tempo è stata questa primavera. Il computer fisso era rotto e quello portatile a riparare, e per due settimane non ho fatto altro che andare all’università e leggere i racconti di Carver. Una fulminazione vera e propria, Carver. Avevo preso in prestito in biblioteca il Meridiano con tutti i suoi racconti, io adoro i Meridiani, e piano piano me l’ero quasi letto tutto. Ricordo d’aver iniziato da Cattedrale, che ora, per me, è uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere prima di morire, e poi possibilmente leggere tutto quello che si trova, di Carver. Leggevo al mattino presto andando a Torino, leggevo quando ero da solo aspettando che arrivasse l’ora di andare in aula, leggevo in aula aspettando il professore, leggevo nella pausa fra un’ora e l’altra, tornando a casa, tornato a casa, dopo pranzo, durante il pomeriggio, dopo cena e prima di dormire. Così per quasi due settimane. Me le ricordo ancora adesso, quelle due settimane passate, mi viene da dire, in compagnia di Carver. Così semplicemente belle, distese, lente, pesate. Ma sono sicuro che se non avessi avuto il Meridiano, di Carver, non l’avrei letto così voracemente. Mi attirava ad aprirlo solo a guardarlo, quel libricino così piccolo e così spesso, le pagine così sottili, i caratteri così nitidi, la foderina di plastica trasparente. Le scritte dorate. Un giorno me lo comprerò e finirò di leggere Carver. Di comprare i libri normali, separati, non se ne parla nemmeno. Quella storia è iniziata in un modo e in quel modo deve finire.


Non ho mai capito come facciano, i Meridiani, a dividere così tanto: c’è gente che li odia, gente che comprerebbe solo quelli. Che poi, a pensarci, e in verità questa è una cosa che mi ha detto il mio amico Mauro, i Meridiani mi dovrebbero fare schifo, che sono come avere l’intera discografia dei Beatles in unica confezione, cosa che a me farebbe inorridire, non tanto per i Beatles, ma per il concetto in sé. Mai comprerei una cosa simile. Eppure i Meridiani li leggo, li comprerei pure, non costassero cinquanta euro l’uno.

Ogni tanto mi fermo, rileggo quello che ho scritto e continuo a chiedermi che cazzo sto scrivendo. Ma per ora basta.

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