giovedì 29 dicembre 2011

Diario dell'assenza di internet - parte 3

Ho riaperto questo documento ora, le 12:00 di sabato 24 luglio, e questa cosa qui mi sembra di averla scritta fra giovedì e venerdì sera. Niente, poi alla fine non sono andato a prenderlo il disco dei Pholas Dactylus, credo di essere andato a dormire. Avevo già spento tutto, era rimasta accesa solo l’abat jour, e, prima di stendermi, ma senza manco accorgermene, ho buttato un’occhiata alla libreria sopra il letto e mi è venuta voglia di prendere in mano un libro che non avevo ancora letto. Ho scelto a caso: Jona Oberski – Anni d’infanzia, che ricordo di aver comprato credo tre estati fa, per i compiti delle vacanze di storia, e che poi non ho mai letto. Avevo poi letto La Notte, di Elie Wiesel; mi era piaciuto molto.

Allora, prima di addormentarmi, ho aperto Anni d’infanzia e ho iniziato a leggere qualche riga, svogliatamente. Mi ha preso subito. Ieri pomeriggio l’avevo già finito. A me succede così, che con i libri ho dei momenti in cui leggo soltanto, non faccio altro, e altri momenti in cui, magari, per leggerne uno ci metto delle settimane. Dipende dai miei umori, credo, ma anche da cose che non saprei dire. Interessante, comunque, Anni d’infanzia, soprattutto per il candore di alcune parti, in relazione agli eventi raccontati. Si parla di olocausto, di deportazioni dall’Olanda alla Germania, ma raccontate da un bambino di nemmeno dieci anni. Lo stile mi è piaciuto molto: per niente retorico, non pedante sui soliti particolari. Frasi secche, brevi, ritmate, mi è venuta in mente due o tre volte Agota Kristof. È un libricino corto, saranno cento pagine, all’incirca, e procede per attimi, più che raccontare una storia dall’inizio alla fine. Sono fotografie, momenti di ricordi: il pasto, la deportazione, gli ultimi giorni felici, la morte di un famigliare, i giochi nei campi. Ricordi di uno che non vuole ricordare troppo. La parte che però mi è rimasta più impressa è la fine. Jona, ormai orfano, tornato dal campo di concentramento, adottato da una famiglia amica, non riesce ancora a mangiare. Vomita sempre, se mangia. E il libro finisce così. Non è un finale triste, perché lui s’è salvato, infatti ha scritto il libro, però è un finale realistico, forse il più realistico che mi sia capitato di leggere, sulla vicenda delle deportazioni.

Finito di scrivere, mi è venuta su una domanda: ma tutto quello che ho scritto fin’ora, una cosa come questa, a chi potrebbe interessare?

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